FLORIDA – “The Sunshine State”

10/02/2011
Come sempre scegliamo di avvicinarci all’aeroporto di Malpensa la sera precedente il volo: questa manovra ha la duplice valenza di farci risparmiare una levataccia nel cuore della notte (che ci farebbe perdere una nottata di sonno prima di un volo intercontinentale, che è già faticoso di per sé) e di darci l’illusione ottica di un prolungamento del viaggio (=si parte la sera prima, quindi il viaggio…. Dura più a lungo!). Per questa volta, diversamente dal passato, sperimenteremo una nuova location: “Il Poggio di Ste”, un bed & breakfast nelle immediate vicinanze dell’aeroporto di Malpensa (solo 5 minuti), ricavato al piano superiore di una bella villetta a Casorate Sempione. Stefania, la padrona di casa, è gentilissima e ci mette a disposizione un miniappartamento composto da camera da letto, soggiorno con tv e bagno privato, oltre che una colazione di tutto rispetto. Da tenere presente che il servizio (e quindi la tariffa) comprende il trasferimento all’aeroporto e il recupero dei viaggiatori nel triste giorno del rientro.

11/02/2011
Ore 5,30 sveglia: abbiamo il volo per Londra alle 8,30 e la levataccia non ci pesa più di tanto, in fin dei conti non dobbiamo mica andare in miniera. Volo British Airways per Londra tranquillo di circa un paio di ore, al quale seguono due orette di sosta con cambio terminal e interviste assurde prima dell’imbarco (quando alla dogana ti chiedono “hai un computer? È intatto? Funziona? Lo porti a riparare?…ecc. come possono essere catalogate queste domande, se non nel paniere delle stronzate?). Il volo American Airlines dura dieci ore. Lo sapevamo, eravamo preparati psicologicamente, ma dieci ore son sempre dieci ore e passano faticosamente. Come sarebbe bello avere il teletrasporto. A proposito, il volo, comprato via internet quattro mesi fa dopo avere messo a confronto diversi siti, è stato acquistato su Govolo, pagamento ovviamente con carta di credito, al fantastico prezzo di Euro 916,00 (in tutto, 458,00 a biglietto, comprese le commissioni di agenzia). Fortunatamente (e stranamente) le operazioni doganali a Miami sono piuttosto rapide ed indolori. Gli americani sono campioni nell’organizzazione e nella logistica: il deposito di tutti i principali autonoleggi è poco distante dall’aeroporto e collegato da navette gratuite. Nell’ambito delle nuove sperimentazioni, questa volta abbiamo cambiato anche il motore per gli autonoleggi: la consigliabilissima Rhino Car Hire ci indirizza verso la famosa Alamo, new entry assoluta, mai usata prima. E qui subiamo un principio di fregatura: noi, fedeli al nostro motto “chi meno spende, più viaggia”, abbiamo naturalmente noleggiato via internet l’auto più piccola e a buon mercato, una “economy”. Il ragazzotto al bancone ci dice che per due persone è troppo piccola e ce ne consiglia una più grande. La cosa ci puzza assai: siamo solo in due, non siamo certo obesi ed abbiamo solo due borse; siamo sicuri che la economy andrà benissimo. A questo punto il tipo ci offre una “mid-size” al prezzo di una “compact” (praticamente due categorie più della nostra, con un sovrapprezzo da pagare di circa 200 dollari). Ma noi non ne vogliamo sapere, dateci la nostra “economy”. Anche i tentativi di affibbiarci navigatore satellitare (abbiamo le nostre mappe e sono perfettamente funzionanti) e coperture assicurative aggiuntive (siamo già ulteriormente coperti con la cdw e altre estensioni) si arenano clamorosamente. Poco dopo scopriamo l’inghippo: la Alamo non ha più “economy”: quindi, allo stesso prezzo ci devono consegnare una “compact”, una Chevrolet Cobalt, che noi scegliamo nella tonalità di rossofiammante, senza alcun sovrapprezzo. E così ci infiliamo nel caotico traffico di Miami. Il tempo non è proprio quello che ci aspettavamo, grigio plumbeo e minaccia pioggia. Il motel che abbiamo prenotato via internet è (volutamente) spartanissimo: è il Parkway Inn, vicino all’aeroporto, in una zona di dubbia sicurezza. Speriamo di trovare ancora la nostra auto domani davanti alla porta. Grazie ad un coupon trovato su internet lo paghiamo 44,00 usd + tasse. D’accordo, c’è un solo letto, ma è un queen (una piazza e mezzo abbondanti) e quindi sufficientemente capiente. Il viaggio ci ha provati e naturalmente adesso siamo cotti duri, quindi buonanotte.

12/02/2011
Certo che arrivare a Miami e trovare si e no 13 gradi e un cielo di merda…. Ci vuole proprio del culo… Non potendoci permettere il costume da bagno (per motivi atmosferici) ci bardiamo come se dovessimo andare in montagna e ci dirigiamo verso Miami Beach, quella specie di isola costellata di grattacieli ed hotel da urlo, già sfondo di numerosi telefilm. Dopo avere attraversato il Mc Arthur Causeway siamo nel bel mezzo dei grattacieli. Alla fine non ci sembrano neanche tanto brutti, neanche se sorgono quasi sulle spiagge e si trovano in riva al mare. Sarà l’aria della Florida, sarà la tropical location, sarà l’architettura fantasiosa e audace, ma ci fanno molto più schifo quelli di Milano. Con un tempo del genere non si può fare niente, ogni attività è inibita dal tempaccio, quindi tutto va a farsi benedire: visite a parchi, farfallifici, spiagge ecc. vengono sospese dall’ufficio logistico del gruppo. Percorriamo la A1A Scenic Highway (che a Miami per un buon tratto combacia con Collins Avenue) che si snoda su tutta la costa della Florida orientale. È situata sul cordone di isole costiere prospiciente la terraferma ed è circondata da ville da favola, ognuna con il suo giardino privato che si apre direttamente sul mare (magari con lo yacht ormeggiato…), ma senza siepi o staccionate divisorie. Ogni tanto ci imbattiamo in un ponte mobile che collega le varie isole. E se si arriva mentre si sta aprendo l’attesa può anche essere lunga. E così lasciamo Miami che si trasforma in Fort Lauderdale e poi in Pompano Beach, senza che ci sia un vero confine. Passando per Palm Beach, andiamo a fare un salto da Ilaria, una ragazza bolognese che si è trasferita negli Usa dieci anni fa per motivi di studio e qui si è sposata e si è stabilita. Adesso abita a Royal Palm Beach, Fabio l’ha conosciuta su internet diversi anni fa. Arriviamo nell’ordinatissimo quartiere residenziale, suoniamo il campanello e… eccoci qua, come se ci fossimo sempre conosciuti. Siccome parte del nostro viaggio è consacrato ai parchi naturali, proprio sul nostro cammino, a North Palm Beach, si piazza il John Mc Arthur Beach State Park, che ha un titolo così lungo che sembra quello di un film della Wertmuller. E’ un parco statale costiero (5,00 usd per l’ingresso dell’auto), con sentieri che penetrano nella vegetazione tropicale di mangrovie e palme e con una passerella di 500 metri che si stende sul braccio di mare collegando le due parti del parco. Dalla passerella si potrebbero vedere i lamantini (se ci fossero). Ma noi non riusciamo ad apprezzarla a causa del vento gelido e tagliente (fa molto poco “Florida”) che ce lo fa fare a passo mooolto rapido, quasi di corsa. Dovrebbero esserci anche uccelli e fauna, ma il freddo fa svanire la poesia. Anche la spiaggia, selvaggia e disabitata, con questo freddo non è proprio il massimo. In compenso c’è un tramonto da paura, rossissimo, mai vista una cosa simile. Arriviamo a Fort Pierce e troviamo alloggio in uno dei motel più sfatti della storia, il Sunset Inn, direttamente sulla strada, di dubbia pulizia: ce lo affittano una vecchia jamaicana, mezza suonata, e una sedicente indiana cherokee (ma cherokee solo al 50% dice, madre bianca e padre pellerossa) che continua a ridere. Siamo messi bene. La stanza lascia un po’ a desiderare, due letti queen, muri un po’ scrostati, cesso… che è un cesso nel vero senso della parola, moquette che non ricorda l’ultimo passaggio di aspirapolvere. Il tutto al prezzo di 55,00 usd. (senza tasse… nel senso che non ce le hanno fatte proprio pagare), chissà se siamo in regola…

13/02/2011
La nostra guida dice che il Fort Pierce Inlet State Park ha vinto la medaglia d’oro come uno dei migliori parchi. Dato che la giornata è bella e soleggiata, il cielo sereno, anche se il freddo è pungente, andiamo a vederlo. Arriviamo pochi minuti prima dell’apertura della sbarra: che onore, aprono per noi, siamo i primi ad entrare (6,00 usd per macchina). Purtroppo nel parco non c’è un tubo e dopo avere fatto un breve percorso ad anello nella foresta di palme, non essendoci altro da vedere, siamo già sulla macchina. A parte un pellicano e qualche uccellino, la spiaggia che mette tristezza perché fa freddo, non c’e niente altro. Cape Canaveral viene saltato a piedi pari, visto che la visita non può essere fatta in autonomia, ma dovrebbe essere fatta con un pullman insieme ad altri turisti girando al largo dalle rampe e vedendole da lontano… no grazie. Ci buttiamo allora sul Merrit Island National Wildlife Refuge: qualche uccellino, promessa di alligatori (ma in realtà non ce n’è neanche l’ombra). Sulla via del ritorno riusciamo a vedere inaspettatamente un armadillo. Anche il ponte dei Lamantini non ci da grandi emozioni. Cominciamo a pensare che da queste parti gli americani chiamino “National Park” un po’ tutto quello che viene recintato dallo Stato, indipendentemente da quello che c’e’ dentro. Praticamente un laghetto con due papere ha gia i requisiti per diventare “National Park”. Ma gli americani queste cose le godono davvero tanto e le frequentano in maniera massiccia. E riescono anche ad esserne stupiti, meravigliati, divertiti e orgogliosi. Stiamo seriamente pensando di dare una svolta al nostro viaggio: se il tempo sarà ancora inclemente per i prossimi due giorni, dopo Orlando (dove abbiamo una tappa fissa, una delle poche di questo viaggio) torneremo in fretta e furia a Miami, riconsegneremo l’auto e prenderemo il primo volo disponibile per il Messico (Yucatan) dove il sole splende sicuramente. Ed eccoci nella famosissima Daytona che con la sua Daytona Beach sono un vero “must” per chi si vasca la Florida. Daytona Beach si trova sulla lingua costiera esterna ed è piena di alberghi da paura (direttamente sull’oceano); comunque sulla stessa strada, ma dall’altro lato (quindi senza veduta diretta sul mare) ci sono anche un sacco di motel a costo molto contenuto e abbordabilissimi. Daytona Beach merita un giretto, non solo perché sulla spiaggia si può anche andare con la macchina, ma anche perché il centro è proprio molto carino e alla sera i grattacieli illuminati sulla baia danno un colpo d’occhio molto suggestivo. Finalmente la temperatura si sta alzando, siamo a circa 19 gradi e verso il pomeriggio il vento scassapalle smette. Per la notte alloggiamo a Daytona, al Parkway Inn (50,00 usd+tax), grazioso e pulito (molto più pulito rispetto a quello di ieri sera, ma ci voleva poco). Il proprietario è un indiano o un pakistano e ci consegna una stanza all’interno del ferro di cavallo (è proprio come quei motel americani low cost a piano terreno unico, di quelli che si vedono nei telefilm).

14/02/2011
Approfittando della connessione internet prenotiamo il motel Econolodge a Kissemmee, vicino ad Orlando, dove faremo una tappa obbligata fra due giorni. Mattina fresca, ma bel tempo; già che siamo a Daytona sarebbe un vero peccato perdersi il famoso speedway, dove contro ogni aspettativa ci beviamo uno di quei giri turistici sul trenino in compagnia della crema del reparto geriatrico. Il trenino, con tanto di speaker, ci porta in giro per tutto l’impianto, fino a farci arrivare sulla pista dove alcune macchine taroccate stanno provando il percorso. La veduta dalla torre dei giornalisti è molto suggestiva e già si vede un sacco di gente accampata con camper disumani e allargabili oltre ogni immaginazione, già pronti per il Nascar 500 che si correrà domenica prossima (20 febbraio). La temperatura si sta finalmente assestando su valori decisamente più umani, ormai siamo attorno ai 23 gradi e il vento si è definitivamente calmato. Un salto a Daytona Beach, due passi tra i negozi (un po’ tutti uguali) e poi un giro in spiaggia ad appoggiare finalmente le chiappe sulla sabbia bianca e a ciucciarci i primi raggi di sole. Era ora. Durante questo tour stiamo apprezzando certe qualità degli americani, che avranno pure i loro difetti, ma ci sembrano assolutamente rispettosi delle norme: per esempio se ti vedono vicino ad un semaforo a piedi, si fermano con la macchina pensando che tu voglia attraversare… per noi italiani è qualcosa di incredibile, da noi nessuno si sognerebbe di dare la precedenza ad uno sfigato pedone. Purtroppo noi italiani siamo ancora un popolo di ignoranti: ci limitiamo a guardare quelli che agiscono peggio, consolandoci se vediamo qualcuno ancora più sfigato di noi. Forse invece dovremmo imparare a guardare anche chi agisce meglio, e portare da noi qualcosa di buono. Per esempio il concetto di ordine e di pulizia degli americani potrebbe fare al caso nostro. Non si vedono in giro cartacce, o mozziconi di sigaretta o altro; probabilmente se l’ignorante italiano provasse a comportarsi come a casa sua (=Italia), qui ci sarebbe l’insurrezione popolare, perché sicuramente i passanti ti prenderebbero a insulti. Qui la raccolta differenziata è la normalità; da noi ci sono diverse città del sud che non sanno ancora nemmeno di cosa si tratti. Per non parlare dei cani al guinzaglio, che fanno scattare l’obbligo nei loro proprietari di raccogliere gli escrementi (ci sono ovunque appositi contenitori con guanti e sacchettini); in Italia un cane può cagare dove vuole e va ancora bene se il suo proprietario non si mette a cagare insieme a lui. Bisognerebbe poi aprire un capitolo a parte sulla chiarezza della segnaletica stradale, dei limiti di velocità e di quanto questi ultimi siano rispettati. Da noi uno che rispetta i limiti di velocità viene considerato grossomodo un coglione. Sono tante le cose che fanno riflettere. Dopo Daytona puntiamo decisamente verso nord, sempre sulla costa atlantica, e arriviamo a Saint Augustine, una bellissima cittadina che merita senz’altro una tappa: è la città più antica della Florida, fondata dagli spagnoli, poi passata agli inglesi, conserva ancora il forte spagnolo (che è addirittura Parco Nazionale degli Usa e per il quale naturalmente si paga l’ingresso). Molto pittoresco è il quartiere spagnolo, con tutte le casette originali di alcuni secoli fa, ovviamente ristrutturate, ma conservate benissimo e che fanno vedere come dovevano essere le città americane prima di diventare come le conosciamo oggi, piene di grattacieli. E’ strano trovarsi in America e passeggiare per le strade di una cittadina dove tutto richiama la vecchia Europa, dal college al municipio alla cattedrale. Siccome fra due giorni dovremo essere a Orlando preferiamo avvicinarci percorrendo una nuova strada prima la 207 e poi la 17 che passa all’interno in mezzo a boschi e pinete e in una zona di laghi. Ormai è buio pesto ed arriviamo a Orange City. Il motel più a buon mercato che troviamo è (neanche farlo apposta) l’Orange City Motel, a una trentina di km da Orlando, 54,00 usd per una bella stanza pulita a pianterreno, con due comodi letti queen, tv, internet wifi e un bagno davvero signorile. Prima di arrivare a questo, ne abbiamo fatti passare diversi che ci chiedevano dei prezzi “a noi non graditi”; uno è arrivato addirittura a chiederci 85,00 usd + tax. Ma siamo matti? Mica siamo alle Keys.

15/02/2011
La tappa stradale di oggi è poco impegnativa, meno di 40 miglia. Due giorni fa abbiamo prenotato via internet un Econolodge a Kissimmee (poco a sud di Orlando) alla modica cifra di 42,00 usd, un vero omaggio. La stanza è dignitosa (almeno per il nostro punto di vista), bagno adeguato, tv, microonde, internet wifi. Oggi pomeriggio ci attende uno shopping selvaggio al Orlando Premium Outlet alle porte della città su Vineland Road. Questo si che è un signor Outlet, mai fatto uno shopping così spietato: siamo entrati alle 12 ed usciti alle 18, complici i prezzi abbordabili ed un cambio violentemente favorevole che ci regala il 30% su ogni acquisto. Adesso le valigie sono riempite all’inverosimile (fortunatamente eravamo partiti con poca roba dall’Italia), tanto che potremo temere qualche problema all’imbarco. Carichi come i muli torniamo all’Econolodge. Serata a Orlando al Cirque du Soleil, prenotato da casa via internet (55,00 Euro a biglietto, grazie all’affiliazione al Cirque club). Mai soldi furono spesi così bene: grande spettacolo davvero indimenticabile. Il Cirque du Soleil è famoso non solo perché non vengono impiegati animali, ma soprattutto perché rappresenta il circo del futuro, dove accanto alle tradizionali discipline circensi trovano posto mimi, personaggi fantastici, costumi, trucco, scenografie e luci teatrali, il tutto accompagnato da musicisti e cantanti dal vivo. I numeri sono presentati con un gusto molto particolare e una regia estremamente fantasiosa in uno show di un’ora e quaranta senza interruzioni e senza pause tra un’attrazione e l’altra, come se si trattasse del racconto di un’unica favola. Funamboli al filo alto, acrobati ai tessuti, trapezio volante, giocoliere da sballo, ciclisti acrobatici, saltatori al letto elastico, 4 bambine cinesi che fanno incredibili evoluzioni con i diablos, tutti artisti con un livello tecnico altissimo, al limite dell’incredibile. Lo spettacolo prende vita in una struttura fissa a Downtown Disney (che all’esterno ricorda vagamente un circo bianco), mentre all’interno le tribune possono ospitare diverse migliaia di spettatori che restano a bocca aperta per un’ora e quaranta. C’è poi uno spettacolo nello spettacolo: quello dell’installazione e della trasformazione delle attrezzature a vista, senza l’intervento di alcun inserviente. Un vero miracolo di ingegneria. La stessa pista è formata da ascensori che salgono e scendono per portare gli artisti alla ribalta. In poche parole: favoloso, spettacolare, indimenticabile.

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