GUADELOUPE “La Farfalla dei Caraibi”

29 dicembre 2009
Alle 5.00 la sveglia inclemente strombazza l’ora della levataccia al Malpensa House. Dobbiamo essere a Malpensa alle 5.30 per il check in del volo Air France delle 7,15 per Parigi. Come vuole la triste tradizione italiana, è impossibile partire da Malpensa puntuali: una volta imbarcati ci stacchiamo dal terminal, ma i capi si rendono conto che è necessario lo sbrinamento delle ali. Operazione che si aggiunge alla già lunga attesa. Con un modico ritardo di quasi un ora, ci si alza in volo per Parigi. Nella terra di Zidane ci attenderà il cambio aeroporto (arriviamo a Charles de Gaulle, ma si partirà verso Guadeloupe da Orly (totale = una cinquantina di chilometri da percorrere in autobus attraversando Parigi da nord a sud). Dopo un milione di controlli (tra passaporti e perquise) veniamo infilati su un boeing 747 (quelli con la mansarda, per intenderci) della Corsairfly, insieme ad altri 576 passeggeri. Praticamente un paese. Il volo scorre senza particolari sorprese, poche turbolenze che questo bestione alato non ci fa quasi neanche sentire. Piccola nota tecnica: il biglietto del volo è stato acquistato via internet sul sito TUI circa quattro mesi fa, al prezzo di 760,00 euro a testa. All’aeroporto di Pointe a Pitre, dopo una snervante attesa di quasi un’ora per i bagagli (una delle minori cause di morte a Guadeloupe è l’infarto…), veniamo finalmente sdoganati. Un rasta della Rev Car ci attende per portarci a prendere la vettura che ci accompagnerà nella scorribanda di oltre due settimane: abbiamo pagato una cazzata, è vero (306 euro per 17 giorni di auto sono meno di pochi), ma la sorpresa raggiunge vette inimmaginabili quando ci troviamo davanti ad una fiammante (nel senso di “rossa”) Fiat Punto: siamo dall’altra parte del mondo, in mezzo ai Caraibi, e ci danno una Punto? Il dubbio è che lo facciano per prenderci per il culo (ecco due italiani, li freghiamo e li facciamo andare su una delle loro macchine di merda…). Compreso nel prezzo un optional non richiesto, quello degli alzacristalli manuali (come negli anni settanta); in compenso non c’è neanche la luce all’interno dell’abitacolo, così se vuoi leggere la mappa devi aprire un po’ la portiera e il gioco è fatto. Basta rallentare un po’… ed avere la cintura allacciata, in modo da non rotolare sull’asfalto mentre l’auto è in corsa. Tra una palla e l’altra, tra il ritardo nello sbarco, il prolungarsi delle operazioni di consegna bagagli, quelle non meno lente del ritiro dell’autovettura, è già buio pesto. Il problema è che noi, a bordo del nostro fiammante mezzo, dobbiamo circumnavigare l’isola e arrivare fino dall’altra parte della Basse Terre per andare a rintracciare il posto dove dormiremo per le prime sette notti (compresa questa). Le strade sono molto ben tenute, anzi ci piacerebbe che fossero così quelle italiane. Naturalmente il buio avvolge ogni cosa e la mancanza totale di illuminazione stradale non ci fa vedere un cavolo. Possiamo solo immaginare che sia molto boscosa e molto verde. Senza particolari problemi, nonostante ci stiamo affidando alle indicazioni di poche righe di spiegazione giunte via mail, arriviamo fino al bivio dove inizia lo sterrato per i nostri bungalow. Un pò la stanchezza, un pò il buio, l’ultimo tratto di poche centinaia di metri in mezzo ad una specie di savana, ci sembra veramente indecente. Ci accoglie il cordiale signor Dampierre, conosciuto fino ad oggi solo grazie alle email, e ci consegna una casetta di legno che è esattamente uguale a quella della foto che ci aveva inviato. Un comodo bilocale, con cucina attrezzata di tutto punto, frigorifero con congelatore, tv, bagno spartano ma funzionale, veranda con vista sul palmeto e mar dei Caraibi (anche se a quest’ora possiamo fruire ben poco della veduta). Prezzo 263,00 euro per 7 notti. Non ne possiamo più, mangiamo due pompelmi e ce ne andiamo a letto.

30 dicembre 2009
Dormita stratosferica e finalmente al risveglio possiamo vedere in che razza di posto siamo capitati: confermiamo la veduta sul mar dei Caraibi e in più siamo circondati dal giardino del nostro ospite (che ha anche la piscina personale). Le impressioni sul sentiero che conduce alla casa non cambiano: è veramente indecente. Il vulcano nostro vicino di casa (la Soufrière, che con i suoi 1450 mt. è il monte più alto delle Antille ) riceve ogni anno circa 10 mt. di pioggia (grossomodo 2,5 cm al giorno di media) e per questo è perennemente coperto da nuvole. Dato che la giornata è splendida, oggi si presenta completamente pulito e sgombro, come raramente accade. E’ cosa buona e giusta approfittarne. Si parte alla scoperta passando per il capoluogo basse terre e arrampicandoci fino a Saint Claude. Poi la strada diventa sempre più ripida fino a Bains Jaunes. A questo punto siamo costretti a mollare la macchina e a proseguire a piedi. Ci sarebbero decine di sentieri per arrivare a laghi nei crateri, cascate, punti panoramici ecc. fino alla sommità del vulcano, che è addirittura possibile percorrere lungo tutto il cratere. Naturalmente i vari sentieri sono da percorrere con l’abbigliamento e con l’attrezzatura giusta (e soprattutto con le scorte di acqua). Naturalmente noi non abbiamo nulla di tutto questo e ci accontentiamo di fare due passi nella foresta tropicale (qui praticamente innocua, non ci sono ne’ serpenti ne’ animali selvaggi). Con pochi passi si arriva alle sorgenti termali, dove ci sono delle piscine semi-naturali di acqua calda in cui la gente può fare il bagno; quindi non più di mezzoretta di arrampicata per i sentieri tropicali e… stop, perché la voglia di mare è elevatissima (è pur sempre uno degli scopi che ci ha spinto a fare questo viaggio). Quindi ritorniamo a basse terre e dopo un rapido testa o croce si punta verso nord lungo la costa ovest. Con nostra viva sorpresa, le spiagge praticabili sono veramente poche: da questo lato dell’isola il mare è veramente ostile e strappa ogni lembo di spiaggia. Cosi accade che accanto a piccole baie che ospitano barchette, non c’e’ neanche uno straccio di sabbia. Incontriamo un paio di posti che sarebbero parzialmente praticabili (come Plage Caraibes), se non fosse che una recente mareggiata ha ridotto l’acqua al colore del caffelatte. Proseguiamo senza tregua quasi fino alla estrema sommità nord della Basse Terre, fino oltre Deshaies, dove finalmente incontriamo Grande Anse, una spiaggia lunghissima, di sabbia dorata, circondata di palme da cocco, dove viene data solenne inaugurazione ai bagni Caraibici di questa sacro viaggio. Il mare è particolarmente incazzato e con onde alte più di due metri. Nonostante questo, il colore è blu. Chissà come deve essere in giornate di calma. Approfittando del bel tempo, restiamo a rosolarci fino all’impossibile e, complici alcuni stop per le foto di rito al tramonto sul mare, torniamo a casa a notte fonda. Ps: qui la notte fonda è subito dopo le 18. Nel frattempo, alla faccia della stagione secca, comincia a piovere e ci tocca di mettere in movimento i tergicristalli, che cigolano non poco. Meno male che al lavaggio vetri ci sta pensando la natura, perché nel nostro bolide è già esaurito il liquido lavavetri (ci sarà mai stato?). Quasi una beffa, venire ai Caraibi nella stagione secca per beccare l’acqua. Ma siamo disposti ad accettare anche la pioggia, purché giunga di notte o comunque dopo l’orario balneabile.

31 dicembre 2009
Conoscendo le abitudini dei popoli caraibici, è probabile che domani, capodanno, tutto il mondo festeggi e nessun negozio di viveri sia aperto. Per fortuna che ci abbiamo pensato e ci siamo informati: le cose stanno proprio così e se non ci svegliamo alla svelta a riempire il frigorifero per avere un’autonomia di almeno due giorni, da domani potremmo anche patire la fame e nessuno dei festeggianti ci verrebbe in aiuto. Siccome che morire di fame è l’ultimo dei nostri pensieri, urge decidere cosa cucinare stasera per festeggiare degnamente il nuovo anno che si affaccia. La scelta cade su una cena a base di pesce: naturalmente non potremo sbizzarrirci nella produzione di svariate pietanze (anche perché non abbiamo a disposizione un gran numero di ingredienti di base): ci butteremo su un tonno alla piastra, accompagnato da frutta di stagione. Quindi di corsa a Basse Terre (Il nome del capoluogo si chiama come l’ala ovest dell’isola) dove sul lungo mare tutte le mattine si svolge il mercato del pesce, compriamo una fetta di tonno da un kilo e mezzo ed ecco fatto. Le operazioni di compere si prolungano anche al mercato della frutta dove una enorme “mamy” vestita da babbo natale, titolare di uno dei tanti banchi di frutta variopinta, ci rifornisce di frutta tropicale. Riportiamo il tutto in frigo a casa e poi partiamo finalmente per il giro giornaliero. Questa volta ci dirigeremo verso sud e poi est, ripercorrendo la strada costiera in direzione di Pointe a Pitre per intenderci. La strada principale si snoda in mezzo alle montagne ricoperte di vegetazione tropicale, veramente bella. L’ago della nostra bussola mentale punta verso Trois Rivieres, un villaggio sull’estrema punta meridionale di Basse Terre, da cui partono le imbarcazioni per les Saintes, un arcipelago di isolette a soli 20 minuti di navigazione che andremo a conquistare nei prossimi giorni. La priorità di oggi è, manco a dirlo, una spiaggia di sabbia con prospiciente mare. La fedele guida Routard non indica nulla di particolare, mentre la mappa ci segnala un ombrellino (= spiaggia). Ci fidiamo della mappa e superato il paese di Trois Rivières, arriviamo in un posto che si chiama Grande Anse (come quello di ieri, una bella fantasia i francesi): gran bella spiaggia di sabbia nerissima e mare blu in burrasca. Una vera debacle per la Routard, che dovrebbe darsi qualche aggiornamento. E’ pur vero che anche la mappa che abbiamo seguito fedelmente ieri ci ha dato alcune memorabili bidonate, indicando spiagge laddove non c’erano che poche distese di sassi. Morale: si resta a grigliare sulla sabbia (è il caso di dirlo, dato il calore. Per chi avesse qualche dubbio può andare a consultare il diario di viaggio di La Palma, Canarie…). La sosta in questa sauna naturale viene prolungata per alcune ore, poiché la sabbia vulcanica nera ha effetti pressoché devastanti nella propagazione del calore. La fame di spiagge è ancora tanta e si punta a nord, fidandoci della mappa: purtroppo non una delle spiagge indicate ha effettivamente le caratteristiche di una vera e propria spiaggia. Così Plage de Roseau vicino a Sainte Marie è poco più di uno spiazzo di terra battuta con un mare nemmeno troppo invitante (se il mare è mosso su un fondo scuro…). Lo stesso vale per Pointe du Carenage, Morne Rouge e Plage de Viard: si tratta di spiagge esclusivamente ad uso e consumo dei locali e che non hanno proprio niente di appetibile per chi arriva ai Caraibi affamato di spiagge da cartolina. Ridendo e scherzando siamo arrivati a Petit Bourg, a meno di 10 km da Pointe a Pitre. Vista la scarsità di spiagge su questo versante, non ci resta che lasciare l’incerto per il certo ed andare ad appoggiare le chiappe dove eravamo questa mattina. Quindi dietro front, prua rivolta verso Trois Rivières e di nuovo a Grande Anse per un’oretta di sole. Per il rientro optiamo per la strada panoramica che costeggia tutto il capo sud della Basse Terre, passando per Vieux Fort: scelta azzeccata, a parte i panorami bellissimi, la zona è tipicamente residenziale con ville da urlo di gente che qui se la gode veramente. Al rientro, si dà inizio ai preparativi per il cosiddetto “cenone” di capodanno: tonno alla piastra, che divoriamo sul nostro patio sotto le piante, davanti al mar dei Caraibi, con abbigliamento piuttosto informale (costume da bagno e infradito). Cosa si può volere di più?

1 gennaio 2010
Nonostante la nostra casetta si trovi in una landa dispersa e fuori dalla civiltà, stanotte i festeggiamenti selvaggi degli abitanti locali erano chiaramente udibili: Musiche ad alto volume, danze sfrenate, urla selvagge, petardi e fuochi d’artificio ci hanno buttati giù dal letto: sembrava di averli nella stanza, ma erano a chilometri di distanza. Nonostante fosse in corso un temporale, i danzatori hanno sfidato le forze della natura e proseguito fino all’alba. Siccome il tempo non è proprio stupendo… anzi diciamolo pure fa quasi schifo (nuvoloso e pioggia a tratti) restiamo a far nulla nella nostra veranda, aspettando che le cose migliorino per poter fruire della nostra dose quotidiana di Caraibi. Mentre i nostri lettori attendono che il tempo migliori, ne approfittiamo per dare un paio di info tecniche piuttosto utili. Per esempio sarà utile ricordare che Guadeloupe, pur essendo piazzata dall’altra parte del mondo rispetto all’Italia, è pur sempre “Francia”; quindi se qualcuno dovesse entrare in paranoia perché non riesce a trovare un telefono pubblico (davvero molto pochi, e quei pochi sono perlopiù fuori uso) sappia che per fare una normalissima telefonata in Italia è sufficiente un qualsiasi cellulare, non necessariamente tri-band. Il prezzo della chiamata dipende dal gestore ed è il medesimo che si applicherebbe per una normale telefonata in Francia, quindi a costi piuttosto contenuti (sempre che non ci si debba confessare con chi sta dall’altra parte del telefono). Un’altra info interessante è di carattere più gastronomico: spesso i francesi non sono visti molto di buon occhio dagli italiani (il sentimento è comunque reciproco), ma a volte devono essere davvero rivalutati. Per esempio, durante la colonizzazione di queste isole, i francesi si sono preoccupati di portare e diffondere il culto delle “boulangeries”, negozi che sfornano pane (le famose baguettes) e grissini freschi, oltre a svariate qualità di dolci e torte; si trovano in ogni angolo dell’isola, ogni paesino ne ha più di una e sono una vera manna dal cielo. Da segnalare inoltre che in tutti i centri si trovano supermercati più che soddisfacenti (8 à 8, Leader Price ecc.) molto riforniti, soprattutto di prodotti francesi. Una stranezza che abbiamo notato: nel reparto salumeria si vendono secchielli da 5 kg pieni di… grugni di maiale; evidentemente la gente ne va ghiotta. Il coperchio trasparente lascia intravedere i grugni immersi in una specie di gelatina rossastra che rende il tutto alquanto inquietante: sembra di vedere dei maiali che chiedono aiuto dall’interno di una lavatrice. Intanto il tempo è migliorato anche se non di molto: scrutando l’orizzonte, il sud ci sembra leggermente più sgombero da nuvole e così, per evitare di fare troppa strada e prendere una solenne fregatura, ritorniamo a sud verso la spiaggia nera di Grande Anse (quella di ieri). Ma oggi il vento è terrificante e fa volare la sabbia nera e finissima in ogni dove. Consapevoli di non avere altra alternativa per oggi, stringiamo i denti e restiamo. Almeno c’è il sole. Speriamo in un miglioramento per domani. Com’era facilmente prevedibile, essendo oggi festa, tutti i negozi sono chiusi, ma soprattutto non c’è un cane sulle strade: la cittadina di Basse Terre, che di solito brilla per il suo variopinto casino, oggi è deserta in maniera desolante.

2 gennaio 2010
Pare che il tempo si sia sistemato, anche se è presto per cantare vittoria. La fiammante Punto (un vero cesso che fa una fatica boia in salita… abbiamo speso veramente poco, ma il risultato è davanti gli occhi di tutti) si dirige a nord fino a Manhaut dove imbocchiamo la famosa “Route de la Traversée” l’unica strada che taglia in due Basse Terre e la attraversa all’interno. La strada è panoramica e si snoda per il primo tratto nel Parco Nazionale di Guadeloupe, attraversando una foresta tropicale di una bellezza indescrivibile. Vorremmo fermarci ad ogni angolo per fotografare, ma gli ingrati costruttori hanno avuto la pensata di fare solo una strada a due corsie, con rarissime piazzole di sosta. Così succede che, mentre noi vorremmo gustarcela almeno andando a passo d’uomo, orde di inseguitori, che nel frattempo hanno formato una lunga coda dietro di noi, ci sorpassano imprecando e maledicendoci. Ma prendetevi la vita con più calma, coglioni! Siamo a circa metà del percorso (breve per la verità, dato che la strada da una costa all’altra è lunga in tutto solo 22 km) e facciamo una sosta alla Cascade aux Ecrevisses, un bel salto d’acqua in mezzo alla foresta, facilmente raggiungibile a piedi dalla strada principale (5 minuti). Un’altra tappa viene fatta un po’ più avanti dove troviamo l’unico parcheggio: da lì parte un breve sentiero che scende fino al fiume. Qua in mezzo alla foresta tropicale ci sono anche delle piccole tettoie in legno con tavoli e panche per un tranquillo pic nic fuori porta per le famigliole. Ci sarebbero almeno mezzo milione di sentieri da percorrere in mezzo alla foresta, alcuni anche di svariate ore, ma non abbiamo il tempo (e sinceramente neanche tanto la voglia), un vero paradiso per gli amanti del trekking. Terminato il percorso, ci troviamo praticamente alla periferia ovest di Pointe a Pitre, che evitiamo saggiamente, dal momento che lo scopo della giornata è quello di terminare il giro di questa parte dell’isola. Proseguiamo verso nord fino a Lamentin, che deve il suo nome ai lamantini, grossi mammiferi acquatici erbivori che una volta popolavano queste acque (e che adesso sono quasi estinti), poi verso Sainte Rose, da dove partono le escursioni verso gli isolotti di mangrovie e la barriera corallina. Noi ci accontenteremo di una location molto più terra terra: la spiaggia di Clugny, famosa per le tartarughe marine che sbarcano a deporre le uova. Ovviamente di tartarughe neanche l’ombra, ma in compenso la spiaggia ha un’aria incantevole e selvaggia: zero affollamento, sabbia dorata, mare azzurro piuttosto agitato. Merita una sosta. La tappa successiva è a Plage de la Perle, ansa molto vasta, sabbia dorata, palme sulla spiaggia. Il mare è infuriato e offre delle onde altissime e bellissime. Da pubblicità. L’unica sfiga è data dal tempo: un’enorme nuvolazza livida arriva dai monti retrostanti e si piazza sulla spiaggia, senza muoversi più. Una vera rottura di palle, nonostante soffi il vento, l’enorme chiazza di sfiga grigia non si sposta e, anzi, rincorre il sole lungo il suo naturale tragitto verso il tramonto. Imprecanti come due mentecatti, non ci resta che traslocare verso la poco distante spiaggia amica di Grande Anse (quella a nord, naturalmente), dove fortunatamente il tempo è decisamente migliore. Restiamo per il servizio fotografico del tramonto e quindi il rientro viene fatto al buio più totale. Come già detto, l’illuminazione stradale è totalmente assente. Aggiungiamo che i Guadeloupensi guidano come dei cretini patentati e la frittata è fatta. Riusciamo comunque a portare a casa le ossa intatte.

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  1. Borut Rispondi

    Buon giorno

    Ho visto che ha delle belle foto le domando se si può avere qualche bella foto dai Caraibi . Le foto mi servirebbero per riempire il mio album personale . Siccome ero parecchie volte ai Caraibi e sono stato colpito dei posti vorrei avere qualche foto in più le sarei molto grato .

    Saluti

    Grazie

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