NAMIBIA – “Wild Namibia”

02 – 03 settembre 2010
Stavolta ci aspetta uno degli spostamenti più impegnativi della nostra carriera di viaggiatori: più di 24 ore di viaggio, tre tratte aeree, spezzate da lunghe attese in un paio di aeroporti tra i maggiori dell’Africa… vista da fuori sembrerebbe una pura follia. Invece si va dall’altra parte del mondo, ci chiama la Namibia, un sogno accarezzato da anni e che adesso si avvera. Il primo volo è alle 17,00, Malpensa – Cairo con Egyptair e per essere al check-in alle 15,00 dobbiamo partire un po’ prestino per evitare problemi di sorta: quindi treno a Fidenza alle 10,50. Il volo Egyptair di tre ore e mezzo sembra lungo un’eternità: i passeggeri, buona parte egiziani, sono dei veri casinisti, urlatori con code di figli scatenati al seguito. Una bolgia. Segue uno stop di 4 ore all’aeroporto del Cairo e quindi il volo di 8 ore (notturno) per Johannesburg, sempre con Egyptair. Allo sbarco a Johannesburg, in terra sudafricana, ci rendiamo conto che i veri aeroporti da terzo mondo li abbiamo noi in Italia, Malpensa in testa. Dopo uno stop di altre cinque ore ci imbarchiamo sul volo South African Airways per Windhoek. Ancora due ore di volo e ci siamo. Sono le 14,45 locali del 3 settembre (le 13,45 italiane, l’ora legale entrerà in funzione a nostra insaputa il 5 settembre, riportando le lancette un’ora più avanti, alla stessa ora dell’Italia) e noi sbarchiamo trionfalmente in terra namibiana. All’aeroporto di Windhoek, che non è particolarmente impressionante, ci attende il nostro autista che ci porterà all’autonoleggio per ritirare il nostro carro bestiame. Pur avendo letto di tutto, sgraniamo gli occhi quando il nostro autista impugna il volante salendo a destra, inforcando la corsia di sinistra e immettendosi in una rotonda in senso orario: qui si guida a sinistra, con tutto quello che ne deriva. Dovremo farci l’abitudine. E prima lo faremo, meglio sarà. All’autonoleggio, dove facciamo in tempo ad incontrare una coppia di italiani che hanno appena riconsegnato il mezzo, infuriati e bestemmianti contro il noleggiatore (chissà cosa sarà successo, è la prima volta che ci capita), ritiriamo il trattore che abbiamo prenotato via internet, un Nissan 4×4, con tenda sul tetto ed equipaggiamento completo da campeggio per due persone (trapunte, cuscini, asciugamani, tavolo, sedie, pentolame ecc.). Per ovvi motivi di sicurezza, dopo esserci capiti tra di noi con uno sguardo, lasciamo le due bombole (fornello & luce a gas) all’autonoleggio, carichiamo la tanica di riserva per il gasolio e partiamo, rigorosamente sulla corsia di sinistra e con il nostro nuovo volante a destra, per ricoverarci d’urgenza al Arebbusch Travel Lodge, prenotato su internet tramite la Namibia Cardboard Box per la modica cifra di 350,00 dollari namibiani (grossomodo 38,00 euro in due). Si tratta di una bella struttura verso la periferia sud di Windhoek, ben recintata e con servizio di guardie all’ingresso (evidentemente la criminalità è abbastanza diffusa), dotata di ristorante, piscina e diverse possibilità di sistemazione per tutte le tasche (chalet, stanze con bagno, senza bagno, campeggio). Segue una spesa veloce in un supermercato nelle vicinanze, giusto per mettere qualcosa sotto i denti e poi, dato che alle 18,00 locali il sole tramonta e alle 18,30 è buio pesto, essendo ormai spappolati, salutiamo il mondo e alle 20,00 la buonanotte è già scattata da un pezzo. 

04 settembre 2010
Dopo una sana e robusta dormita di una decina di ore (!) siamo pronti per la nostra avventura africana. L’aria alle sei del mattino è piuttosto frizzante, anzi fa abbastanza freddo, anche se la temperatura non scende mai sotto lo zero (almeno in questa stagione). Fortunatamente ci siamo attrezzati con giacche di pile e felpe pesanti. L’escursione termica tra giorno e notte è piuttosto elevata (superiore ai 20 gradi) e occorre quindi vestirsi a strati che vanno eliminati via via durante la giornata, per poi essere nuovamente indossati verso sera. Tanti saluti all’Arebbusch e soprattutto a Windhoek (che, in confidenza, ci sembra abbia poco da dire), si imbocca la B1 (ottimamente asfaltata, particolare importante) verso nord.  Lasciamo la capitale e ci ritroviamo in una delle tante strade lunghe e drittissime a perdita d’occhio. Ben presto facciamo i primi incontri con babbuini, springbok e facoceri. Arrivati ad Otjiwarongo riempiamo per precauzione la tanica di riserva e facciamo il primo pieno al nostro bolide e qui ci accorgiamo che il catorcio beve più di una vecchia spugna. Fortunatamente il gasolio costa 7,85 N$ al litro (l’equivalente di 0,80 euro). Appena oltrepassato il paese, imbocchiamo a destra uno sterrato di 40 km di terra rossa (la D2440) per il Cheetah Conservation Found, una grande fattoria dove gli studiosi si occupano di salvare, curare e studiare i ghepardi. Facciamo una passeggiata accompagnati da una guida che ci mostra i ghepardi da pochi metri e assistiamo al loro pasto. Gran bei gattoni, con il pelo non molto morbido al tatto (sembra di accarezzare uno zerbino, per intenderci), scopriamo che fanno le fusa come i gatti domestici. Da segnalare che lo sterrato di oggi era segnalato come “brutto e difficile”, in realtà era molto compatto e non ci ha creato problemi, il che ci fa ben sperare per i prossimi giorni. Piccola nota di colore: durante la preparazione del viaggio, nei mesi precedenti la partenza, abbiamo scoperto che sarebbe stato meglio dotarsi di patente internazionale. Ci siamo rivolti all’ACI alla quale abbiamo mollato 70,00 euro per un pezzo di carta con foto. Giunti in Namibia, ci siamo resi conto di avere buttato nel cesso 70,00 euro: attenzione, attenzione, signori viaggiatori: per patente internazionale si intende qualunque patente che rechi sul frontespizio la scritta “patente di guida” anche nella lingua ufficiale del paese che si visita. Praticamente tutte le patenti italiane (almeno quelle emesse a partire da una quindicina di anni fa) hanno la scritta “patente di guida” in inglese e in almeno altre sei/sette lingue: quindi equivalgono a “patente internazionale. Scoprendolo abbiamo sentito il rumore dello sciacquone che si portava via i nostri 70,00 euro. Please, non commettete il nostro errore, controllate la scritta sul frontespizio, partite con la vostra patente e buon viaggio. Stanotte pernotteremo nella cittadina di Tsumeb, dove nel frattempo visiteremo il famoso museo dei minerali (questa è una delle zone mineralogiche più importanti del mondo). La cittadina di Tsumeb è pulita e ordinata, con bei giardini, ma stranamente poco affollata anche se è sabato. Troviamo un ottimo alloggio al Travel North Accomodation (440,00 N$), camera con bagno, tv, piccolo angolo cucina con frigorifero e un bel giardinetto davanti. Purtroppo il museo dei minerali non esiste più, la polizia dice che l’hanno portato altrove, ma non sanno dove. Cocente delusione.

05 settembre 2010
Sveglia alle 6,00, bisogna sfruttare tutte le ore di luce. Dopo poco più di 100 km da Tsumeb (è ancora aperta e bruciante la ferita del non-museo dei minerali) raggiungiamo l’ingresso del mitico parco di Etosha. E qui siamo davanti al sogno che si avvera, un momento sognato da mesi, forse aspettato da una vita. Nel frattempo stanotte, a nostra insaputa, è entrata in vigore l’ora legale (un’ora in più, stessa ora dell’Italia, adesso) quindi siamo stati derubati di un’ora di luce. Il parco ha due soli ingressi, Anderson Gate, a ovest nei pressi di Okaukuejo e Von Lindequist Gate, a est vicino a Namutoni; sono simili a due posti di blocco ed è necessario mostrare la prenotazione fatta tramite la Card Board Box. La nostra, che prevede due notti nel lodge di Halali e una notte nel lodge di Okaukuejo è vecchia di otto mesi. E’ da gennaio che stiamo lavorando su questo viaggio. All’ingresso ti fanno compilare la tua scheda dati e ti leggono le norme, praticamente “patti chiari, amicizia lunga” (non si può scendere dall’auto se non all’interno dei lodge o nelle piazzole autorizzate, non si può restare in giro nel parco dopo il tramonto, non si può nutrire gli animali né avvicinarsi troppo a loro o disturbarli ecc.). Dopo pochi chilometri ed un paio di dik-dik arriviamo a Namutoni, un lodge ricavato da un fortino dell’esercito tedesco, tutto bianco, che risale agli inizi del novecento; facciamo la registrazione ufficiale, entriamo pesantemente in contatto con la lentezza lumachesca degli operatori locali, paghiamo la tassa di soggiorno per i prossimi tre giorni (510,00 N$) e compriamo la fondamentale mappa con le strade e le pozze per l’avvistamento degli animali. Sarà la nostra bibbia fino a quando resteremo nel parco. Le strade all’interno del parco sono tutte ghiaiate, ma molto compatte, tanto che probabilmente si potrebbero percorrere con un’auto normale e non un fuoristrada. La cosa straordinaria di Etosha è che si può girovagare in assoluta libertà, senza guida, ma soprattutto con la certezza di vedere un gran numero di animali selvaggi in libertà. Non c’è bisogno di andare a cercare gli animali in capo al mondo: è sufficiente fermarsi accanto ad una pozza qualunque, armarsi di un po’ di pazienza e attendere: loro arriveranno. Troviamo subito un gruppo di zebre e di orici in una pozza appena fuori Namutoni. E già ci sembra una cosa straordinaria. Non sappiamo ancora cosa ci attende. Cambiamo pozza ed è un trionfo di animali di ogni specie: giraffe, zebre, kudu, gnu, facoceri, springbok, orici, dik-dik, impala. Dopo avere visto da lontano alcuni elefanti, arriviamo in prossimità di una pozza dove ce ne sono ben quindici all’abbeveraggio, mentre tutti gli altri animali si tengono alla larga, rispettando la stazza. Qua la legge appartiene al più grande. Poi, dato che siamo intenzionati a battere tutte le piste, puntiamo verso una strada apparentemente poco battuta perché in realtà non porta ad alcuna pozza. Qui troviamo la sorpresa più grossa ed inaspettata: un giovane leopardo è sdraiato in mezzo alla strada e non ha nessuna intenzione di andarsene. Ci fermiamo a pochi metri, l’animale è bellissimo e tranquillo, tanto che dopo averci guardato a lungo, si rimette a dormire in mezzo alla strada. Ci sono persone che vanno a fare diversi safari senza mai incontrare un leopardo (che è animale notturno e che durante il giorno se ne sta nascosto sugli alberi o tra l’erba alta); noi ne becchiamo uno subito il primo giorno: è davvero qualcosa di miracoloso. Poi arriva la macchina dei soliti coglioni e lo fanno scappare. Almeno ce lo siamo guardato e fotografato per una ventina di minuti. Certe fortune capitano una volta sola nella vita. Verso il tramonto, dopo avere girovagato in lungo e in largo, dopo una indigestione di animali da National Geographic, ci presentiamo al lodge di Halali. Non ci resta che inaugurare la roof-tent, la tenda sul tetto dell’auto. Quando abbiamo prenotato diversi mesi fa, i posti in bungalow erano già esauriti, quindi abbiamo dovuto ricorrere ad un’auto attrezzata con tenda che ci servirà per due notti ad Halali e poi probabilmente anche altrove durante il nostro trip. La terza notte nel parco la trascorreremo nel lodge a Okaukuejo in un letto vero, in una stanza vera. Il pacchetto delle tre notti all’interno di Etosha, prenotato via internet obbligatoriamente tramite la Card Board Box ci è costato in tutto 206,00 euro. Nel giro di 5 minuti la tenda-palafitta è allestita, basta aprire alcune cerniere, togliere l’involucro ed estrarre la scala che farà anche da appoggio per la piattaforma: automaticamente la tenda si apre e quando la scaletta tocca il terreno, la camera da letto 210×120 è pronta per l’uso. Ognuno dei tre lodge di Etosha ha la sua propria pozza nei pressi del villaggio, dove i turisti possono andare a sedersi e, facendo il massimo silenzio, possono attendere l’arrivo degli animali che vengono ad abbeverarsi durante tutta la giornata e anche di notte, grazie ai fari che illuminano a giorno. Siamo fortunati, ci sono cinque rinoceronti che se la spassano; poi arrivano dieci elefanti, che agiscono di prepotenza e cacciano i poveri rinoceronti che sono costretti a ritirarsi nella boscaglia ed attendere i porci comodi dei giganti. Che spettacolo. Il cielo africano è limpido e pieno di stelle, sembra di essere in un film.

06 settembre 2010
Sveglia alle 4,30 per andare a vedere la pozza. In fin dei conti siamo qui una volta nella vita, dormiremo a casa. Peccato che la pozza sia un vero pacco, non c’è nessun animale. Torniamo a letto a recuperare un po’ del sonno perduto. Quindi si smonta la tenda. Stiamo diventando dei veri zingari: la roof tent chiaramente non può essere lasciata al lodge, ma è necessario richiuderla ed impacchettarla nuovamente per portarsela in giro per tutta la giornata. Un applauso ai campeggi dei lodge per gli ampi spazi dedicati alle tende e per la pulizia dei servizi. Oggi esploreremo le piste ad ovest di Halali, abbiamo giurato a noi stessi che le batteremo tutte. Altrimenti non torneremo a casa. Le strade sono ghiaiate e compatte, la velocità consigliata è al massimo 60 km/h, anche se c’è qualche cretino che si diverte a sfrecciare, facendo schizzare i sassi (pericolosissimo per i parabrezza) e alzando nuvoloni di polvere che tolgono completamente la visuale per alcuni secondi. Trascorriamo la giornata tra zebre, gnu, impala, kudu e giraffe. Finora del leone, nemmeno l’ombra. In compenso arriviamo ad una pozza dove troviamo un elefante solitario intento a fare il bagno nell’acqua fangosa. Ne arriva un altro. Poi un altro. E un altro ancora. Alla fine, a dieci metri da noi, ci sono ventisei elefanti. Ma parliamo un attimo delle toilettes: non potendo scendere dall’auto per ovvi motivi di sicurezza, per eventuali necessità si possono utilizzare le toilettes indicate sulle mappe. Avevamo letto che le toilettes sono aree delimitate da robuste reti alle quali si accede direttamente con l’auto, con un cancello che deve essere aperto ma immediatamente chiuso. In realtà la maggior parte delle toilettes che abbiamo visto sono prive di qualunque protezione o cancello; alcune si trovano addirittura in mezzo alla savana tra gli alberi, da cui potrebbe uscire ogni genere di animale feroce. Nel pisciare in queste condizioni di sicurezza precaria, con gli occhi aperti in tutte le direzioni e le orecchie ben tese, si capisce cosa provano le povere zebre, giraffe, antilopi ecc. tutte le mattine quando si avvicinano alla pozza per bere. La particolarità del parco è l’Etosha Pan, una enorme depressione di fango secco e bianco, completamente livellato, che appare come un grande lago in secca. In realtà quando piove, il Pan si ricopre di un po’ d’acqua e per gli animali è una vera festa. L’Etosha Lookout è un punto panoramico che si protende per tre chilometri verso l’interno del pan e al quale si può arrivare anche in auto. Qua si può scendere dall’auto, non c’è nessun animale e se anche ci fosse, il suo arrivo sarebbe ben visibile da lontano: non c’è una sola pianta o un arbusto nel giro di chilometri. Poi, per scaramanzia, ripercorriamo la strada dove ieri abbiamo trovato il leopardo, ma ci vorrebbe un colpo di culo bestiale per rivederlo. E infatti non ce n’è traccia. Rientriamo al limite del tramonto al lodge e rimontiamo rapidamente la tenda. Poi un salto alla pozza, dove ci sono molti altri ospiti del lodge in attesa di animali. Abbiamo notato che molti turisti nord europei (Germania in testa) sono ultra settantenni: complimenti per il dinamismo, loro si beccano un volo intercontinentale e, probabilmente con la loro borsa delle pillole per i loro malanni, dopo non meno di dieci ore di volo, sbarcano da queste parti e si devono il safari. Dato che i lodge sono dotati di ristorante a buffet aperto a tutti gli ospiti, sia i ricchi (quelli degli chalet e dei bungalow) sia i poveri (come noi, in tenda), approfittiamo per rifocillarci con carni esotiche (orice e kudu) al modico prezzo di 150,00 N$ a testa. Nota di colore: durante la notte, tra le tende del campeggio, passeggiano tassi e sciacalli. 

07 settembre 2010
E’ giunto il momento di mollare Halali, la prossima notte la passeremo in un vero letto a Okaukuejo. Non che in tenda ci siamo trovati male, tutt’altro, ma un bel letto ogni tanto ce lo meritiamo anche. Tra l’altro a Okaukuejo ci siamo sbragati ed abbiamo preso una room in mezzo al giardino, una cosa veramente da signori, che sarà comunque una sorpresa perché non abbiamo visto ancora nessuna immagine, neanche su internet. La tenda viene rapidamente ricomposta e partiamo percorrendo Rhino Drive, ma a dispetto del nome (dovrà il suo titolo onorifico alla presenza di rinoceronti in quantità?) è un pacco assurdo. A parte un serpentello, non incontriamo proprio nessun animale. Come se non bastasse, anche le prime pozze sono un bidone da paura. Nei primi giorni abbiamo visto di tutto: che la nostra fortuna si sia già esaurita? Non ancora completamente scoraggiati arriviamo alla pozza di Aus, che troviamo inspiegabilmente vuota, con tutti gli erbivori che si tengono a debita distanza, come se l’acqua puzzasse di merda. Sono coglioni? No, semplicemente c’è… un leone! Finalmente, dopo tre giorni di ricerca e di appostamenti lo vediamo. Si tratta di un giovane maschio che fa quel che vuole della pozza, tanto comanda lui. Dispettoso come una scimmia, si sdraia dietro un cespuglio ad una certa distanza da noi, scomparendo quasi dalla nostra vista. Eh no, bello. Abbiamo sorvolato l’Africa per vederti, sono giorni che mangiamo polvere e non scendiamo neanche per pisciare, adesso vogliamo vederti bene. Costi quel che costi, staremo qui ad aspettare che la bestia si alzi in piedi e dia segno di vita. L’appostamento dura quasi un’ora, ma alla fine dà i suoi frutti perché il leone si alza e per premiarci viene verso di noi, passando a pochi metri dalla nostra auto per andare a sdraiarsi sotto un albero a due metri da noi. Bingo, mai visto un leone così da vicino e in libertà per giunta. Foto in quantità industriale. Ormai abbiamo già avuto praticamente tutto, cosa può ancora succedere oggi? Galvanizzati ci dirigiamo verso un’altra pozza, dove troviamo una specie di arca di Noè (struzzi, giraffe, zebre, orici, gnu, antilopi ecc.). Troviamo anche la prima (e forse unica) toilette in sicurezza, con robusto ed alto recinto e cancello da richiudere immediatamente dopo essere entrati e usciti. Avvicinandoci ad Halali passiamo per la pozza di Nebrowni che si trova in una vasta conca pianeggiante senza vegetazione: anche qui c’è una vera e propria arca di Noè che si potrebbe anche definire (con meno poesia) come “un grande supermercato di macelleria” per i predatori. E infatti il leone non manca, anzi sembra molto interessato a tutta quella carne che cammina. E con questo, fanno due leoni in un giorno, un vero colpo di culo. Il viaggio continua verso altre pozze: Okondeka si trova direttamente sul pan ed oggi è affollata da una moltitudine di animali; peccato che siano piuttosto lontani e difficilmente fotografabili. Pazienza, li fotograferemo con gli occhi e con il cervello e ce li porteremo a casa indelebilmente. Una vocina ci richiama verso la pozza di Nebrowni e sulla strada ci fermiamo a fotografare un enorme elefantone che sta facendo i fatti suoi a pochi metri dalla carreggiata. Ad un certo punto ci guarda, ci punta e decide di partire, con il suo passo lento, ma deciso. Non si ferma più: è meglio spostarci, quel carro armato non perdona e potrebbe schiacciarci come due hamburger. Morale: se non ci fossimo spostati di qualche metro, saremmo diventati le sue strisce pedonali. Il gran finale è ancora alla pozza di Nebrowni: non uno, ma addirittura sette leoni in un colpo solo e, per di più, in caccia. Per oggi abbiamo fatto il pieno. Euforici come due bambini che hanno trovato il vaso della nutella, arriviamo poco prima del tramonto a Okaukuejo, un lodge veramente lussuoso con chalet e villette circondate da prati e l’immancabile pozza illuminata con tribuna per vedere gli animali all’abbeveraggio. Per i più facoltosi è possibile noleggiare uno chalet a pochi metri dalla pozza per godersi lo spettacolo della fauna africana restando comodamente appollaiati sul balcone di casa. In questo momento la pozza è abitata da cinque rinoceronti (tra cui un cucciolo che assomiglia tanto ad una porchetta…) e da tre elefanti. E che dire della nostra stanza: pur essendo tra quelle più a buon mercato è veramente lussuosissima. Enorme letto con baldacchino e zanzariera, frigorifero, bollitore con vasta dotazione di the di svariate marche, salottino con vetrata e un bagno in pietra e cotto: non siamo abituati a tanto lusso e battezziamo subito la stanza con il nome di “camera imperiale”. 

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  1. silvio de lucia Rispondi

    Supenda e completa recensione.
    Ma la patente italiana è allora valida?

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