NORTH WEST USA – “Meeting Indian Tribes, Like Lewis & Clark”

12 AGOSTO
Il volo Continental Milano-New York e poi New York-Seattle (con stop di 4 ore all’aeroporto di Newark nella Grande Mela), dà inizio alle danze di questa nuova avventura on the road che ci esalta da mesi e che attendevamo con ansia da altrettanto tempo. Sbarchiamo a Seattle, patria della Boeing e della Microsoft, ma anche di ogni nuova tendenza artistica e musicale degli States, alle 20,00 ora locale (fuso: meno 9 rispetto all’Italia, una bella botta). In aeroporto ritiriamo le chiavi dell’auto alla Thrifty (una Nissan Versa berlina, cinque porte, prenotata a buon mercato via internet tramite la Rhino Car Hire alcuni mesi fa), navetta gratuita fino al deposito auto: la navetta ci molla direttamente sulla piazzola di parcheggio della macchina, basta inserire le chiavi e andiamo di gran carriera verso il Motel Travelodge prenotato su Motels per 50,00 usd, saggiamente scelto poco distante dall’aeroporto.

13 AGOSTO
Partenza da Seattle sulla Intestate 5 in direzione sud. Siamo nello stato di Washington e all’altezza di Silver Lake, svoltiamo per andare a vedere Mount St Helens, che nel 1980 è stato protagonista di una eruzione spaventosa che ha sparato in orbita tutta la vetta, mentre l’onda d’urto dell’esplosione ha sradicato gli alberi per miglia e miglia lì intorno. Risultato: adesso è più basso di oltre 400 metri rispetto all’originale. Ma oggi il tempo fa schifo, grigio ovunque; mentre ci avviciniamo all’osservatorio Johnson Ridge siamo immersi nelle nuvole con visibilità ridotta e pensiamo anche di tornare indietro perchè probabilmente lassù non si vedrà niente. Invece il culo ci assiste e il cielo azzurro si apre proprio mentre arriviamo davanti al monte sulla balconata dell’osservatorio (anche perché siamo saliti tanto in altezza che abbiamo superato il muro delle nuvole). Peccato per il tempo perché durante il tragitto di 60 miglia (!) ci sarebbero dei panorami meravigliosi. Riprendiamo la Interstate 5 verso sud, scavalchiamo il Columbia River e sbarchiamo in Oregon, a Portland, da dove iniziamo a percorrere il Columbia River Gorge. Il Vista House Visitor center si trova su un promontorio con veduta panoramica sul canyon dove scorre il fiume, ma purtroppo il tempo fa ancora schifo e le foto sono inutili. Sulla sponda Oregon, lungo la Scenic Byway 30 si trovano diverse cascate in mezzo alla foresta: Latourell Falls, poco distante dalla strada principale, è un salto di acqua non molto largo, ma di grande effetto che cade lungo una parete di basalto per finire in un piccolo laghetto. Bridal Veil Falls si raggiunge con un sentiero di circa 400 mt. che scende nella foresta, 2 bei salti. Wakeena Falls è proprio sulla strada, un bel salto su un laghetto, Multnomah Falls, la più famosa per essere la più alta (quasi 200 mt.) è anche la più frequentata dai turisti: è un doppio salto di acqua, il primo sottile il secondo più ampio. Infine Oneonta Falls, very beautiful. Ci rimettiamo in strada e arriviamo nel piccolo paese di Biggs, dove ci piazziamo al Dinty’s Motor Inn, piccolo motel a 52,00 usd fornito di tutto quel che ci serve (bagno, tv, frigorifero, microonde, specchio modello Versailles e veduta panoramica sul Columbia River).

14 AGOSTO
Sveglia presto, ore 6,30, partenza da Biggs, si scavalca il Columbia River e si passa sulla sponda dello stato di Washington, proseguendo verso est sulla 14. Panorami mozzafiato sui due lati del canyon a picco sul fiume. Il corso del fiume, che una volta doveva essere un vero terrore per i pionieri, oggi scorre lento e pacifico, perchè è interrotto da numerose dighe che sfornano energia elettrica in quantità. Arrivati a Plymouth attraversiamo nuovamente il Columbia e ritorniamo in Oregon, una specie di zig zag. I paesaggi cambiano in continuazione, è il bello di questa parte degli Usa: pianure coltivate e piane semi desertiche, che lasciano improvvisamente il posto a canyon e montagne colorate che sembrano dipinte. Attraversiamo la riserva indiana degli Umatilla, senza vedere indiani (una tribù non molto celebre per la verità), ma raggiungendo alcuni punti panoramici davvero molto belli. Finalmente entriamo nelle Blue Mountains che sono il preludio della Wallowa National Forest, con spettacolari gole tra i monti ricoperti di pini e fiumi limpidi e impetuosi. Arrivati a La Grande, si imbocca la valle del Wallowa, un tempo la terra sacra dei Nez Perces di Chief Joseph e adesso capiamo perché si è tanto incazzato quando il governo degli Stati Uniti lo ha cacciato da qui. Facciamo una sosta alla Minam Recreation Area, una specie di paradiso: prato attrezzato con tavoli e panche, sulle rive del fiume Wallowa in mezzo ai monti (ci sono anche due cercatori d’oro con i setacci in mezzo al fiume, con grande pazienza si può ancora trovare qualcosa anche oggi…). A Enterprise, dopo brevissima ricerca, troviamo il Country Inn Motel a 55,00 usd, cameretta minuscola, ma con tutto quel che serve (bagno, tv, microonde… e pavimento di pelo… moquette a pelo lungo). Crediamo che il titolare abbia costruito queste stanze in barba a qualsiasi legge 626, dato che si tratta di una casetta di legno e compensato, dentro e fuori, con cavi elettrici volanti, da brividi. Joseph è l’ultima cittadina prima del Hells Canyon: sembra che il tempo si sia fermato un secolo e mezzo fa, un paesino in puro stile western. A poche miglia c’è il Wallowa Lake, circondato da monti ricoperti di neve: il mare è piùttosto lontano e la gente fa il bagno qui. In questo posto era accampato Chief Joseph quando nel 1877 l’esercito degli Usa gli ha ordinato di rinchiudersi in una riserva, dando il via a quella spettacolare ed epica fuga verso il Canada che ha visto protagonista il capo e la sua tribù, braccati dall’esercito per quattro mesi, fino alla resa nel nord del Montana a poche miglia dalla salvezza. Vicino al lago Wallowa c’è la tomba di suo padre (Joseph Senior, noi diremmo): Chief Joseph invece è stato sepolto a Washington, probabilmente gli Usa hanno fatto una specie di mea-culpa e, dopo averlo tormentato fino alla morte, oggi lo considerano un eroe. Per arrivare a Hells Canyon dobbiamo percorrere 45 miglia di strada solitaria in mezzo alle foreste di pini dell’Oregon, sperduti, nessuno in vista, tranne qualche mucca, paesaggio bellissimo e mozzafiato, ma anche pericolo di attraversamento di grossi animali. Sarebbe spiacevole e costoso scontrarsi contro un alce all’imbrunire. Arriviamo a Hells Canyon Overlook, l’unico punto raggiungibile con strada asfaltata, ma è una mezza delusione. Dopo avere visto il Grand Canyon in Arizona e il Fish River Canyon in Namibia, questo può essere definito un paesaggio molto bello, ma non paragonabile agli altri. Morale: tre ore di strada per restare là un quarto d’ora a scattare dieci foto. Sconsigliamo un viaggio del genere ai più esigenti. Gran finale con un favoloso tramonto rosso, da indiani.

15 AGOSTO
A poco a poco lasciamo alle nostre spalle l’Oregon, puntando verso nord sulla highway 3 che si snoda tra spettacolari praterie delimitate da colline. Incontriamo anche una piccola mandria di bisonti, apparentemente per uso domestico (praticamente “bistecche”). Siamo in piena Wallowa National Forest, dove Joseph View Point è una meraviglia anche se l’aria frizzante, anzi fredda del mattino ci costringe alle felpe. Sconfiniamo nello stato di Washington e la strada diventa sempre più panoramica. I boschi lasciano il posto a bellissimi canyon dalle pareti colorate, sul fondo scorrono fiumi impetuosi affluenti dello Snake. Il tempo sembra si sia fermato alla metà dell’800: un ranch nella piana sul fondo del canyon, i pionieri che coltivano il loro pezzo di terra, l’arrivo degli indiani… A Lewiston entriamo ufficialmente in Idaho e poco dopo eccoci a Spalding nella riserva dei Nez Perces. Il visitor center, gestito direttamente dai Nez Perces ha un piccolo ma curato museo con manufatti, abiti, armi ecc. della tribù. Segue un rapido giro a Lapwai, capoluogo della riserva indiana, dove però non c’è niente di chè. Sulla Hwy 12 verso est costeggiamo la riserva fino a Kamiah, con il Clearwater River che scorre sulla nostra destra per tutto il tragitto. Sono luoghi storici e dovunque ci sono testimonianze del passaggio a nord ovest di Lewis e Clark. La valle del Clearwater è bellissima: boschi di abeti, pareti a picco sul fiume, piccole spiaggette di sabbia bianca. Lasciata alle nostre spalle la riserva dei Nez Perces ci addentriamo nella Scenic Byway 12 che costeggia per buona parte il fiume Lochsa. Paesaggio selvaggio come nei film: gole tra i monti ricoperte di foreste di pini, fiume che scorre ora tranquillo ora tra le rapide. Oltre 150 miglia in questo modo. Abbastanza pesante alla fine, ma ci riporta all’epoca dei cercatori d’oro e dei cacciatori di pelli. Al Lolo Pass entriamo in Montana (oggi tocchiamo quattro stati) e in un altro fuso orario, si spostano in avanti le lancette di un’ora. A Missoula ci piazziamo al City Center Motel a 52.00 usd tasse incluse (bagno privato, tv, microonde, frigorifero).

16 AGOSTO
Aria frizzante da queste parti alla mattina, non c’è che dire. Missoula città universitaria dorme ancora e noi partiamo sulla Hwy 93 per il nord; la meta finale di oggi è Glacier National Park. Il piano di viaggio prevede una sosta nella riserva dei Flathead, confederazione delle tribù indiane Salish e Kootenai, che non sono ingiustamente passati alla storia. Tribù pacifica, i loro antenati avevano accolto e sfamato Lewis e Clark, ormai stremati, durante la loro epica traversata in queste terre nel 1805-1806. Purtroppo invece le tribù indiane vengono ricordate più per la grandiosità dei loro scontri con l’esercito americano e per i massacri, che per la loro bontà. Ecco perché sono molto più popolari i Sioux, Cheyenne e Apache. La sosta prevista è al National Bison Range, una riserva che ospita in libertà diverse centinaia di bisonti. Al visitor center, gestito dagli indiani Salish, acquistiamo per 80,00 usd il National Park Pass, una card che ci permetterà di entrare in tutti i National Parks e National Monuments americani per un anno (magari potessimo restare così tanto!) senza più pagare nemmeno un centesimo. Il giro del National Bison Range è un anello di 19 miglia a senso unico da percorrere in macchina, su sterrato e montagna, alla ricerca di bisonti e altri animali. Facciamo subito un primo incontro con un bisonte solitario, ma poi più niente. L’incontro con una grossa mandria avviene dopo più di 15 miglia, a giro quasi terminato, quando ormai avevamo gettato la spugna. Il viaggio prosegue verso nord fino al Flathead Lake, il lago più grande del Montana, una vera attrattiva turistica. In questi giorni abbiamo scoperto che nel nord ovest (Oregon, Idaho, Montana) questa è la stagione delle ciliegie. Complice il prezzo basso e il cambio favorevole (ciliegioni da 4,50 a 6,00 usd il kg) ne mangiamo a chili. Lasciamo la riserva dei Flathead e arriviamo nei pressi del Glacier National Park. Facciamo un po’ fatica a trovare un motel a prezzi abbordabili, da queste parti viaggiano tutti attorno ai 100 usd, non tanto per il livello quanto per la vicinanza al parco. Ne troviamo uno, il meno peggio a 86,00 usd, il Hungry Horse Motel proprio nel piccolo centro di Hungry Horse (che fantasia). Standard classico (bagno, tv, wifi) ma senza frigorifero. Non importa: con la temperatura che scende verso sera, basta lasciare i generi deperibili in macchina per la notte e il mattino dopo ritrovi tutto fresco e perfettamente conservato. Teniamo la ciliegina del parco per domani e siccome abbiamo ancora tempo, andiamo a dare un occhio al versante sud ovest di Glacier, lungo la strada in mezzo ai monti che costeggia il Flathead River fino ad Essex. Serata indimenticabile a mangiare una bistecca meravigliosa in una piccola steakhouse proprio davanti al nostro motel.

17 AGOSTO
Titolo: Glacier. Sottotitolo: meraviglia. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, se non che ci spagliamo presto e partiamo con un’aria polare che ci costringe per la prima volta ad accendere il riscaldamento della macchina. Glacier è solo a poche miglia dal nostro motel e pare che poca gente entri a quest’ora, quando neanche il visitor center è aperto. La principale attrattiva del parco è la Going to the Sun Road, una strada asfaltata di circa 50 miglia che percorre trasversalmente tutto il parco da West Glacier a East Glacier, attraversando paesaggi di montagna da favola. Prima sosta a Lake McDonald, ancora avvolto dalla nebbia, dove si specchiano i monti sullo sfondo. Tutto il tragitto è un continuo di soste per fare foto a monti, ghiacciai, fiumi e animali, compresa una marmotta che ci passa in mezzo ai piedi. Il culmine è Logan Pass, a 2025 mt. con una scampagnata fino alle nevi perenni in un posto magico circondato dalle vette innevate e prati ricoperti di fiori. Scendiamo poi verso St Mary, dove il lago omonimo è flagellato da un vento incredibile. Sul lago è possibile fare delle escursioni in battello; oggi non sembra la giornata ideale, sempre che non si voglia vomitare. Oltre alla Going to the Sun Road a Glacier ci sono altre due strade pavimentate, una delle quali porta al lago di Many Glacier. E qui incontriamo un orso in libertà, in carne ed ossa. Naturalmente l’animale è piùttosto lontano, quanto basta per scattare qualche foto a testimonianza dell’incontro, stando a distanza di sicurezza. E così anche l’orso entra nel nostro paniere degli animali selvaggi fotografati. Il tour prosegue nella riserva dei Blackfoot fino al confine con il Canada, giusto per provare l’emozione di arrivare fino al cospetto della bandiera bianca e rossa con la foglia d’acero (chissà, potrebbe essere il presagio di un prossimo viaggio…) Più tardi rientriamo nel Glacier National Park per l’ultima tappa, Two Medicine con la cascata intitolata alla leggenda di Aquila che Corre. Non si trova posto nei motel locali, nemmeno nella riserva dei Blackfoot quindi arriviamo in un paesino sfigato e ne troviamo uno piccolo senza pretese, a conduzione familiare, dal prezzo estremamente accattivante: 47,00 usd, il Terrace Motel a Cut Bank In tutta sincerità, il motel è il peggiore (soprattutto in termini di igiene) di tutti quelli che abbiamo trovato fino ad ora. Ci viene in aiuto il sacco lenzuolo, saggiamente portato da casa…

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