• 12 - 17 AGOSTO
  • 18 - 22 AGOSTO
  • 23 - 26 AGOSTO
  • 27 - 01 AGOSTO
  • INFO DI VIAGGIO

12 AGOSTO

Il volo Continental Milano-New York e poi New York-Seattle (con stop di 4 ore all'aeroporto di Newark nella Grande Mela), dà inizio alle danze di questa nuova avventura on the road che ci esalta da mesi e che attendevamo con ansia da altrettanto tempo. Sbarchiamo a Seattle, patria della Boeing e della Microsoft, ma anche di ogni nuova tendenza artistica e musicale degli States, alle 20,00 ora locale (fuso: meno 9 rispetto all'Italia, una bella botta). In aeroporto ritiriamo le chiavi dell'auto alla Thrifty (una Nissan Versa berlina, cinque porte, prenotata a buon mercato via internet tramite la Rhino Car Hire alcuni mesi fa), navetta gratuita fino al deposito auto: la navetta ci molla direttamente sulla piazzola di parcheggio della macchina, basta inserire le chiavi e andiamo di gran carriera verso il Motel Travelodge prenotato su Motels per 50,00 usd, saggiamente scelto poco distante dall'aeroporto.

13 AGOSTO

Partenza da Seattle sulla Intestate 5 in direzione sud. Siamo nello stato di Washington e all'altezza di Silver Lake, svoltiamo per andare a vedere Mount St Helens, che nel 1980 è stato protagonista di una eruzione spaventosa che ha sparato in orbita tutta la vetta, mentre l'onda d'urto dell'esplosione ha sradicato gli alberi per miglia e miglia lì intorno. Risultato: adesso è più basso di oltre 400 metri rispetto all'originale. Ma oggi il tempo fa schifo, grigio ovunque; mentre ci avviciniamo all'osservatorio Johnson Ridge siamo immersi nelle nuvole con visibilità ridotta e pensiamo anche di tornare indietro perchè probabilmente lassù non si vedrà niente. Invece il culo ci assiste e il cielo azzurro si apre proprio mentre arriviamo davanti al monte sulla balconata dell'osservatorio (anche perché siamo saliti tanto in altezza che abbiamo superato il muro delle nuvole). Peccato per il tempo perché durante il tragitto di 60 miglia (!) ci sarebbero dei panorami meravigliosi. Riprendiamo la Interstate 5 verso sud, scavalchiamo il Columbia River e sbarchiamo in Oregon, a Portland, da dove iniziamo a percorrere il Columbia River Gorge. Il Vista House Visitor center si trova su un promontorio con veduta panoramica sul canyon dove scorre il fiume, ma purtroppo il tempo fa ancora schifo e le foto sono inutili. Sulla sponda Oregon, lungo la Scenic Byway 30 si trovano diverse cascate in mezzo alla foresta: Latourell Falls, poco distante dalla strada principale, è un salto di acqua non molto largo, ma di grande effetto che cade lungo una parete di basalto per finire in un piccolo laghetto. Bridal Veil Falls si raggiunge con un sentiero di circa 400 mt. che scende nella foresta, 2 bei salti. Wakeena Falls è proprio sulla strada, un bel salto su un laghetto, Multnomah Falls, la più famosa per essere la più alta (quasi 200 mt.) è anche la più frequentata dai turisti: è un doppio salto di acqua, il primo sottile il secondo più ampio. Infine Oneonta Falls, very beautiful. Ci rimettiamo in strada e arriviamo nel piccolo paese di Biggs, dove ci piazziamo al Dinty's Motor Inn, piccolo motel a 52,00 usd fornito di tutto quel che ci serve (bagno, tv, frigorifero, microonde, specchio modello Versailles e veduta panoramica sul Columbia River).






14 AGOSTO

Sveglia presto, ore 6,30, partenza da Biggs, si scavalca il Columbia River e si passa sulla sponda dello stato di Washington, proseguendo verso est sulla 14. Panorami mozzafiato sui due lati del canyon a picco sul fiume. Il corso del fiume, che una volta doveva essere un vero terrore per i pionieri, oggi scorre lento e pacifico, perchè è interrotto da numerose dighe che sfornano energia elettrica in quantità. Arrivati a Plymouth attraversiamo nuovamente il Columbia e ritorniamo in Oregon, una specie di zig zag. I paesaggi cambiano in continuazione, è il bello di questa parte degli Usa: pianure coltivate e piane semi desertiche, che lasciano improvvisamente il posto a canyon e montagne colorate che sembrano dipinte. Attraversiamo la riserva indiana degli Umatilla, senza vedere indiani (una tribù non molto celebre per la verità), ma raggiungendo alcuni punti panoramici davvero molto belli. Finalmente entriamo nelle Blue Mountains che sono il preludio della Wallowa National Forest, con spettacolari gole tra i monti ricoperti di pini e fiumi limpidi e impetuosi. Arrivati a La Grande, si imbocca la valle del Wallowa, un tempo la terra sacra dei Nez Perces di Chief Joseph e adesso capiamo perché si è tanto incazzato quando il governo degli Stati Uniti lo ha cacciato da qui. Facciamo una sosta alla Minam Recreation Area, una specie di paradiso: prato attrezzato con tavoli e panche, sulle rive del fiume Wallowa in mezzo ai monti (ci sono anche due cercatori d'oro con i setacci in mezzo al fiume, con grande pazienza si può ancora trovare qualcosa anche oggi…). A Enterprise, dopo brevissima ricerca, troviamo il Country Inn Motel a 55,00 usd, cameretta minuscola, ma con tutto quel che serve (bagno, tv, microonde… e pavimento di pelo… moquette a pelo lungo). Crediamo che il titolare abbia costruito queste stanze in barba a qualsiasi legge 626, dato che si tratta di una casetta di legno e compensato, dentro e fuori, con cavi elettrici volanti, da brividi. Joseph è l'ultima cittadina prima del Hells Canyon: sembra che il tempo si sia fermato un secolo e mezzo fa, un paesino in puro stile western. A poche miglia c'è il Wallowa Lake, circondato da monti ricoperti di neve: il mare è piùttosto lontano e la gente fa il bagno qui. In questo posto era accampato Chief Joseph quando nel 1877 l'esercito degli Usa gli ha ordinato di rinchiudersi in una riserva, dando il via a quella spettacolare ed epica fuga verso il Canada che ha visto protagonista il capo e la sua tribù, braccati dall'esercito per quattro mesi, fino alla resa nel nord del Montana a poche miglia dalla salvezza. Vicino al lago Wallowa c'è la tomba di suo padre (Joseph Senior, noi diremmo): Chief Joseph invece è stato sepolto a Washington, probabilmente gli Usa hanno fatto una specie di mea-culpa e, dopo averlo tormentato fino alla morte, oggi lo considerano un eroe. Per arrivare a Hells Canyon dobbiamo percorrere 45 miglia di strada solitaria in mezzo alle foreste di pini dell'Oregon, sperduti, nessuno in vista, tranne qualche mucca, paesaggio bellissimo e mozzafiato, ma anche pericolo di attraversamento di grossi animali. Sarebbe spiacevole e costoso scontrarsi contro un alce all'imbrunire. Arriviamo a Hells Canyon Overlook, l'unico punto raggiungibile con strada asfaltata, ma è una mezza delusione. Dopo avere visto il Grand Canyon in Arizona e il Fish River Canyon in Namibia, questo può essere definito un paesaggio molto bello, ma non paragonabile agli altri. Morale: tre ore di strada per restare là un quarto d'ora a scattare dieci foto. Sconsigliamo un viaggio del genere ai più esigenti. Gran finale con un favoloso tramonto rosso, da indiani.






15 AGOSTO
A poco a poco lasciamo alle nostre spalle l'Oregon, puntando verso nord sulla highway 3 che si snoda tra spettacolari praterie delimitate da colline. Incontriamo anche una piccola mandria di bisonti, apparentemente per uso domestico (praticamente "bistecche"). Siamo in piena Wallowa National Forest, dove Joseph View Point è una meraviglia anche se l'aria frizzante, anzi fredda del mattino ci costringe alle felpe. Sconfiniamo nello stato di Washington e la strada diventa sempre più panoramica. I boschi lasciano il posto a bellissimi canyon dalle pareti colorate, sul fondo scorrono fiumi impetuosi affluenti dello Snake. Il tempo sembra si sia fermato alla metà dell'800: un ranch nella piana sul fondo del canyon, i pionieri che coltivano il loro pezzo di terra, l'arrivo degli indiani… A Lewiston entriamo ufficialmente in Idaho e poco dopo eccoci a Spalding nella riserva dei Nez Perces. Il visitor center, gestito direttamente dai Nez Perces ha un piccolo ma curato museo con manufatti, abiti, armi ecc. della tribù. Segue un rapido giro a Lapwai, capoluogo della riserva indiana, dove però non c'è niente di chè. Sulla Hwy 12 verso est costeggiamo la riserva fino a Kamiah, con il Clearwater River che scorre sulla nostra destra per tutto il tragitto. Sono luoghi storici e dovunque ci sono testimonianze del passaggio a nord ovest di Lewis e Clark. La valle del Clearwater è bellissima: boschi di abeti, pareti a picco sul fiume, piccole spiaggette di sabbia bianca. Lasciata alle nostre spalle la riserva dei Nez Perces ci addentriamo nella Scenic Byway 12 che costeggia per buona parte il fiume Lochsa. Paesaggio selvaggio come nei film: gole tra i monti ricoperte di foreste di pini, fiume che scorre ora tranquillo ora tra le rapide. Oltre 150 miglia in questo modo. Abbastanza pesante alla fine, ma ci riporta all'epoca dei cercatori d'oro e dei cacciatori di pelli. Al Lolo Pass entriamo in Montana (oggi tocchiamo quattro stati) e in un altro fuso orario, si spostano in avanti le lancette di un'ora. A Missoula ci piazziamo al City Center Motel a 52.00 usd tasse incluse (bagno privato, tv, microonde, frigorifero).






16 AGOSTO
Aria frizzante da queste parti alla mattina, non c'è che dire. Missoula città universitaria dorme ancora e noi partiamo sulla Hwy 93 per il nord; la meta finale di oggi è Glacier National Park. Il piano di viaggio prevede una sosta nella riserva dei Flathead, confederazione delle tribù indiane Salish e Kootenai, che non sono ingiustamente passati alla storia. Tribù pacifica, i loro antenati avevano accolto e sfamato Lewis e Clark, ormai stremati, durante la loro epica traversata in queste terre nel 1805-1806. Purtroppo invece le tribù indiane vengono ricordate più per la grandiosità dei loro scontri con l'esercito americano e per i massacri, che per la loro bontà. Ecco perché sono molto più popolari i Sioux, Cheyenne e Apache. La sosta prevista è al National Bison Range, una riserva che ospita in libertà diverse centinaia di bisonti. Al visitor center, gestito dagli indiani Salish, acquistiamo per 80,00 usd il National Park Pass, una card che ci permetterà di entrare in tutti i National Parks e National Monuments americani per un anno (magari potessimo restare così tanto!) senza più pagare nemmeno un centesimo. Il giro del National Bison Range è un anello di 19 miglia a senso unico da percorrere in macchina, su sterrato e montagna, alla ricerca di bisonti e altri animali. Facciamo subito un primo incontro con un bisonte solitario, ma poi più niente. L'incontro con una grossa mandria avviene dopo più di 15 miglia, a giro quasi terminato, quando ormai avevamo gettato la spugna. Il viaggio prosegue verso nord fino al Flathead Lake, il lago più grande del Montana, una vera attrattiva turistica. In questi giorni abbiamo scoperto che nel nord ovest (Oregon, Idaho, Montana) questa è la stagione delle ciliegie. Complice il prezzo basso e il cambio favorevole (ciliegioni da 4,50 a 6,00 usd il kg) ne mangiamo a chili. Lasciamo la riserva dei Flathead e arriviamo nei pressi del Glacier National Park. Facciamo un po' fatica a trovare un motel a prezzi abbordabili, da queste parti viaggiano tutti attorno ai 100 usd, non tanto per il livello quanto per la vicinanza al parco. Ne troviamo uno, il meno peggio a 86,00 usd, il Hungry Horse Motel proprio nel piccolo centro di Hungry Horse (che fantasia). Standard classico (bagno, tv, wifi) ma senza frigorifero. Non importa: con la temperatura che scende verso sera, basta lasciare i generi deperibili in macchina per la notte e il mattino dopo ritrovi tutto fresco e perfettamente conservato.
Teniamo la ciliegina del parco per domani e siccome abbiamo ancora tempo, andiamo a dare un occhio al versante sud ovest di Glacier, lungo la strada in mezzo ai monti che costeggia il Flathead River fino ad Essex. Serata indimenticabile a mangiare una bistecca meravigliosa in una piccola steakhouse proprio davanti al nostro motel.






17 AGOSTO
Titolo: Glacier. Sottotitolo: meraviglia. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, se non che ci spagliamo presto e partiamo con un'aria polare che ci costringe per la prima volta ad accendere il riscaldamento della macchina. Glacier è solo a poche miglia dal nostro motel e pare che poca gente entri a quest'ora, quando neanche il visitor center è aperto. La principale attrattiva del parco è la Going to the Sun Road, una strada asfaltata di circa 50 miglia che percorre trasversalmente tutto il parco da West Glacier a East Glacier, attraversando paesaggi di montagna da favola. Prima sosta a Lake McDonald, ancora avvolto dalla nebbia, dove si specchiano i monti sullo sfondo. Tutto il tragitto è un continuo di soste per fare foto a monti, ghiacciai, fiumi e animali, compresa una marmotta che ci passa in mezzo ai piedi. Il culmine è Logan Pass, a 2025 mt. con una scampagnata fino alle nevi perenni in un posto magico circondato dalle vette innevate e prati ricoperti di fiori. Scendiamo poi verso St Mary, dove il lago omonimo è flagellato da un vento incredibile. Sul lago è possibile fare delle escursioni in battello; oggi non sembra la giornata ideale, sempre che non si voglia vomitare. Oltre alla Going to the Sun Road a Glacier ci sono altre due strade pavimentate, una delle quali porta al lago di Many Glacier. E qui incontriamo un orso in libertà, in carne ed ossa. Naturalmente l'animale è piùttosto lontano, quanto basta per scattare qualche foto a testimonianza dell'incontro, stando a distanza di sicurezza. E così anche l'orso entra nel nostro paniere degli animali selvaggi fotografati. Il tour prosegue nella riserva dei Blackfoot fino al confine con il Canada, giusto per provare l'emozione di arrivare fino al cospetto della bandiera bianca e rossa con la foglia d'acero (chissà, potrebbe essere il presagio di un prossimo viaggio…) Più tardi rientriamo nel Glacier National Park per l'ultima tappa, Two Medicine con la cascata intitolata alla leggenda di Aquila che Corre. Non si trova posto nei motel locali, nemmeno nella riserva dei Blackfoot quindi arriviamo in un paesino sfigato e ne troviamo uno piccolo senza pretese, a conduzione familiare, dal prezzo estremamente accattivante: 47,00 usd, il Terrace Motel a Cut Bank In tutta sincerità, il motel è il peggiore (soprattutto in termini di igiene) di tutti quelli che abbiamo trovato fino ad ora. Ci viene in aiuto il sacco lenzuolo, saggiamente portato da casa…














18 AGOSTO

Presto, scappiamo da questo motel lurido! Direzione sud, verso le ghost towns. Si inforca quindi la Interstate 15 verso sud, in mezzo alle sterminate pianure del Montana. Nel primo tratto di oggi il paesaggio è piùttosto monotono e piatto. Arriviamo a Great Falls e scopriamo che c'è il museo di Lewis e Clark, i due famosi esploratori. Non possiamo farci sfuggire l'occasione ed andiamo a visitarlo (tra l'altro l'ingresso è gratuito per i possessori del National Park Pass. E noi ce l'abbiamo.) Il museo è molto interessante, fornisce un sacco di notizie sulla spedizione da Saint Louis al Pacifico, con testimonianze dei vari incontri con numerose tribù indiane: dipinti, manufatti, armi, quadri ecc. Da non dimenticare che a Great Falls incontriamo il mitico Missouri, che seguiremo poi verso sud per diverse miglia. Poco più a sud il paesaggio comincia finalmente a diventare più interessante, si entra in montagna, sempre sulla Interstate 15. Le rocce e la vegetazione verde punteggiata di pini, il cielo assolutamente azzurro e sgombro da nuvole, danno un colpo d'occhio favoloso e il Missouri che scorre in mezzo alle gole formando delle anse tranquille fa ritornare indietro nel tempo di almeno 150 anni. Questo posto magico è Mid Canyon, che merita una sosta. Avevamo letto che il Montana viene chiamato "lo stato del grande cielo". E' vero, confermiamo: probabilmente è uno dei cieli più belli mai visti. Lasciata Helena alle nostre spalle, lasciamo anche la I-15 per la Hwy 69. La prima ghost town di oggi è Elkhorn: dopo un ghiaiato di 12 miglia (che sulla ghiaia sembrano non finire mai) arriviamo in un centro abitato che possiede solo 2 edifici antichi. Praticamente un vero pacco. Non vale la pena, sconsigliamo a chiunque di perdere tempo per visitare questa cittadina. Scendiamo allora lungo la 287 e troviamo finalmente alla tanto celebrata Virginia City, che presenta un buon numero di edifici d'epoca disposti lungo la strada principale. Purtroppo la sua fama e la pubblicità l'hanno fatta diventare un luogo turistico per eccellenza e le macchine sono parcheggiate ovunque, mentre all'interno degli edifici, alcuni in legno altri in muratura, sono stati aperti dei negozi (non d'epoca); in questo modo evapora la magia della "ghost town" come la intendevamo noi. A onor del vero, dobbiamo dire comunque che Virginia City è autentica e non ricostruita come altre città. Ci sentiamo invece di consigliare la visita a Nevada City, a meno di 2 miglia da Virginia City. Pagando un biglietto di ingresso di 8,00 usd a testa si può passeggiare all'interno di un villaggio di case in legno risalenti agli anni tra il 1870 e il 1900. Sebbene il villaggio non sia mai esistito qui, tutte le case sono originali, ma si trovavano altrove sparpagliate in diverse località. La trovata geniale è di averle smontate là dov'erano e rimontate tutte in questo posto, costruendo un vero e proprio villaggio. Serata a Bozeman, dove dopo alcune brevi ricerche ci appoggiamo al Ranch House Motel, che per 60,00 usd ci fornisce la migliore stanza che abbiamo trovato finora, in termini di ampiezza. Per il resto i servizi sono sempre i medesimi (frigo, tv, wifi). Si inaugura Subway e i suoi panini espressi (fatti sul momento con gli ingredienti a scelta del cliente) e l'esperienza è più che positiva. E da oggi apprezziamo il "footlong", un panino lungo un piede (circa 30 cm).






19 AGOSTO
Un po' a malincuore oggi diamo l'addio al Montana. Spazi immensi, natura generosa, paesaggi sempre vari. Ci aspetta una giornata di puro spostamento per avvicinarci al South Dakota attraverso il Wyoming. Bozeman si trova già sulla Interstate 90, con la quale arriviamo fino a Billings, dopo avere passato la città di Laurin (diventata famosa negli ultimi mesi per il disastro ecologico nel fiume Yellowstone, dove la Exxon ha pensato di sversare diverse tonnellate di petrolio). Il paesaggio è ancora molto "Montana". Poco dopo Hardin entriamo nella riserva degli indiani Crow, quei fetenti che insieme ai Pawnee e agli Arikara facevano da guida all'esercito americano durante le guerre contro i Sioux e i Cheyenne. Da questo leccaggio di piedi (il loro scopo era quello di vedere distruggere le tribù nemiche) ci hanno guadagnato una vasta riserva in Montana al confine con il Wyoming, ma che naturalmente ha ben poche attrattive (i bianchi mica li regalavano i terreni produttivi). Nella riserva dei Crow si trova la nostra tappa di oggi: il campo di Battaglia di Little Big Horn, dove il generale Custer ci ha rimesso le piume insieme a più di duecento suoi soldati per mano dei Sioux e dei Cheyenne guidati da Toro Seduto e Cavallo Pazzo nel giugno del 1876. Il sito ospita un sacrario con centinaia di lapidi commemorative dei reduci di tutte le guerre degli Usa. Naturalmente c'è un visitor center, ma l'attrattiva fondamentale è la collina dell'ultima resistenza (Custer's Last Stand), dove si trova un obelisco con tutti i nomi dei caduti ed una quarantina di lapidi bianche, tra le quali campeggia una lapide nera di Custer. Le lapidi, tutte senza nome tranne quella di Custer, sono state piazzate disordinatamente, ognuna dove sono stati ritrovati i resti di un soldato caduto. Nei dintorni, più o meno sparpagliati, anche a piccoli gruppetti, si trovano le lapidi degli oltre 150 altri soldati. La prateria, così punteggiata di lapidi qua e là, dà una dimensione della disperazione di quella giornata. Interessante è il mausoleo che celebra gli "eroi indiani", edificato in questi ultimi anni a pochi metri dalla collina di Custer. Mentre una volta gli indiani erano i cosiddetti "ostili" oggi sono invece definiti "coloro che si battevano per salvare la loro terra". Un applauso al bel cambiamento di vedute. Lasciamo definitivamente il Montana e ci addentriamo nel Wyoming, praterie sconfinate, senza anima viva, una veduta sulla pista Bozeman, una sosta alle rovine quel che resta di Fort Kearny (un pezzo di palizzata e mezza torretta). Per la notte ci fermiamo nella cittadina di Gillette, dove dopo brevi ricerche ci accomodiamo al Mustang Motel, gestito da indiani (dell'India stavolta), stanza non disprezzabile, bagno privato, tv, wifi, frigorifero e angolo cottura (che non useremo). Per la modica cifra di 48,00 usd totali. Un vero affare.






20 AGOSTO
Sveglia allo stesso orario dei minatori, come sempre (ore 6,30),  inforchiamo la Interstate 90 e andiamo verso est. Deviazione sulla 14 per vedere la Devil’s Tower, il primo monumento statale degli usa. Si tratta di una torre solitaria di colonne prismatiche di basalto, con boschi lungo le pendici. È veramente di grande effetto e si vede da diverse miglia in lontananza. Le rocce rosse alla base ricordano Bryce Canyon, che comunque dista da qui diverse centinaia di miglia. Cani della prateria sbucano dalle loro tane. Ovunque ci sono cartelli che mettono in guardia dai serpenti a sonagli, che sono abbastanza abbondanti da queste parti. Essendo un National Monument, con il nostro National Park Pass entriamo a macca. La Devil’s Tower, usata da Spielberg in “Racconti ravvicinati del terzo tipo”, in passato rappresentava il confine del territorio degli indiani Sioux. Facciamo il nostro ingresso trionfale in South Dakota e ben presto ci ritroviamo nelle mitiche Black Hills. Passiamo attraverso Sturgis (famosissima per il raduno annuale delle Harley Davidson),  Rapid City e infine arriviamo a Wall, da cui parte la strada che conduce al Badlands National Park. Il percorso si trova nella parte nord del parco. Ci sono delle stranissime formazioni, pinnacoli e coni rovesciati, di terra e roccia striati di vari colori, dal rosso al viola al marrone fino al giallo e al verde. La strada panoramica nel primo tratto si trova in posizione sopraelevata, la seconda scende alla base delle collinette. In mezzo a queste colline fotogeniche la nostra escursione si prolunga per diverse ore, un paradiso che offre migliaia di diversi punti di vista per le foto. Anche qui ovunque segnali di attenzione per serpenti a sonagli. Siccome a pochi chilometri si trova la riserva dei Lakota Oglala (una delle tribù che hanno fatto la pelle a Custer) andiamo a vedere il museo dell’Oglala College, ampiamente pubblicizzato sulle riviste locali. Ci aspettavamo un museo vero e proprio, con artigianato, testimonianze, manufatti. Ci troviamo invece davanti ad una semplice mostra fotografica, molto elementare con una trentina di foto. Una delusione unica. Abbiamo buttato 80 miglia nel cesso (perchè il museo non si trova proprio vicino all’ingresso della riserva…). In più nella riserva non c’è nemmeno un cartello con l’indicazione “benvenuti nella riserva”, non c’è un negozio di artigianato, non c’è nemmeno un teepee montato, non una dimostrazione di usanze in costume… sono davvero molto impreparati nei confronti del turismo, e pensare che potrebbero fare soldi a palate, prendendosi una sonora rivincita nei confronti dell’uomo bianco. Purtroppo preferiscono dedicarsi al farnulla e all’alcol. Delusi, non ci resta che fare ritorno alle Badlands per fare le foto al tramonto. Troviamo inaspettatamente una coppia tedesca su camper targato germania… nelle badlands… che razza di viaggio si sono bevuti questi due! (avranno attraversato l’Atlantico in nave…) Usciamo dal parco al tramonto, e a questo punto urge cercare una sistemazione nelle vicinanze: a Wall per esempio, dove al Welsh’s Motel, per 54,00 usd ci danno un’ottima stanza con tutti i confort (bagno, tv, wifi). Non c’è il frigorifero ma lasceremo l’acqua in macchina… di notte si raffredda sufficientemente.














21 AGOSTO
E’ arrivato il momento delle Black Hills, le Paha Sapa dei Sioux, e del Custer State Park. La trasferta di oggi non è quindi particolarmente impegnativa, dato che da Wall a Rapid City ci sono solo 50 miglia. Le Paha Sapa erano le colline sacre dei Sioux fino a quando i cercatori hanno trovato l’oro: in barba ai trattati di pace, sono sorte le cittadine minerarie, una ferrovia è stata costruita a nord, un’altra a sud, i bisonti con tutto questo casino se ne sono andati (oppure sterminati da furboni come Buffalo Bill) e l’esercito ha dato il colpo di grazia per cacciare gli indiani ostili e far posto alla “civiltà”. Il problema della giornata di oggi è uno solo: il tempo fa schifo, un coperchio grigio uniforme su tutto il South Dakota, aria non particolarmente calda, praticamente una fregatura visto il giro che dobbiamo affrontare oggi, dove il bel tempo sarebbe fondamentale. Non possiamo fare altrimenti, quindi partiamo ugualmente con la speranza che la situazione migliori. Ne approfittiamo per fare spesa e riempire il frigorifero ed andare al visitor center per trovare qualche mappa (ma scopriamo di avere già tutto il necessario). Entriamo ufficialmente nelle Black Hills con la Hwy 16, lungo la quale ci sono un sacco di pacchianate tipicamente americane: finti saloon, parchi tematici, rivendite di “puro oro” delle Black Hills, negozi di addobbi di natale… Intanto il tempo migliora e Arriviamo a Keystone, nei pressi del Mount Rushmore: paese prettamente turistico con ogni genere di americanità, compreso un treno a vapore che percorre un tratto di Black Hills con un’andata e ritorno di 3 ore. Il tempo migliora a vista d’occhio, ormai è completamente sereno, facciamo tutto il giro del Custer State Park (15,00 usd per il pass di ingresso che dura una settimana… noi lo useremo solo per un giorno). In questo parco dovrebbe essere avvistabile un sacco di fauna selvatica compresi i bisonti. La natura è bellissima, boschi di pini a non finire, intervallati da praterie: dove le montagne si scoprono affiorano rocce rossissime. Dopo il giro quasi completo del percorso vediamo finalmente i bisonti, mandrie numerose, anche se lontane. Per la notte troviamo una sistemazione a Custer, paese classico western, allo Chalet Motel, che ha le stanze dentro delle piccole casette molto carine, alla modica cifra di 50,00 usd, un vero affare. Dobbiamo andare a vedere il Mount Rushmore al tramonto quindi a metà pomeriggio ci avviamo, ma a poche miglia da Custer veniamo sorpresi da un grosso temporale con tanto di grandine: di corsa indietro, ci andremo più tardi. Il tempo migliora, si riparte per il Mount Rushmore, percorrendo una bellissima Scenic Byway all’interno delle Black Hills con vedute suggestive su picchi di roccia (Cathedral Spires). Arriviamo al Mount Rushmore (11.00 usd di ingresso, qui la tessera del NPS non conta) per avere l’amara sorpresa che al tramonto non si vede assolutamente niente, perché i 4 presidenti sono rivolti verso est! Ci penseremo domani. In compenso notiamo lo scempio del colosso di cemento (parcheggi, viali, piazze, negozi ecc.) che è stato compiùto ai danni delle Black Hills.Degna conclusione di giornata a mangiare una succulenta bistecca di bisonte in una steakhouse completamente di legno. Veramente mondiale.










22 AGOSTO
Sveglia a Custer al solito orario da minatori. Questa mattina dobbiamo recuperare la veduta del Mount Rushmore, che ieri sera abbiamo fallito. Optiamo per la strada più breve, tutta in piano e comunque di 22 miglia (Hwy 385 poi la 244). Fortunatamente la giornata è limpidissima e il cielo azzurro, l'ideale per fare le foto al monte dei 4 Presidenti (Washington, Lincoln, Roosevelt, Jefferson), che il sig. Gutzon Borglum ha iniziato a scolpire nel 1927 e terminato 14 anni dopo. Stavolta ci va bene. Sosta al Sylvan Lake, incastrato tra le Black Hills, con le montagne circostanti che si specchiano nell'acqua, quindi partenza per il Wyoming con calma, percorrendo la Scenic Byway 385, in mezzo ad una lunga gola.

A Lead inciampiamo in una miniera d'oro a cielo aperto, un buco gigantesco: qua una volta c'era una montagna, adesso c'è un enorme voragine con le pareti striate di grigio, nero, rosso, marrone e oro. La miniera è tuttora funzionante, anche se a corrente alternata. Sosta alla cascata di Roughlock Falls, bellissima in mezzo allo Spearfish Canyon, diversi salti in mezzo alla foresta, con passerelle di legno per visitarla meglio e prati attrezzati per picnic con le immancabili griglie. Vedere i parchi pieni di griglie a disposizione di chiunque, dà un senso di pace e felicità. Vicino a Spearfish proviamo l'emozione di essere fermati dallo sceriffo perche effettivamente avevamo un po' sforato il limite di 35 mph consentito in una zona di lavori in corso. Non si scende dall'auto, mani rigorosamente bene in vista. L'avventura si conclude con una ammonizione bonaria (scritta). Poteva andare peggio, abbiamo incontrato un giovane sceriffo bendisposto e comprensivo. E adesso ripercorriamo la strada fatta 3 giorni fa, per un totale di 200 miglia di prateria per arrivare a Sheridan, nel Wyoming, che sarà trampolino di lancio per il viaggio di domani. La sistemazione di stanotte è al Holiday Lodge Motel, bello e pulito, con la piscina, con tutto il necessario (bel bagno, frigo, tv, microonde) alla modica cifra di usd. 50,00.






23 AGOSTO
Ci aspetta una delle trasferte più corte di tutto il viaggio (poco più di 150 miglia), appositamente studiata per arrivare a Cody entro il pomeriggio ed essere pronti per spiccare il volo per Yellowstone il mattino dopo di buon ora. Inoltre una mezza giornata di riposo, dopo 10 giorni di tour de force non può che avere benefici influssi. Partenza da Sheridan verso nord per poche miglia, poi si prende la Scenic Byway 14 alt che sale verso la Bighorn National Forest, inerpicandosi in mezzo a paesaggi meravigliosi e selvaggi tra le testimonianze delle ere geologiche. Non c'è nessuno in viaggio oggi, tranne noi e gli operai delle strade. Ma la parte migliore deve ancora venire: dopo essere saliti fino a 9430 piedi, la strada scende rapidamente verso il versante sud, dove ci sono vedute mozzafiato sul Bighorn Basin, su distese di canyon e montagne colorate. Il fulcro di oggi è il Bighorn Canyon con alcuni punti panoramici: il primo è Horseshoe Bend, dove il fiume (fermato più a nord da una diga) forma un lago addirittura balenabile in mezzo alle rocce rosse. Ma il punto favoloso è Devil Canyon Overlook, dove c'è una specie di piazza panoramica che permette una veduta assolutamente stupefacente su un'ampia ansa, da cui si vede un tratto lunghissimo di canyon, sia a nord che a sud, con il fiume verdissimo che scorre in fondo, il tutto con montagne "dipinte" a strapiombo. Vediamo anche un paio di bighorn, capre di montagna con corna particolari, autoctone di queste zone. Senz'altro uno degli highlight del nostro viaggio, sicuramente poco frequentato dalle rotte turistiche, ma assolutamente da consigliare. Quindi arriviamo a Cody, dove dopo brevi ricerche troviamo il Big Bear Motel, che al prezzo di 80,00 usd (qui eravamo preparati a spendere un pò di più del solito), ci mette a disposizione una camera di tutto rispetto con tv, lavanderia e piscina. Mezza giornata di svacco (anche per fare il bucato) ci può stare. Visita al Museo di Buffalo Bill, che avrebbe una prezzo di ingresso di 18,00 usd, se non fosse che un vecchio, ma arzillo bigliettaio, innamorato perdutamente dell'Italia, ci fa entrare gratis!










24 AGOSTO
Sveglia molto prima del solito, dobbiamo sfruttare ogni minuto per Yellowstone. La giornata è completamente serena e dato che quattro anni fa siamo rimasti fregati dal tempo, che ci ha trombati durante il giro dei geyser, oggi cominciamo proprio da quelli. Arrivati allo Yellowstone Lake facciamo il primo incontro con un bisonte solitario che cammina indisturbato sulla strada principale e ci passa di fianco al finestrino, fregandosene altamente delle macchine (tanto è casa sua). Iniziamo il giro dell'anello inferiore in senso orario e la prima tappa è Old Faithful, il geyser che erutta ogni ora. In teoria dovevamo rimanere qui il tempo di vedere lo spruzzo e per fare una piccola scampagnata: restiamo invece diverse ore fino a pomeriggio inoltrato per fare il giro completo di tutti i geyser e di tutte le pozze colorate, che finalmente riusciamo a vedere in tutto il loro splendore. Cosa ci eravamo persi la volta scorsa! Comunque, sbagliando completamente la dosatura delle nostre forze, pagheremo a caro prezzo questo giro a piedi di alcuni chilometri: il sole cocente e i chilometri ci devasteranno. Segue giro al Biscuit Basin e poi al Grand Prismatic Spring, Great fountain Geyser e Fountain Paintpot. Tutti rigorosamente a piedi, completando l'opera di devastazione. Gli incontri con la fauna riguardano alcuni bisonti e una famigliola di alci, tutti a distanza ravvicinata. Arriviamo a tarda ora a Mammoth Hot Springs, dove abbiamo prenotato via internet due notti in stanze di hotel, in contrasto con le nostre sistemazioni standard (motel). Dato che all'epoca delle prenotazioni (fatte un paio di mesi fa) le stanze scarseggiavano gia', siamo riusciti a beccare una stanza con bagno in comune per la prima notte e una stanza con bagno per la seconda (si tratterà di traslocare). Quindi stasera dormiremo in quella senza bagno, che ci costa la bellezza di 99,00 usd, un vero furto, visto che mancano tutti i generi di conforto essenziali (oltre al bagno, mancano la tv, la wifi, il frigorifero). Praticamente la Xanterra, il concessionario esclusivo di questi hotel, se la tira un casino, ma a fronte di prezzi da ladri, forniscono un servizio più scadente dei motel di più basso livello, dove i servizi essenziali sono sempre garantiti. Unica consolazione: i letti sono davvero comodi. E ci mancherebbe altro.














25 AGOSTO
Partenza all'alba a caccia di bisonti e noi sappiamo già dove trovarli: nella Lamar Valley, a nord est, dove troviamo branchi di centinaia di bisonti. Peccato che il tempo faccia completamente schifo, cielo grigio scuro che minaccia pioggia. La luce per le foto è praticamente disastrosa. In compenso gli incontri con i bisonti sono davvero ravvicinati, i bestioni ci passano anche a fianco del finestrino dell'auto Ci imbattiamo anche in una scena assolutamente fuori del normale (almeno per noi): un bisonte riposa tranquillo a pochi metri da una signora seduta a leggere in mezzo al prato, mentre poco lontano c'è un pescatore immerso fino alle ginocchia nell'acqua del Lamar River. Siccome la giornata di oggi è stata battezzata per il giro dell'anello superiore di Yellowstone, continuiamo il giro in senso orario con le vedute sul canyon dello Yellowstone River, dove le pareti sono alte più di 300 metri e le rocce sono colorate con tutte le tonalità di giallo. Mitica ed indimenticabile la discesa a piedi fino ad immergere le mani nello Yellowstone River. E' poi la volta delle cascate dello Yellowstone: le Upper Falls (più basse, a sud) e le Lower Falls (più alte, a nord rispetto alle precedenti); entrambe spettacolari. Solo che per andare a vedere tutte queste meraviglie, aggiungiamo nuove camminate alle camminate di ieri, da cui eravamo già usciti estremamente provati e adesso siamo ridotti a due stracci. Dato che è ancora presto, aggiungiamo un'escursione nell'anello inferiore, nelle praterie lungo lo Yellowstone River, dove i bisonti sono numerosi e per la prima volta, fatto abbastanza insolito, li vediamo attraversare il fiume a nuoto in branco. Una scena da National Geographic. Questa sera dormiremo ancora al Mammoth Hot Springs Hotel, questa volta in una camera con bagno (allelujah!) che ci è costata la bellezza di 136,00 usd. A parte il bagno, nemmeno questa stanza presenta i servizi più elementari offerti normalmente da tutti i motel (tv, frigo, wifi). Aggiungiamo che l'hotel è una costruzione imponente, di diversi piani, dall'aspetto austero, che ricorda moltissimo un ospedale vecchio stampo. E noi lo battezziamo appunto "l'ospedale". Nel frattempo scoppia un temporale di proporzioni inaudite, con lampi, tuoni e raffiche di vento ululante










26 AGOSTO
Molliamo l'Ospedale (il lodge) quando è ancora quasi buio. Davanti alla nostra macchina c'è un intero branco di giovani alci che brucano indisturbate l'erba delle aiuole. Ecco spiegato il segreto dei giardini così ben curati: non ci sono i giardinieri, ci pensano direttamente le alci. Unica contromisura: i fiori dei vasi vanno messi tassativamente sono sotto rete. Giro a Mammoth Hot Springs a vedere le sbrodolate colorate in continua evoluzione. Abbiamo notato una certa differenza dalle colorazioni di quattro anni fa: evidentemente le sorgenti termali si esauriscono e ne sgorgano altre, e così le acque mineralizzate cambiano percorsi e colorazioni. Salto a Roaring Mountains (la montagna che ruggisce), Norris Basin (Porcelain Basin), Artist Painpots, praticamente "la tavolozza del pittore" (e infatti dal sentiero sopraelevato, i piccoli geyser colorati disposti in cerchio danno l'impressione di una tavolozza da pittore). Facciamo anche il macabro rinvenimento di un bisonte ucciso da un'autovettura: considerata la stazza dell'animale, anche l'automezzo deve avere subito discreti danni. Indi a vedere ancora una volta il miracolo di Old Faithful. Nel primo pomeriggio usciamo da Yellowstone, dopo avere incontrato pochi animali. Se dobbiamo dire la verità, pur considerando la possibilità di avere visto diverse cose che ci erano sfuggite durante il nostro viaggio precedente di quattro anni fa, forse il ritornare così presto a Yellowstone non è stata una scelta completamente azzeccata: probabilmente avremmo dovuto attendere qualche anno in più, dato che i ricordi nella nostra memoria, soprattutto perché si tratta di un posto magico e favoloso, erano ancora talmente vivi da sapere esattamente cosa ci aspettava oltre un determinato costone di roccia…. Non diremo mai che Yellowstone è una minestra riscaldata, ma in qualche modo è mancata la magia della sorpresa e della meraviglia, che invece ci avevano assolutamente sconvolti durante il nostro passaggio precedente. Lezione imparata: se dovessimo ritornare nello stesso posto, di qualunque viaggio, meglio attendere che buona parte dei ricordi evaporino dalla memoria. Lasciato Yellowstone, entriamo nel parco di Grand Teton, per le rituali foto sul lago, ma le montagne non si specchiano nel Jenny Lake come vorremmo e il tempo, oggi particolarmente variabile, è sempre più incerto. Attraversiamo le montagne, scavalchiamo il Teton Pass (8430 ft), sbarcando in Idaho. Il primo tratto del tragitto è in mezzo a montagne e colline, mentre il secondo si snoda tra sterminate pianure coltivate: una specie di pianura padana ingrandita all'ennesima potenza. La nostra meta di oggi per dormire sarebbe Idaho Falls, ma percorriamo una strada poco frequentata e non troviamo niente, proseguiamo fino a Blackfoot, ma anche qui non c'è praticamente niente. Ormai siamo a Pocatello dove ci viene in aiuto il Motel 6 a 58,00 usd per una bella cameretta con tutti i confort (bagno, tv, frigo, microonde).














27 AGOSTO

Poche e sentite parole per una giornata caratterizzata dal tempo infame (coperto, grigio e pioggia) nella quale è previsto un lungo spostamento attraverso tutto l’Idaho meridionale, seguendo il corso del fiume Snake. Considerato il programma non particolarmente impegnativo restiamo a letto più del solito, tanto per ritemprare le forze. Il tempo infame  ci scogliona subito, spesa al Walmart (il nostro preferito) per i generi di prima necessità e poi partenza. Sosta nei pressi di Twin Falls alla Shoshone Falls, cascata spettacolare, più alta di quelle del Niagara (anche se molto meno famose) formata dal fiume Snake all’interno del canyon omonimo. Se ci fosse il sole riusciremmo a fare anche qualche foto decente. Proseguiamo verso ovest, sosta al Bruneau Dunes State Park: davvero inspiegabile come ci siano dune di sabbia marina in mezzo all’Idaho. Anche qui il tempo infame non ci permette di vedere nè di fotografare granchè. L’Idaho meridionale è una grande pianura coltivata e oggi passiamo attraverso infiniti campi di barbabietole, mais, fagioli e piselli. Mai fatto così fatica per trovare un motel decente al di fuori delle città principali. Dobbiamo espatriare in Oregon, a Ontario, per trovare un Motel 6 che per 57,00 usd ci offre la classica cameretta con gli abituali generi di conforto. L’Idaho, fatta eccezione per la parte nord che abbiamo attraversato una decina di giorni fa, non ci ha entusiasmato particolarmente.






28 AGOSTO
Con l’alibi che nella parte di Oregon dove andremo recupereremo un’ora (passeremo da -8 a -9 rispetto all’Italia) pensiamo di dormire un po’ più a lungo rispetto al solito. In effetti lo spostamento di oggi è quasi una formalità, solo 200 miglia che, rispetto alla tabella di marcia dei giorni scorsi, sono quasi un omaggio. Niente Interstate oggi, solo normalissime Us Hwy, come la 26 per esempio. Cosi passiamo attraverso immensi campi di cipolle e barbabietole (anche questa parte dell’Oregon è fortemente agricola), ma il paesaggio cambia spesso e ci ritroviamo anche a rientrare tra le montagne della Wallowa Whitman National Forest (la foresta è chiaramente molto estesa e ormai un paio di settimane fa (ma è già passato così tanto tempo?!) ne avevamo toccato l’estremità settentrionale. Nel primo pomeriggio, giornata serena e caldo infernale, arriviamo al traguardo di oggi: il John Day Fossil Beds, un parco naturale dove sono c’è la più alta concentrazione di fossili di dinosauro del mondo, come testimoniano i resti al visitor center. Sinceramente non siamo molto interessati ai fossili di dinosauro, quanto invece alle spettacolari rocce e colline colorate del parco, uniche nel loro genere. Il parco è diviso in tre unita separate: Painted Hills, Sheep Rock e Clarion (che noi non vedremo perchè molto più a nord e decisamente fuori dal nostro itinerario). Painted Hills è la prima che incontriamo e che visitiamo (stop al visitor center per mappe). Strada di circa 10 miglia che si snoda tra le montagne dipinte a strisce orizzontali di diversi colori, ma anche con formazioni di colore unico (verde, per esempio). Sheep Rock, la seconda parte, si trova a oltre 30 miglia più a ovest oltre l’abitato di Mitchell. Purtroppo il tempo è cambiato e di molto, adesso il cielo è grigio piombo. Con questo meteo, senza la luce del sole le foto fanno schifo e facciamo appena in tempo a scattarne un paio prima dello scoppio di un acquazzone con tanto di grandine. Siccome l’inferno è davanti a noi, ritorniamo di corsa a Mitchell e ci ripariamo sotto la tettoia di una stazione di servizio in attesa che il tempo migliori. Cosa che non succede. Se vogliamo avere una chance di vedere le Painted Hills con luce decente (con la speranza naturalmente che il meteo migliori domani mattina altrimenti buonanotte ai suonatori), dobbiamo dormire nell’unico hotel del paese, l’Oregon Hotel, con scritta al neon blu intermittente (come nei film horror, tipo “Psycho”) al prezzo di 41,00 usd per una doppia con bagno condiviso. Scopriremo poi che in realtà essendo gli unici clienti, il bagno è ugualmente tutto nostro. Sembra una camera western di 150 anni fa, tutta di legno. Ci aspettiamo che al piano di sotto inizi a suonare il pianoforte e arrivino le baldracche.






29 AGOSTO
Stamattina il cielo è tutt’altra cosa e riusciamo a fare un salto alle Painted Hills per vedere finalmente quello che ci è stato tolto ieri sera da un capriccio di madre natura. Troviamo le colline spruzzate di colori diversi, dal rosso al marrone al verde al viola, a strisce, ma anche con forme che ricordano grossi budini creme caramel. Sembra un paesaggio irreale ed estremamente precario, è come se qualcuno fosse passato rovesciando sulle colline un secchio di vernice e poi non contento, quando il colore è seccato, ripassa e ne riversa un altro di diverso colore e poi ancora. Assolutamente consigliabilissimo. Il resto del giorno è un viaggio tra le colline, le foreste e i campi coltivati dell’Oregon, fino a Bend, dove con non poca fatica troviamo la strada denominata Cascades Lakes. Sulle mappe, questa strada che è lunga 66 miglia,  è segnalata, ma non viene indicato il suo numero, che è comunque 46. Con il titolo che porta ci aspettavamo una strada stretta ed ombreggiata tra due catene di monti da cui scendono cascate impetuose che si tuffano in laghetti: invece si tratta di una strada in mezzo ad una valle alquanto larga e soleggiata che è circondata da alti pini che non permettono in nessun momento di vedere il panorama circostante. I laghi e le cascate ci sono sicuramente (lo testimoniano le cartine geografiche), ma per vederli bisogna andarli a cercare con i sentieri. Il percorso è quindi più di una mezza delusione e non lo portiamo nemmeno a termine. Alla prima occasione (la Hwy 43) attraversiamo longitudinalmente il parco e sbuchiamo a La Pina. Siccome è ancora presto facciamo un salto al Newberry Volcanic National Monument, dove ci sono due laghi all’interno del cratere di un vulcano spento. Non male davvero. Poco dopo prendiamo possesso della nostra stanza al Whispering Pines Motel (bella stanza, tv, frigo e wifi) a 55,00 usd, prenotato via internet solo due sere fa (ed abbiamo fatto bene perché in questa zona non c’è molta scelta e in più dopo il nostro arrivo è stata accesa la scritta NO vacancy). Quindi andiamo a vedere il clou di questa giornata: il Crater Lake, un lago straordinariamente rotondo risultato dello sprofondamento della sommità di una montagna vulcanica oltre 7000 anni fa. Oltre ad essere a circa 1800 metri (ma i view points sono tutti intorno ai 2000 e fino a 2400), la maggiore attrattiva del lago è di essere di un blu intenso mai visto fino ad ora in qualunque altro lago. Il giro del cratere viene quasi completamente terminato, non vogliamo farci mancare niente. Restiamo sul view point più alto (2.400 mt.) fino al tramonto e la temperatura precipita. Qua tutte le notti dell’anno si va sotto zero. Particolarità: questi percorsi sono aperti solo per pochi mesi all’anno, da fine maggio a metà settembre, poi sono chiusi per neve: ne cadono anche più di 10 metri.






30 AGOSTO
Da oggi molliamo definitivamente la parte continentale del nostro viaggio per trasferirci sulla costa del pacifico. Imbocchiamo la Hwy 138 e dopo meno di 30 miglia incontriamo Toketee Falls una bellissima cascata in mezzo alla foresta che raggiungiamo tramite un sentiero di mezzo miglio. Il tempo purtroppo non è dei migliori. Attraversiamo tutta la Umpqua Forest e il nostro compagno di viaggio è il Umpqua River, da quando è poco più di un ruscello fino a quando è largo e calmo fino a gettarsi nell’Oceano Pacifico. Paesaggio selvaggio, davvero molto bello. Arriviamo sulla costa del Pacifico dove ci accoglie un vento freddo e pungente mentre andiamo a toccare le acque dell’oceano proprio dove ci sono le dune dell’ Oregon Dunes State Park, praticamente dune del deserto incredibilmente volate qui non si sa da dove. Come in molti altri parchi degli Stati Uniti, all’Oregon Dunes non ci sono ranger all’ingresso, ma gli utenti pagano ugualmente con un sistema che da noi in Italia sarebbe impensabile: l’utente arriva all’ingresso, scende dall’auto e si dirige verso la cassa (che è deserta). Qui l’utente trova una scatola piena di buste e l’indicazione della tariffa (nel nostro caso è di 5,00 usd); si prende una busta, si scrivono sui due lati i dati della macchina (tipo, targa), si indica il giorno e si inseriscono 5,00 usd. Un lembo della busta viene staccato e messo in bella vista sul cruscotto (ed è la prova che il pagamento è stato effettuato); la busta con il grano viene infilata dentro una colonnetta. Tutte le buste saranno poi ritirate alla sera dal ranger. Il sistema fa rimanere a bocca aperta noi italiani, abituati da sempre a fregare il sistema, non solo per la modalità, ma soprattutto perché qui nessuno si sogna di farla franca. Per l’alloggio, dopo una breve ricerca, ci sistemiamo al Villa West Motel a Florence, a poca distanza dal Pacifico: camera spaziosa, con tv, wifi, frigo, microonde ed incredibilmente pulita, alla modica cifra di 79,00 usd. Il prezzo è un po’ più alto del nostro solito ma questa zona è molto più vip. Ironia della sorte, il tempo poco brillante di oggi che per questo ci faceva sperare in un tramonto sufficientemente nuvoloso per suggestive foto sull’Oceano, ci prende per i fondelli con un bel colpo di coda: all’ora del tramonto il cielo si rasserena completamente, facendo naufragare i sogni di foto da cartolina. Affonderemo la nostra delusione con una dignitosa bistecca.

31 AGOSTO
Oggi è il giorno della Oregon Pacific Coast, uno degli highlights del viaggio. Peccato che il tempo da qualche giorno ci abbia preso in simpatia: vento freddo (scopriremo che si tratta di una corrente proveniente addirittura dall’Alaska), cielo nuvoloso e compatto, buonissime possibilità di pioggia. Ottime premesse per una giornata di merda. Iniziamo il nostro tragitto sulla Hwy 101 partendo da Florence e passando per tutti i posti più celebrati di questa costa (Cape Perpetua, Southbeach, Lincoln City, Cape Kiwanda, Cannon Beach), ma naturalmente le soste per i panorami e le foto sono perfettamente inutili. Il cielo grigio si fonde con il mare dello stesso colore, in un unico fondale monocromatico. Inoltre, dato che la strada costiera attraversa un numero imprecisato di località più o meno grandi, la velocità limitata ci costringe a restare in auto fino a metà pomeriggio solo per percorrere meno di 200 miglia. Arrivati a Seaside, a poche miglia dalla foce del Columbia River ci fermiamo esausti e inferociti al Motel 6. Purtroppo trattandosi di una zona turistica i prezzi lievitano a dismisura: l’onesta cameretta del Motel 6 ci costa la bellezza di 90,00 usd. Per annegare la tristezza andiamo a devastarci con un hamburger gigante (diversi piani di carne, frittata, pomodori, insalata, bacon, prosciutto e formaggio) nella steakhouse di fronte. Per la cronaca, anche quello di stasera è un tramonto pacco.

01 SETTEMBRE
Si abbandona l’Oregon, dove alla fine abbiamo pernottato per ben 7 notti (di tutte le 21 del nostro viaggio). La giornata è limpida e serena e ci viene una solenne rabbia: se solo avessimo avuto questo tempo ieri…. In fin dei conti, chissenefrega se il giorno del rientro piove… vorremmo fare un baratto, ma è troppo tardi. Prima di lasciare lo stato, facciamo una sosta al Fort Clatsop State Park, dove nel 2006 è stata fedelmente ricostruita una copia del forte nel quale Lewis e Clark passarono diversi mesi nell’inverno tra il 1805 e il 1806. Indi si rientra nello stato di Washington e la Interstate 5 ci riporta a Seattle. Ci piacerebbe fare un giro a Seattle downtown, ma poi prevale la stanchezza e quindi molliamo la storia. Alla fine, 9.600 km in ventuno giorni cominciano a farsi sentire. Alloggeremo al Valu Inn Motel, prenotato via internet alcune sere fa, al prezzo di 52,00 usd. Domani volo per New York, indi back to Italy.






Filippo & Fabio


VIAGGIO
Il viaggio on the road nel nord ovest degli Usa, il mito del west e della frontiera, degli indiani e dei cowboys, dei canyon e dei grandi parchi di montagna, era cullato da tempo. Quattro anni fa avevamo realizzato un viaggio straordinario che aveva toccato ben otto stati, visitando i maggiori parchi degli Usa; sentivamo il desiderio di ritornare in quel grande paese fatto apposta per viaggiare (soprattutto “on the road”) e vederne una parte decisamente inusuale. Solo costruendolo con le nostre mani potevamo realizzare un percorso così particolare, che nessuna agenzia di viaggio ci avrebbe mai preparato. Le agenzie di solito propongono i soliti itinerari: New York (magari con una puntata alle cascate del Niagara), le metropoli sul Pacifico, San Francisco e Los Angeles, abbinando talvolta alcune escursioni più o meno lunghe nei principali parchi; un terzo itinerario è quello della Florida, normalmente circoscritto a Miami, Orlando e Keys. Noi volevamo qualcosa di molto originale. Trattandosi di un viaggio itinerante, l’organizzazione verte come sempre su alcuni cardini fondamentali: la scelta della tratta aerea e dell’aeroporto di arrivo da cui partire per il tour, il noleggio dell’auto, lo studio dell’itinerario, verificando le possibilità di alloggio lungo il percorso. Negli Usa non si avranno mai problemi per trovare da dormire e da mangiare Il nostro viaggio (in definitiva 6.080 miglia, circa 9.600 km), con una traiettoria grossomodo a forma di macchia, è partito da Seattle, nello stato di Washington, scendendo verso sud e percorrendo il Columbia River Gorge nell’Oregon; quindi verso nord, attraversando la parte settentrionale e stretta dell’Idaho e sbucare nel Montana fino ad arrivare al confine con il Canada. Quindi la traiettoria punta verso sud, toccando il Wyoming per arrivare al South Dakota. Rientro in Wyoming con sosta nel parco di Yellowstone e quindi verso ovest, rientrando nell’Idaho meridionale, percorrendo tutto il bacino dello Snake River fino all’Oregon. Traversata longitudinale dell’Oregon fino ad arrivare alla costa del Pacifico, costeggiata verso nord fino allo stato di Washington, per la chiusura dell’anello di nuovo a Seattle.

SICUREZZA
Non avendo avuto contrattempi né noie di alcun tipo (fatta eccezione per lo stop dello sceriffo che ci ha beccati con l’acceleratore leggermente schiacciato più del consentito in una zona di lavori stradali, fortunatamente senza conseguenze), possiamo tranquillamente dire che questa zona di Usa è piuttosto sicura; naturalmente valgono le normali raccomandazioni che seguiamo ormai anche a casa nostra, e dato che è sempre meglio prevenire che curare, è raccomandabile un minimo di attenzione (non lasciare l’auto aperta, mai i bagagli in vista, evitare di ostentare gioielli o comunque oggetti preziosi ecc. ecc.).

VOLO E ASSICURAZIONE
Abbiamo prenotato il volo qualche mese prima al prezzo di 900,00 Euro a testa, direttamente sul sito della Continental Airlines (mai usata prima di oggi), biglietto elettronico, che non necessita di riconferme per il ritorno. Quindi voli di linea Malpensa – NewYork (Newark) e NewYork – Seattle. Considerate le spiacevoli sorprese che si possono incontrare negli Stati Uniti per un’eventuale ricorso alle strutture mediche, è sempre meglio stipulare un’assicurazione sanitaria (meglio se le sue coperture sono estese anche ad altro). In occasione di questo viaggio abbiamo stipulato una assicurazione, dal costo piuttosto contenuto (133,00 euro in due), utilizzando per la seconda volta il sito internet viaggisicuri; la polizza, con una copertura sanitaria molto estesa, comprendeva tra l’altro infortuni, eventuali rimpatri, annullamenti viaggi ecc. e inoltre in caso di sfiga sarebbe entrata in gioco direttamente la compagnia assicurativa, senza bisogno di anticipare denaro per poi chiedere rimborsi. Naturalmente la polizza viene stipulata a scopo puramente precauzionale; ovviamente si spera sempre di non dover mai ricorrere all’assicuratore.

GUIDE E ATLANTI STRADALI
Trattandosi di viaggio “on the road”, è stata fondamentale la mitica “RandMcNally”, un atlante acquistato via internet in occasione del nostro viaggio di quattro anni fa, già duramente provata durante quell’esperienza; le fasi di studio e soprattutto l’utilizzo durante questo viaggio le hanno dato il cosiddetto colpo di grazia, dato che adesso è in cinque pezzi. Onore al merito comunque, ha fatto il suo dovere fino in fondo e adesso, a bocce ferme, non ce la sentiamo di buttarla via. Magari potrebbe fare la sua bella figura quando edificheremo un museo commemorativo dei nostri viaggi. Particolareggiata fin nei minimi dettagli, con la precisa indicazione e descrizione di tutti i tipi di strade, del tipo di pavimentazione, delle uscite delle Interstate e delle Highway, delle distanze in miglia, delle scenic byways, è stata praticamente il nostro libro di testo. Per la preparazione del viaggio abbiamo utilizzato le classiche Lonely Planet (pessima per questa zona degli States, dato che in un solo volume racchiude qualcosa come quindici stati, lasciando poche e scarne paginette per ciascuno) e Moon (volumi per ogni singolo stato, pubblicate in inglese, utili soprattutto per prendere spunti sugli itinerari). Entrambi i tipi di guide sono comunque inutili per cercare indicazioni per dormire o mangiare (le sistemazioni indicate sono sempre di livello alto, mentre gli Usa offrono infinite possibilità anche a costi contenuti). Come sempre, per la maggior parte degli spunti ci siamo affidati alle ricerche su internet.

AUTONOLEGGI
La parola d’ordine per gli U.S.A. è “noleggiare l’auto più piccola possibile”. Le strade che percorreremo nel nostro viaggio sono in ottime condizioni (come nella maggior parte degli Usa) e non ci sono percorsi accidentati, quindi è assolutamente inutile il noleggio di un fuoristrada. In più, noleggiando il veicolo più piccolo (e quindi spendendo la cifra più bassa), nel caso in cui l’autonoleggio non disponga più della categoria richiesta, si ha la possibilità di vedersi assegnare un’auto di categoria superiore senza sovrapprezzi (a noi è successo proprio questo). La prenotazione dell’auto è stata fatta via internet, sul sito della Rhino Car Hire, un motore di ricerca nel quale basta inserire la tipologia del veicolo richiesto, il periodo di noleggio, la località di presa e riconsegna e si viene automaticamente indirizzati verso una delle compagnie maggiori (Avis, Hertz, Alamo ecc.) con il vantaggio, apparentemente inspiegabile, che il prezzo richiesto è più basso di quello che si pagherebbe affittando direttamente presso la compagnia tradizionale. Inoltre la Rhino Car Hire (che nel nostro caso ci ha indirizzati verso la già utilizzata “Thrifty”) permette un risparmio notevole: abbiamo noleggiato un’auto “economy”, una Nissan Versa, per tutta la durata del viaggio (dal 13 agosto al 2 settembreo) al prezzo di Euro 560,00 assicurazioni comprese. Il prezzo era comprensivo anche della navetta da/per aeroporto. Una precisazione molto importante riguarda la patente di guida: quella italiana è più che sufficiente, basta che sul frontespizio ci sia indicato “patente di guida” in inglese, cosa normale sulle patenti italiane rilasciate da 15 anni a questa parte (hanno la traduzione in almeno sei/sette lingue e quindi sono già perfettamente abilitate). E’ perfettamente inutile buttare soldi per la patente internazionale.

STRADE
La rete stradale degli States è assolutamente splendida e in ottimo stato. Le indicazioni (di direzione, limiti di velocità ecc.) sono chiare e ben visibili. Siamo ancora del parere che una buona carta stradale e un po’ di senso dell’orientamento possano tranquillamente sostituire il navigatore satellitare e quindi neanche stavolta abbiamo ceduto alle lusinghe del noleggiatore. Il rispetto dei limiti di velocità è fondamentale se si vogliono evitare grane con le autorità. Il prezzo della benzina, pur essendo notevolmente cresciuto negli ultimi anni, è attualmente molto più basso che in Italia: a seconda degli stati, i distributori attualmente vendono la benzina da 3,50 a 3,90 usd il gallone (= 3,80 litri circa), quindi a circa 0,80 usd il litro, praticamente 0,62 Euro il litro; i distributori si trovano praticamente ovunque, per restare senza carburante è necessario impegnarsi a fondo. Da notare che solo pochi mesi fa durante il nostro viaggio in Florida avevamo pagato la benzina attorno ai 3,30 usd il gallone. Le distanze, i limiti di velocità e i tachimetri delle macchine sono indicati in miglia.

PAGAMENTI
Carta di credito forever! Si paga tutto con carta di credito, anche le spese di piccolo importo. Siamo partiti giusto con una piccola cifra in dollari contanti (circa 450,00 in due) per le piccolissime spese (ingressi ai parchi, distributori automatici, qualche piccola spesa e poco altro) e alla fine abbiamo dovuto impegnarci per smazzare quello che ci era rimasto. Non è mai stato necessario ritirare contante presso gli ATM che sono comunque abbastanza diffusi. Complessivamente il nostro viaggio ci è costato una tariffa all-inclusive (volo+noleggio auto+sistemazioni+cibo+carburante+assicurazione+varie) di circa 2.300,00 euro, per una durata di 21 giorni.

MANCE
Praticamente obbligatorie nei ristoranti con servizio al tavolo, c’è un apposito spazio nella ricevuta della carta di credito per indicare la “tip” (una cifra onesta è circa il 15% dell’importo). Mance anche ai taxista e ai facchini, in caso di uso (non è il nostro caso). Niente mance nei fast-food.

LINGUA
Parlare fluentemente l’inglese può essere fondamentale non solo per capire e farsi capire, ma anche per evitare diversi tipi di scocciature. Comunque a volte lo slang stretto è poco comprensibile. Anche se piuttosto lontani dal confine messicano, soprattutto nelle zone agricole dell’Oregon e del Idaho abbiamo notato un gran numero di centramericani, tanto che in molti posti le scritte erano bilingue (inglese e spagnolo) e molte radio trasmettevano in lingua spagnola e musica latina.

POPOLAZIONE
Un misto di razze, ma meno che in altre zone: soprattutto bianchi, ma anche neri e ispanici. Gli indiani (i nativi) si trovano soprattutto nelle riserve o nelle zone vicine alle riserve; ovunque indiani (dell’India), pakistani e cinesi. Nelle zone agricole sono numerosi i messicani. Abbiamo inoltre notato un gran numero di giapponesi “americani” (=di lingua inglese), quindi giapponesi che si sono stabiliti negli Usa da generazioni, ma che difficilmente si mescolano con gli americani.

HOTEL & MOTEL
L’offerta è piuttosto varia, si trovano tutti i tipi di strutture, da quelle economiche a quelle di lusso. Noi ci siamo sempre affidati ai motel, soprattutto quelli indipendenti, che possono avere le tariffe più basse. Generalmente con una cifra dai 50,00 ai 60,00 usd si può avere una camera doppia, con un letto doppio (un “queen” da una piazza e mezzo è più che sufficiente per due persone; un “king” da due piazze corrisponde praticamente ad una sala da ballo), bagno, tv e frigorifero. Ormai immancabile, anche nei motel più disastrati, il microonde e il collegamento wifi per internet. Lo standard qualitativo e di igiene varia invece da posto a posto, indipendentemente dal prezzo. I motel delle catene classiche (anche se a costi più contenuti come i Motel6) offrono senz’altro un livello di igiene superiore. Questa volta abbiamo sbarellato ogni record: non abbiamo mai dormito per due sere consecutive nello stesso letto, ma abbiamo sempre cambiato posto ogni notte. In questo viaggio non abbiamo prenotato nulla, fatta eccezione per la prima notte a Seattle (giusto per avere un tetto sopra la testa dopo il lungo viaggio) e le due notti a Yellowstone, dove è praticamente obbligatorio prenotare in anticipo se si intende dormire in un lodge all’interno del parco. Per il resto, considerata l’abbondante offerta americana, abbiamo preferito cercare in loco. In alcuni casi, approfittando del pc portatile e dei collegamenti internet wifi in quasi tutti i motel (tranne che a Yellowstone, senza wifi), abbiamo prenotato una sera per l’altra via internet. Per gli amanti delle statistiche, durante il viaggio abbiamo dormito per 2 notti nello stato di Washington, 7 in Oregon, 1 in Idaho, 4 in Montana, 2 in South Dakota, 5 in Wyoming.

ALIMENTAZIONE
Gli Stati Uniti non sono famosi per la cucina. Essendo sempre in movimento, facevamo spesa nei grandi supermercati (i nostri preferiti erano quelli della catena Walmart) e viaggiavamo con abbondanti scorte di cibo: frutta (, biscotti, crackers, snack ecc.) e soprattutto acqua. Non c’era un vero e proprio pasto durante il giorno, ma piuttosto tanti spuntini. Poi alla sera, un pasto vero in steakhouse (bistecca, insalata e patate buonissimi e a prezzi favolosi), qualche volta in fast-food come Wendy o KFC. Inoltre abbiamo sperimentato (e ci sentiamo in dovere di consigliarla) la catena di paninoteche “Subway”, una validissima alternativa al classico fast food, dove ti preparano sul momento panini “footlong” (lunghi un piede, 30 cm) imbottendoli con salumi, formaggi, verdure e salse a seconda delle indicazioni del cliente.

CLIMA
Il nostro viaggio si è svolto da metà agosto ai primi di settembre e, fatta eccezione per il primo giorno, gli ultimi due ed un paio di acquazzoni, abbiamo trovato un clima piuttosto asciutto, con punte di caldo intenso in Wyoming, con oltre 30 gradi. Naturalmente nelle zone di montagna (parchi di Yellowstone e Glacier) la temperatura era più bassa, soprattutto alla mattina e alla sera. In definitiva, per eccesso di zelo, ci siamo portati alcuni indumenti invernali di troppo, anche se per un viaggio che tocca zone così diverse è sempre meglio viaggiare con un abbigliamento doppio, leggero e un po’ più pesante, una felpa e un jeans non sono superflui. Nonostante la bizzarra usanza degli americani, non abbiamo mai fatto ricorso ai condizionatori, né nelle camere né in auto.

ACQUISTI
Tutto quello che si vuole: in questo momento l’Euro ci sta veramente dando una mano e tutti i prezzi indicati vengono abbattuti di un buon 30%.

SALUTE E VACCINAZIONI
Nessuna vaccinazione. Come abbiamo già detto, è indispensabile viaggiare con una assicurazione medico-sanitaria. Naturalmente a scopo cautelativo. Anche questa volta l’abbiamo comprata su internet, mentre in passato ci siamo rivolti ad un assicuratore in carne ed ossa.