LANZAROTE – “L’isola dei 300 Vulcani”

27/12/2005 – MALPENSA – LANZAROTE (VIA BARCELLONA)
Le previsioni del tempo non promettono niente di buono e per stanotte annunciano possibilità di neve su tutta la Pianura Padana. Bella sfiga,  proprio oggi che dobbiamo fare 170 chilometri per andare alla Malpensa. La nostra  partenza, che era stata fissata per le quattro del mattino (convocazione in aeroporto per le 7,00), viene bruscamente anticipata alle 2,30 perché, come volevasi dimostrare, nevica. Beccàti malissimo partiamo mentre la neve ha già ricoperto il manto stradale, ma fortunatamente la situazione migliora nei pressi di Milano. Dopo tanta fatica, ci pensa la mitica Alitalia a farci riposare: un’ora di ritardo secca sulla partenza. Da notare che non c’era né neve sulla pista, né scioperi, né altro. Forse bisognava solo aspettare qualcuno di “importante” come spesso accade con la nostra compagnia di bandiera. E’ la prima volta che voliamo con Alitalia  e siamo già pentiti. A Barcellona dovremmo avere uno stop di un’ora e mezzo per cambiare volo (Air Europa), ma siccome un’ora se l’è già divorata Alitalia, ci restano 30 minuti per correre e sperare di imbarcarci in tempo. Ci riusciamo per il rotto della cuffia, anche se al check-in fanno molta fatica a trovare i nostri nomi. Un bel mistero. Siamo a Lanzarote, davanti al tappeto per il ritiro dei nostri bagagli. Tutti raccolgono le loro valigie e se ne vanno sorridenti. Il tappeto si ferma, vuoto: restiamo solo noi due e ci guardiamo in faccia temendo il disastro, ma ormai certi della sfiga. Una gentilissima addetta dell’aeroporto ci intercetta, conosce già i nostri nomi e cognomi e ci informa che, a causa del ritardo di Alitalia, i nostri bagagli sono rimasti a Barcellona, ma sono già stati intercettati, arriveranno con il primo volo possibile domani e ce li consegneranno direttamente in appartamento. L’Alitalia ha colpito ancora. Fortunatamente non siamo due babbei ed abbiamo da tempo la sana abitudine di arricchire il bagaglio a mano con qualche indumento di emergenza (non si sa mai) e perciò abbiamo ugualmente una buona autonomia. Le palle comunque girano vorticosamente, anche perché nelle borse in stiva c’erano i nostri amati salami. Quindi, leggerissimi, con il solo conforto dei nostri zainetti, facciamo un salto alla Autoreisen per ritirare la Citroen Saxo bianca e poi dritti verso Costa Teguise, poco più a nord di Arrecife, a una quindicina di chilometri dall’aeroporto, alla scoperta del Apartamento Celeste, trovato su Hotelkey (internet) al prezzo di 245,00 euro per 8 notti (quindi 15,00 euro a testa per notte, mica male). Per la verità ci aspettavamo un clima più mite: purtoppo circa un mese fa la tempesta tropicale “Delta”, dopo essersi formata in mezzo all’Atlantico, anziché dirigersi verso i Caraibi come sempre, si è abbattuta sulle Canarie, provocando qualche danno. La coda di questa perturbazione è ancora da queste parti e il clima, per nostra somma sfiga, non è caldissimo.  Faremo ampio uso del pannetto sul letto durante la notte e di felpe imbottite durante il giorno.

28/12/2005 – PLAYA PAPAGAYO, PLAYA BLANCA, PUERTO DEL CARMEN
Il nostro appartamento è molto semplice, ma completo: soggiorno con angolo cottura, bagno, camera da letto. Chiaramente, siccome il freddo da queste parti è piuttosto insolito, le finestre sono tutt’altro che isolate: sono scorrevoli e tra una vetrata e l’altra ci sono spazi di almeno 2 dita, dai quali di notte, più che spifferi soffiano uragani gelidi. Il complesso “Celeste”, che si trova in centro a Costa Teguise, ha anche una piccola piscina, che almeno per oggi ci limiteremo a guardare e basta. Attendiamo con la giusta ansia che gli addetti dell’aeroporto ci riconsegnino i bagagli (direttamente in appartamento, così ci hanno garantito) dopo il piccolo contrattempo di ieri. Nel frattempo inizia l’esplorazione dell’isola, che è completamente vulcanica, le distese di lava nera e grigia acuminata sono enormi ed impressionanti e dimostrano che a Lanzarote le eruzioni vulcaniche sono molto più recenti rispetto alle altre isole dell’arcipelago. Percorriamo la strada principale per Arrecife, quindi verso Yaiza per arrivare a Playa Blanca, all’estremo sud, di fronte a Fuerteventura Da queste parti ci sono diverse spiagge bianche molto belle con mare azzurro e limpido, che devono essere una favola in estate: purtroppo oggi il tempo non è granchè e ci costringe alla felpa, quindi non solo “niente bagno” ma anche “niente sole”. Si pagano tre euro per entrare al Monumento Natural de los Ajaches e poter parcheggiare l’auto fino sulla scogliera. Sotto c’è Playa Papagayo, a forma di mezzaluna e di sabbia dorata, chiaramente deserta. Poco distante c’è Playa Mujeres, più lunga e  anche questa di sabbia dorata. Qualche pazzo che fa il bagno comunque c’è: si tratterà del solito nordico. Playa Puerto Muela è più scura delle altre, ma ha lo stesso effetto su di noi: una gran rabbia per il clima ostile. Speriamo vada meglio nei prossimi giorni. Sulla via del ritorno facciamo una piccola deviazione sulla sinistra per dare un’occhiata alle Salinas del Janubio. Poi attraversiamo nuovamente l’abitato di Yaiza, un piccolo paesino proprio sulla strada, completamente costituito da casette bianche basse, che si spargono anche sulle colline circostanti: sarà il periodo post-natalizio, sarà il freddo, saranno le palme disseminate tra le case, saranno gli addobbi, ma questo posto ci fa proprio venire in mente un presepe. Piccola sosta a Puerto del Carmen, pochi chilometri a sud di Arrecife: il paese è quanto di più turistico abbiamo visto finora sull’isola: c’è una lunga passeggiata costeggiata da palme, da una parte il mare con una bella spiaggia tutt’altro che disprezzabile, dall’altra i negozi di souvenir mescolati con i ristoranti. Torneremo senz’altro nei giorni prossimi a fare shopping. E siccome il frigorifero reclama, alle porte di Arrecife facciamo un pit-stop al Hyperdino, che diventerà il nostro fornitore ufficiale di vettovaglie.Al rientro troviamo la gradita sorpresa delle nostre valigie: che felicità, adesso abbiamo le mutande di ricambio (oltre a tutto il resto). Ci avventiamo sulle borse come due vandali ed andiamo a rovistare fino a rinvenire il contenuto più prezioso: i nostri salami, uno dei quali viene decapitato subito senza pietà, per festeggiare il ritrovamento, mentre l’altro, volendo a tutti i costi abbellire la casa ed essendo sprovvisti di fiori, verrà infilato dentro un vaso di vetro, come un’ortensia.

29/12/2005 – JAMEOS DE AGUA, MIRADOR DEL RIO, HARIA
Dopo una sostanziosa colazione a base di toast (in cucina non manca proprio niente, c’è anche il tostapane) e di succhi di frutta, partiamo verso il nord e la prima sosta sarà al Jameos de Agua. E qui facciamo la conoscenza (nel senso che cominciamo a sentir parlare, lui poveretto è morto diversi anni fa) del signor Cesar Manrique, un architetto geniale di fama internazionale originario proprio di Lanzarote che qui ha lasciato un sacco di sue creazioni che sono diventate monumento nazionale. A Lanza lui è venerato come un eroe del paese e durante tutto il nostro viaggio lo avremo con il fiato sul collo. Il Jameos de Agua è un insieme di grotte vulcaniche sotterranee, nelle quali entra l’acqua del mare a formare dei laghi, originate dalla sboccata del vulcano de la Corona e dal successivo crollo delle volte sovrastanti. Si scende una scala di pietra vulcanica e inizia il Tunel de la Atlantica, una grande grotta, aperta alle estremità come una lunga galleria del treno, con un lago sotterraneo di acqua salata e cristallina. Il lago può essere attraversato con una passerella che permette di vedere i piccolissimi granchi ciechi che qui trovano il loro habitat naturale, anche se normalmente vivono nelle profondità dell’oceano. Verso l’uscita della grotta è stato ricavato un angolo bar con sedie e tavolini tra palme e piante tropicali e musica in filodiffusione, mentre all’esterno è stata creata una originale piscina di marmo bianco con acqua color turchese (sembra scavata sulla calotta polare). Da notare che tutto il giardino e la piscina sono circondate da pareti di lava alte almeno dieci metri: anticamente anche qui c’era la grotta, poi il “tetto” deve essere crollato. All’estremo del Jameos de Agua si entra in un’altra grotta dove il buon Manrique ha creato addirittura un auditorium per i concerti di ben 600 posti a sedere. Salutiamo il Jameos e prendiamo la strada verso l’interno per arrampicarci con l’auto verso il Vulcano de la Corona, che adesso sembra innocuo, ma ai suoi tempi deve aver fatto proprio un bel casino (il Jameos e tutte le distese esagerate di lava qui intorno le ha fatte lui). Ormai il paesaggio vulcanico comincia a diventarci famigliare, soprattutto le curiose costruzioni di pietra a forma di pozzo, alte anche fino a un metro, all’interno delle quali vengono coltivate le viti (evidentemente per ripararle dal vento, che qui a volte è insopportabile). Dopo le foto di rito, la strada ci porta al Mirador del Rio, il punto panoramico più spettacolare di Lanzarote. Anche  qui ha messo le sue zampette il già citato Cesar Manrique, progettando ed edificando con la pietra lavica del posto una costruzione molto curiosa con grandi vetrate, ma perfettamente mimetizzata. Una grande balconata a quasi 500 metri permette di vedere le due coste dell’isola: quella più lontana si vede là in fondo, verso il Jameos de Agua, dopo chilometri e chilometri di terreni di lava raffreddata, mentre quella più vicina è proprio a strapiombo sotto di noi. Siamo sospesi in aria sul blu dell’oceano. Di fronte, là sotto, c’è l’isola de la Graciosa, separata da un braccio di mare di meno di due chilometri e più in là c’è l’isolotto de l’Alegranza (il nome è tutto un programma). Il tempo è infame, tira un vento freddo bestiale (anche se qualcuno si ostina a portare le infradito), il mare è agitato e non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di prendere uno di quei traghetti che da Orzola portano a la Graciosa (ci sarebbe da sboccare per due ore). Le spiagge dell’isolotto pare siano fantastiche: Playa Francesa, Playa de la Cocina, Playa del Salao, tutte di sabbia bianca. Chissà se il tempo migliorerà nei prossimi giorni… Per il rientro verso il focolare domestico (ce ne vorrebbe davvero uno, vista l’aria che tira) scegliamo di percorrere la strada interna, più lunga, ma panoramica. Passiamo quindi dal paesino di Haria, incastrato in una valle, fatto di casette bianche, ognuna con la sua palma nel giardino. Sembra di fare un salto indietro nel tempo, c’è anche un piccolo “mercadillo” con oggetti di artigianato vario (non proprio di prodotti tipici del luogo, ma c’è un po’ di tutto).

30/12/2005 – SUD OVEST, TIMANFAYA
Colazione e partenza per una delle maggiori attrattive dell’isola: il Parque Nacional de Timanfaya con le sue montanas del fuego. Il parco occupa gran parte della zona centro occidentale di Lanzarote, che fino al 1730 era dominata da terreni fertili, poi una delle eruzioni più esagerate della storia della vulcanologia ha distrutto una ventina di paesini ed ha trasformato completamente il paesaggio, ricoprendolo di distese di lava che arrivano fino al mare. Entriamo nel parco in auto per proseguire poi a piedi verso las montanas del fuego, dove le guide ci mostrano dei fenomeni molto interessanti che ci fanno pensare che questa sia la porta dell’inferno: nel sottosuolo, a solo 10 centimetri di profondità, la temperatura è già di 140 gradi e arriverebbe anche a 400 se lo scavo fosse di 6 metri. Non ci sono dubbi che il fuoco è lì sotto i nostri piedi: buttando della paglia nel buco, scoppia l’incendio. Hanno costruito anche dei geyser artificiali, con dei tubi di metallo che scendono nel terreno e arrivano fino all’inferno: da sopra le guide versano dei secchi di acqua che subito si surriscaldano e vengono risputati all’esterno sotto forma di vapore. Il simbolo del parco è naturalmente “Timanfaya”, un simpatico diavolaccio che viene raffigurato con una faccia incazzata,  a gambe larghe con la coda luciferina, mentre con le mani tiene un forcone da inferno sopra la testa. Il paesaggio è comunque incredibile, mari di lava, formazioni rocciose spettacolari e crateri vulcanici ovunque, colori che vanno dal nero al grigio, dal marrone al rosso: proprio qui nel 1968 il signor Stanley Kubrick ha girato il film “2001 Odissea nello spazio”. Per darci delle arie intellettuali andiamo anche a visitare il centro dei visitatori che è una vera pacchia per gli amanti ama della vulcanologia. Termina così la parte culturale della giornata e dato che, incredibile ma vero, il sole non è malvagio, andremo verso la spiaggia nera di El Golfo, a pochi chilometri dal parco di Timanfaya dove riusciremo addirittura a prendere un po’ di bronzo. La sboccata di Timanfaya è arrivata fino a qui e infatti la sabbia è nera e finissima, mentre naturalmente, con un fondo del genere, i colori del mare non sono esaltati per niente. Con un sentiero che si inerpica tra le rocce per poi discendere fino al livello del mare, si arriva al lago costiero di Los Clicos, adagiato sotto le pareti rocciose a strapiombo: è a forma di goccia allungata e le sue acque  verde smeraldo contrastano con le pareti rosse-marroni-nere nelle quali sono ben visibili tutte le stratificazioni formate in centinaia di migliaia di anni (ere geologiche “da paura”). Più avanti il sentiero prosegue per qualche chilometro fino alle favolose falesie di Los Hervideros. Sembra di essere in un documentario di Piero Angela. Ormai il pomeriggio sta per volgere al termine, ma ci manca ancora lo shopping: domani sera sarà capodanno e dobbiamo assolutamente brindare con il vino locale, così tanto decantato. Quindi, sulla strada del ritorno, appena superato il paese di Yaiza, facciamo una deviazione a sinistra verso l’interno per arrivare al Museo del Vino. Questo territorio si chiama La Geria, una zona molto curiosa, dove nel terreno vulcanico vengono coltivate le viti basse: ogni pianta viene sistemata all’interno di un cerchio di pietre (una specie di pozzo rotondo con pareti alte fino ad un metro) dove cresce riparata dal vento. Avevamo già visto qualcosa di simile nei giorni scorsi, su al nord, dove ogni tanto ne incontravamo qualcuna; la cosa impressionante è che a La Geria ci sono solo viti, ovunque!  Ormai è tardi, è quasi buio e il museo del vino è già chiuso. Riusciamo però ad entrare in una delle botteghe dove ci fanno vedere le enormi botti dove viene fatto maturare il vino e ci fanno assaggiare il prodotto: naturalmente in un terreno così inospitale e arido le viti crescono incazzate nere e di conseguenza il vino che ne viene ricavato è aspro e selvaggio. Per niente spaventati, ne compriamo comunque diverse bottiglie e domani sera ci sarà da ridere.

31/12/2005 – SPIAGGE DEL NORD
Le nostre preghiere sono state finalmente ascoltate: la giornata è splendida, non c’è una nuvola. Adesso si che riconosciamo le nostre Canarie. Non c’è un attimo da perdere, abbiamo patito fin troppo nei giorni passati. Partiamo subito per le spiagge del nord, che abbiamo visto un paio di giorni fa andando al Mirador del Rio. Proprio sulla costa nord, tra il Jameos de Agua e Orzola, ci sono delle distese di bellissima sabbia bianca molto fine chiamate Caleton Blancos: il mare è azzurro, il sole è caldissimo e finalmente possiamo mettere mano alle creme protettive. Dopo esserci rosolati per bene ed avere riacquistato il buonumore, ci guardiamo in faccia e ci rendiamo conto che ad entrambi frulla in testa il medesimo e diabolico pensiero: non possiamo mollare una giornata del genere, il 31 dicembre per giunta, senza un tuffo nell’oceano. Naturalmente il clima dei giorni scorsi e di tutto il mese precedente non hanno contribuito ad un riscaldamento delle acque a livelli tropicali, ma non ce ne frega niente, fosse l’ultimo bagno della nostra vita. Entriamo tra le onde dell’oceano. Due pazzi furiosi, assolutamente. L’acqua è ancora più fredda di quello che sembrava, ma il bagno il 31 dicembre è una gran bella soddisfazione e vale lo sforzo, anche se il pensiero corre al banco dei surgelati. Naturalmente la durata della balneazione sarà piuttosto limitata, per evitare contraccolpi negativi alla salute, ma ce l’abbiamo fatta. Tutto il resto del giorno lo passeremo ad arrostirci al sole, alla faccia della neve che pare stia cadendo dalle nostre parti proprio adesso. Stasera è capodanno e, volendo regalarci una sera al ristorante, magari mangiando pesce,  scatta l’operazione ricerca del locale. Li setacciamo tutti e arriviamo fino ad Orzala, l’ultimo paesino a nord dal quale assistiamo alla partenza di un battello per la vicina isola de la Graciosa. il mare è piuttosto agitato e la barca compie delle evoluzioni esagerate, non vorremmo essere nei panni di quei poveri  turisti che, se riusciranno a sbarcare sull’isola, lo faranno dopo avere sboccato l’impossibile. L’operazione di ricerca del ristorante è più complessa del previsto, abbiamo fatto i conti senza l’oste (questa volta nel vero senso della parola): qui in Spagna, quando è festa, è festa davvero e la gente non lavora. Quindi tutti i ristoranti da noi interpellati ci ridono praticamente in faccia dicendoci che in occasione di festività è tradizione chiudere presto (o non aprire nemmeno) perché tutti vanno a divertirsi. Bella diversità rispetto all’Italia: da noi i nostri ristoratori, che sembrano sempre morti di fame, non si sognerebbero mai di chiudere la sera di capodanno, che per loro rappresenta un’ulteriore (e ancora più redditizia) occasione per spennare la gente e ammucchiare quattrini, secondo la filosofia del “Chissenefrega della festa, i soldi prima di tutto”. Alla fine ognuno festeggia a modo suo, chi riposandosi, chi contando i soldoni. Dopo svariati tentativi, riusciamo comunque a trovare un ristorantino dalle parti di Punta Mujeres, dove sono disposti a darci da mangiare a patto che liberiamo il tavolo in fretta (naturalmente per chiudere e andare a festeggiare). Non c’è problema: alle 20 ci presentiamo, ci lanciano con la fionda tre polipi grigliati a testa come antipasto e poi una paella spettacolare. Non abbiamo la forza di chiedere il secondo, anche perché quella bottiglia di vino bianco che ci siamo appena scolati ci ha letteralmente tagliato le gambe. Usciamo in avanzato stato di brillantezza e pensiamo di andare a vedere dove va tutta sta gente: magari ad Arrecife. Speriamo non ci fermino per qualche controllo perché per come siamo messi (alito alcolico) potrebbero sbatterci in galera e buttare via la chiave. Ma la città è quasi vuota, a parte qualche spacciatore e comunque gente dall’aspetto poco raccomandabile, fa freddo, e meditiamo in fretta un rapido dietro front verso casa. A Costa Teguise nel frattempo hanno iniziato i fuochi d’artificio sull’oceano proprio davanti casa nostra e, nonostante siamo abbastanza pienotti, stappiamo una bottiglia del vino comprato ieri e andiamo a vedere lo spettacolo sul mare.

01/01/2006 – PLAYA DE FAMARA, TEGUISE
Capodanno alle Canarie. La speranza è quella di potersi infilare il costume da bagno anche oggi, sarebbe un bel modo per festeggiare il nuovo anno. Apriamo la finestra e troviamo sole e cielo sereno: che la fortuna si sia finalmente voltata dalla nostra parte? Colazione e partenza immediata verso la costa ovest, alla conquista di Playa de Famara, una delle più conosciute dell’isola. La spiaggiona di sabbia chiara è enorme e si trova in una baia piuttosto larga che non si può dire molto riparata dai venti ed è per questo che è il paradiso per chi pratica surf e kitesurf. Anche qui, come ne avevamo già trovate sulla costa sud, ci sono delle rudimentali costruzioni rotonde di sassi, alte meno di un metro (senza tetto naturalmente) che servono per chi vuole farsi il bronzo senza essere disturbato più di tanto dal vento (che a volte è veramente pesissimo). Chiaramente non c’è da prenotare, il primo che arriva si sceglie quello che vuole, gli altri si attaccano. Noi occupiamo subito uno di questi “cerchi” e poi andiamo a mettere i piedi nell’acqua: per tutto il resto della giornata, quello sarà l’unico approccio con l’acqua, che è talmente fredda da allontanare immediatamente ogni desiderio balneare. Dopo la nostra razione di sole (e di vento, che a Lanza non manca mai), facciamo fagotto e andiamo a Teguise, paesino nell’entroterra a pochi chilometri da Famara, dove alla domenica (e cioè oggi) c’è un “mercadillo” molto interessante, il più famoso di tutta Lanzarote e senz’altro il più fornito tra quelli che abbiamo incontrato finora. Il mercato si snoda lungo le vie del paese, con banchi ovunque (abbigliamento, artigianato, prodotti tipici, vasi decorati con sabbia e lava, pellame ecc.) e negozi aperti per ingresso libero e naturalmente è pieno di gente. Alla domenica mattina si riversano a Teguise buona parte dei turisti che sono sull’isola con viaggi organizzati: il pacchetto degli hotel prevede quasi sempre la visita a questo mercadillo per spennare ulteriormente i villeggianti. Prima di rientrare a Costa Teguise ci sembra giusta e doverosa una visita alle spiagge della zona dell’aeroporto, tra Arrecife e Puerto del Carmen. Ancora una volta dobbiamo incazzarci contro il tempo infame, perché se ci fossero sole e caldo, quanto a spiagge qui a Lanzarote ci sarebbe davvero l’imbarazzo della scelta: Playa los Pocillos, ma anche Playa Honda, Playa Guasimeta e infine Playa Matagorda sarebbero un ottimo materasso per i nostri salviettoni da mare. Tutte le spiagge di Lanzarote sono assolutamente libere e pressoché prive di servizi (bar, bagni ecc.) il ché le rende molto selvagge e, almeno per i nostri gusti, molto apprezzabili. Inoltre ce n’è per tutti i gusti: di sabbia bianca, dorata, nera. In serata, annidati nel nostro covo, annegheremo tutti i rimpianti in una solenne pastasciutta condita con un sugo iperproteico (morire di fame non servirebbe a nulla) che, in onore delle spiagge mancate, battezzeremo “la Matagorda”.

02/01/2006 – FUNDACION CESAR MANRIQUE, JARDIN DE CACTUS
La tregua del maltempo è durata solo due giorni e oggi al nostro risveglio il cielo ha del colore del piombo. Non ci resta che darci alla cultura e andare a visitare la Fundacion Cesar Manrique, che si trova a pochi chilometri da casa nostra prima di arrivare ad Arrecife e che ha sede nella villa del famoso architetto (ormai defunto da diverso tempo).  A prima vista la costruzione si presenta bassa e quasi mimetizzata tra l’ambiente circostante, poi dando uno sguardo più da vicino abbiamo il primo assaggio: Manrique non ha resistito e, per non passare inosservato, ha messo la sua firma sui muri esterni, affrescandoli con disegni cubisti dai colori sgargianti. Non si può dire che il tipo non avesse fantasia: la sua villa bianca, che oggi è monumento nazionale, è una immensa autocelebrazione, con un sacco di soggiorni e salotti dai colori sgargianti, fontane e piscinette, locali che comunicano tra loro attraverso passaggi stranissimi, dove tutto viene considerato e celebrato come “opera d’arte”. Sculture incomprensibili (per fortuna ci sono i cartelli che spiegano ciò che rappresentano), quadri e disegni astratti sono ovunque. Chiaramente la pianta non è quella di una normale casa bifamigliare, ma un insieme di ambienti circolari, quadrangolari e irregolari, a volte sovrapposti; c’e anche una zona sotterranea. Uno dei numerosi soggiorni ha addirittura una grande vetrata con spettacolare veduta su una immensa distesa di lava. Usciamo quasi storditi da tanta arte & architettura e andiamo a farci due passi ad Arrecife, dove il mercadillo è però piuttosto triste e disabitato. L’unica vera attrattiva artistica della cittadina è il Castello di San Gabriel, piccolo e dalla forma tozza e squadrata, costruito su un isolotto davanti al porto e collegato alla città con una lingua di terra; con i suoi cannoni tuttora piazzati, rappresentava in passato il biglietto da visita molto efficace contro i pirati. Ma il giro turistico in città si esaurisce presto e puntiamo allora verso nord, oltre Guatiza, per il Jardin de Cactus, un’autentica sorpresa. Si tratta di una grande costruzione a forma di arena perfettamente mimetizzata nell’ambiente (naturalmente ideata dal simpatico Cesar Manrique), edificata con la pietra vulcanica: al suo interno, su grandi terrazze sovrapposte, contiene un vero e proprio museo “vivente” di quasi 10.000 piante di cactus di oltre 1400 specie differenti, provenienti da ogni parte del mondo. Passiamo il pomeriggio intero a girovagare tra queste piante e a scattare un numero considerevole di foto.

03/01/2006 – AEROPORTO, SORPRESONA!
Ormai siamo arrivati al capolinea e, anche se il sole poteva fare di meglio, un viaggio è sempre un viaggio e non ci si sputa mai sopra. Questa mattina faremo un salto all’aeroporto, tanto per riconfermare i voli per il rientro di domani, una pura formalità, visto che questa volta abbiamo in mano i biglietti cartacei (che ci siamo fatti spedire direttamente a casa da Expedia con l’aggiunta della modica cifra di dieci euro a testa). Ma all’aeroporto è in agguato la sorpresona delle sorpresone: i nostri nomi non sono sulla lista del volo di domani! E’ impossibile, i biglietti parlano chiaro: noi esistiamo, siamo vivi, in carne ed ossa e abbiamo diritto a due sedili. Mostriamo allora i nostri biglietti cartacei e, quando gli addetti scoprono che si tratta di Alitalia, alzano uno sguardo al cielo e ci guardano con aria di compassione, assicurandoci che la nostra compagnia di bandiera è solita (non)lavorare così. Ecco spiegato perché già a Barcellona gli addetti dell’aeroporto non riuscivano a trovare i nostri nomi: eravamo già senza posto a sedere! Ci spiegano che noi abbiamo comprato i biglietti nel mese di novembre 2005 presso Alitalia, che ha a sua volta informato la compagnia spagnola, guardandosi bene però dal confermare i posti. Tre volte Air Europa ha richiesto la conferma ad Alitalia, tre volte Alitalia se ne è ampiamente sciacquata le mani. A quel punto, nel dubbio, non potendo far volare aerei vuoti (giustamente) ed avendo grande richiesta, la compagnia spagnola ha provveduto a vendere i due tickets. E noi siam rimasti a piedi. Siamo allibiti, increduli, a bocca aperta, crediamo di essere su “scherzi a parte”: invece è tutto vero. Panico? No, grazie, non ci servirebbe a niente. Frastornati e storditi, ci sediamo due minuti per ragionare a freddo e riprendere in mano la situazione, anche perché in un modo o nell’altro dovremo venire a capo della matassa. Cominciamo telefonando al servizio assistenza clienti di Alitalia (numero verde), dovranno pure darci spiegazioni e comunque indicarci che cosa fare: è tempo perso, il telefono squilla a vuoto, non risponde nessuno per quasi un’ora. Scatta allora il piano B e cioè la ricerca di un volo alternativo presso un’altra compagnia. Da notare che l’Epifania è dietro l’angolo e la Spagna è cattolicissima ed osservantissima, il ché vuol dire aerei pieni di gente che va a casa dalla famigliola per la festività religiosa. Risultato: ulteriore difficoltà nel reperimento di due posti. Ci viene in aiuto una gentilissima addetta della Iberia che ci offre due sedili alla modica cifra di 440,00 euro cadauno con due scali, non per domani, ma per dopodomani; ci dice che secondo lei è il meglio che possiamo trovare e che è disposta a congelare la prenotazione per due ore per lasciarci il tempo di sentire tutte le compagnie concorrenti. Inizia così il giro delle sette chiese, una specie di via crucis, che culmina in orribili richieste di denaro (arriviamo addirittura ad una grande offerta speciale da 1.100,00 euro a testa per un volo via Francoforte). Aveva ragione la signora Iberia, così ritorniamo da lei, una strisciata di carta di credito e ci compriamo i nostri due sedili. A questo punto abbiamo la favolosa idea di farci rilasciare una stampata della “nostra storia” (acquisto dei biglietti, richiesta di conferme spagnole, silenzi italiani ecc.) dato che è tutto documentato per filo e per segno nei computer; questo pezzo di carta avrà certamente il suo peso quando, una volta rientrati, andremo (giustamente) a rompere le balle all’Alitalia per far valere le nostre ragioni. La nostra “cara” (in tutti i sensi) compagnia di bandiera si era già presentata malissimo quando siamo partiti in ritardo da Malpensa ed ha finito nel peggiore dei modi: sarà battaglia, non gliela faremo passare liscia. E adesso non ci resta che allungare il contratto di noleggio auto (che terminerebbe domani mattina) di un giorno in più e chiedere al residence una notte supplementare, che fortunatamente ci concedono a buon mercato e senza dover cambiare appartamento. Un applauso ai nostri eroi (noi due) che con grande reattività sono riusciti con le loro mani a tirarsi fuori da un soffocante mare di merda.

04/01/2006 – PLAYA LAS CUCHARAS, PUERTO DEL CARMEN
Alla fine non sappiamo se maledire o ringraziare Alitalia: in fin dei conti ci ha dato l’opportunità di allungare il nostro viaggio e fare un giorno in più di vacanza (che comunque tra aereo, affitto e auto, ci sta costando fior di quattrini). Forse vedendo il clima ostile dei giorni passati, considerata la fatica di ieri, oggi gli dèi hanno avuto uno sguardo benevolo e ci hanno fatto uscire il sole, finalmente. Passeremo la giornata sui nostri teli mare sulla sabbia nera di Playa de las Cucharas che è addirittura… davanti a casa nostra, a Costa Teguise. In tutti questi giorni, presi dalla smania di vedere cose lontane, non ci eravamo neanche accorti della sua esistenza. Becchiamo il sole fino a quando l’orario lo rende possibile: se il tempo fosse stato sempre come oggi, saremmo rientrati con un bronzo da paura. Verso sera un ultimo giro a Puerto del Carmen in giro per negozi per gli ultimi acquisti. La cena di questa sera, rigorosamente consumata tra le mura domestiche, avrà lo scopo di ripulire il frigorifero dai residui di questi giorni. L’aria fredda di queste sere ci ha fatto riscoprire il piacere di una tazza di the caldo dopo cena per riscaldare le budella.

05/01/2006 –  RIENTRO MALPENSA (VIA GRANCA – VIA BARCELLONA)
Stavolta si parte veramente. Ci aspetta una giornata in giro per i cieli e gli aeroporti di mezza Europa (e comunque siamo stati fortunati ad aver trovato una combinazione che ci riportasse a casa senza ulteriori ritardi). Naturalmente stiamo già affilando le armi: all’Alitalia non sanno ancora che pestando i calli a noi, si sono tirati in casa due rompiballe. Sveglia prima dell’alba: dobbiamo andare all’aeroporto, riconsegnare la Citroen Saxo e fare il check-in (quello vero, questa volta). Il volo da Arrecife è alle 8,20 e atterriamo a Las Palmas Gran Canaria dopo circa mezz’ora. Alle 11,10 abbiamo la seconda tratta (di tre ore) verso Barcellona, da cui spicchiamo l’ultimo salto verso Malpensa verso le 17,00.  PS: Se volete sapere com’è andata a finire la questione “Alitalia”, scriveteci !!!

Filippo e TripFabio

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