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29 dicembre 2009
Alle 5.00 la sveglia inclemente strombazza l’ora della levataccia al Malpensa House. Dobbiamo essere a Malpensa alle 5.30 per il check in del volo Air France delle 7,15 per Parigi. Come vuole la triste tradizione italiana, è impossibile partire da Malpensa puntuali: una volta imbarcati ci stacchiamo dal terminal, ma i capi si rendono conto che è necessario lo sbrinamento delle ali. Operazione che si aggiunge alla già lunga attesa. Con un modico ritardo di quasi un ora, ci si alza in volo per Parigi. Nella terra di Zidane ci attenderà il cambio aeroporto (arriviamo a Charles de Gaulle, ma si partirà verso Guadeloupe da Orly (totale = una cinquantina di chilometri da percorrere in autobus attraversando Parigi da nord a sud). Dopo un milione di controlli (tra passaporti e perquise) veniamo infilati su un boeing 747 (quelli con la mansarda, per intenderci) della Corsairfly, insieme ad altri 576 passeggeri. Praticamente un paese. Il volo scorre senza particolari sorprese, poche turbolenze che questo bestione alato non ci fa quasi neanche sentire. Piccola nota tecnica: il biglietto del volo è stato acquistato via internet sul sito TUI circa quattro mesi fa, al prezzo di 760,00 euro a testa. All’aeroporto di Pointe a Pitre, dopo una snervante attesa di quasi un’ora per i bagagli (una delle minori cause di morte a Guadeloupe è l’infarto…), veniamo finalmente sdoganati. Un rasta della Rev Car ci attende per portarci a prendere la vettura che ci accompagnerà nella scorribanda di oltre due settimane: abbiamo pagato una cazzata, è vero (306 euro per 17 giorni di auto sono meno di pochi), ma la sorpresa raggiunge vette inimmaginabili quando ci troviamo davanti ad una fiammante (nel senso di “rossa”) Fiat Punto: siamo dall’altra parte del mondo, in mezzo ai Caraibi, e ci danno una Punto? Il dubbio è che lo facciano per prenderci per il culo (ecco due italiani, li freghiamo e li facciamo andare su una delle loro macchine di merda…). Compreso nel prezzo un optional non richiesto, quello degli alzacristalli manuali (come negli anni settanta); in compenso non c’è neanche la luce all’interno dell’abitacolo, così se vuoi leggere la mappa devi aprire un po’ la portiera e il gioco è fatto. Basta rallentare un po’… ed avere la cintura allacciata, in modo da non rotolare sull’asfalto mentre l’auto è in corsa. Tra una palla e l’altra, tra il ritardo nello sbarco, il prolungarsi delle operazioni di consegna bagagli, quelle non meno lente del ritiro dell’autovettura, è già buio pesto. Il problema è che noi, a bordo del nostro fiammante mezzo, dobbiamo circumnavigare l’isola e arrivare fino dall’altra parte della Basse Terre per andare a rintracciare il posto dove dormiremo per le prime sette notti (compresa questa). Le strade sono molto ben tenute, anzi ci piacerebbe che fossero così quelle italiane. Naturalmente il buio avvolge ogni cosa e la mancanza totale di illuminazione stradale non ci fa vedere un cavolo. Possiamo solo immaginare che sia molto boscosa e molto verde. Senza particolari problemi, nonostante ci stiamo affidando alle indicazioni di poche righe di spiegazione giunte via mail, arriviamo fino al bivio dove inizia lo sterrato per i nostri bungalow. Un pò la stanchezza, un pò il buio, l’ultimo tratto di poche centinaia di metri in mezzo ad una specie di savana, ci sembra veramente indecente. Ci accoglie il cordiale signor Dampierre, conosciuto fino ad oggi solo grazie alle email, e ci consegna una casetta di legno che è esattamente uguale a quella della foto che ci aveva inviato. Un comodo bilocale, con cucina attrezzata di tutto punto, frigorifero con congelatore, tv, bagno spartano ma funzionale, veranda con vista sul palmeto e mar dei Caraibi (anche se a quest’ora possiamo fruire ben poco della veduta). Prezzo 263,00 euro per 7 notti. Non ne possiamo più, mangiamo due pompelmi e ce ne andiamo a letto.
 
30 dicembre 2009
Dormita stratosferica e finalmente al risveglio possiamo vedere in che razza di posto siamo capitati: confermiamo la veduta sul mar dei Caraibi e in più siamo circondati dal giardino del nostro ospite (che ha anche la piscina personale). Le impressioni sul sentiero che conduce alla casa non cambiano: è veramente indecente. Il vulcano nostro vicino di casa (la Soufrière, che con i suoi 1450 mt. è il monte più alto delle Antille ) riceve ogni anno circa 10 mt. di pioggia (grossomodo 2,5 cm al giorno di media) e per questo è perennemente coperto da nuvole. Dato che la giornata è splendida, oggi si presenta completamente pulito e sgombro, come raramente accade. E’ cosa buona e giusta approfittarne. Si parte alla scoperta passando per il capoluogo basse terre e arrampicandoci fino a Saint Claude. Poi la strada diventa sempre più ripida fino a Bains Jaunes. A questo punto siamo costretti a mollare la macchina e a proseguire a piedi. Ci sarebbero decine di sentieri per arrivare a laghi nei crateri, cascate, punti panoramici ecc. fino alla sommità del vulcano, che è addirittura possibile percorrere lungo tutto il cratere. Naturalmente i vari sentieri sono da percorrere con l’abbigliamento e con l’attrezzatura giusta (e soprattutto con le scorte di acqua). Naturalmente noi non abbiamo nulla di tutto questo e ci accontentiamo di fare due passi nella foresta tropicale (qui praticamente innocua, non ci sono ne’ serpenti ne’ animali selvaggi). Con pochi passi si arriva alle sorgenti termali, dove ci sono delle piscine semi-naturali di acqua calda in cui la gente può fare il bagno; quindi non più di mezzoretta di arrampicata per i sentieri tropicali e... stop, perché la voglia di mare è elevatissima (è pur sempre uno degli scopi che ci ha spinto a fare questo viaggio). Quindi ritorniamo a basse terre e dopo un rapido testa o croce si punta verso nord lungo la costa ovest. Con nostra viva sorpresa, le spiagge praticabili sono veramente poche: da questo lato dell’isola il mare è veramente ostile e strappa ogni lembo di spiaggia. Cosi accade che accanto a piccole baie che ospitano barchette, non c’e’ neanche uno straccio di sabbia. Incontriamo un paio di posti che sarebbero parzialmente praticabili (come Plage Caraibes), se non fosse che una recente mareggiata ha ridotto l’acqua al colore del caffelatte. Proseguiamo senza tregua quasi fino alla estrema sommità nord della Basse Terre, fino oltre Deshaies, dove finalmente incontriamo Grande Anse, una spiaggia lunghissima, di sabbia dorata, circondata di palme da cocco, dove viene data solenne inaugurazione ai bagni Caraibici di questa sacro viaggio. Il mare è particolarmente incazzato e con onde alte più di due metri. Nonostante questo, il colore è blu. Chissà come deve essere in giornate di calma. Approfittando del bel tempo, restiamo a rosolarci fino all’impossibile e, complici alcuni stop per le foto di rito al tramonto sul mare, torniamo a casa a notte fonda. Ps: qui la notte fonda è subito dopo le 18. Nel frattempo, alla faccia della stagione secca, comincia a piovere e ci tocca di mettere in movimento i tergicristalli, che cigolano non poco. Meno male che al lavaggio vetri ci sta pensando la natura, perché nel nostro bolide è già esaurito il liquido lavavetri (ci sarà mai stato?). Quasi una beffa, venire ai Caraibi nella stagione secca per beccare l’acqua. Ma siamo disposti ad accettare anche la pioggia, purché giunga di notte o comunque dopo l’orario balneabile.
 
31 dicembre 2009
Conoscendo le abitudini dei popoli caraibici, è probabile che domani, capodanno, tutto il mondo festeggi e nessun negozio di viveri sia aperto. Per fortuna che ci abbiamo pensato e ci siamo informati: le cose stanno proprio così e se non ci svegliamo alla svelta a riempire il frigorifero per avere un’autonomia di almeno due giorni, da domani potremmo anche patire la fame e nessuno dei festeggianti ci verrebbe in aiuto. Siccome che morire di fame è l’ultimo dei nostri pensieri, urge decidere cosa cucinare stasera per festeggiare degnamente il nuovo anno che si affaccia. La scelta cade su una cena a base di pesce: naturalmente non potremo sbizzarrirci nella produzione di svariate pietanze (anche perché non abbiamo a disposizione un gran numero di ingredienti di base): ci butteremo su un tonno alla piastra, accompagnato da frutta di stagione. Quindi di corsa a Basse Terre (Il nome del capoluogo si chiama come l’ala ovest dell’isola) dove sul lungo mare tutte le mattine si svolge il mercato del pesce, compriamo una fetta di tonno da un kilo e mezzo ed ecco fatto. Le operazioni di compere si prolungano anche al mercato della frutta dove una enorme “mamy” vestita da babbo natale, titolare di uno dei tanti banchi di frutta variopinta, ci rifornisce di frutta tropicale. Riportiamo il tutto in frigo a casa e poi partiamo finalmente per il giro giornaliero. Questa volta ci dirigeremo verso sud e poi est, ripercorrendo la strada costiera in direzione di Pointe a Pitre per intenderci. La strada principale si snoda in mezzo alle montagne ricoperte di vegetazione tropicale, veramente bella. L’ago della nostra bussola mentale punta verso Trois Rivieres, un villaggio sull’estrema punta meridionale di Basse Terre, da cui partono le imbarcazioni per les Saintes, un arcipelago di isolette a soli 20 minuti di navigazione che andremo a conquistare nei prossimi giorni. La priorità di oggi è, manco a dirlo, una spiaggia di sabbia con prospiciente mare. La fedele guida Routard non indica nulla di particolare, mentre la mappa ci segnala un ombrellino (= spiaggia). Ci fidiamo della mappa e superato il paese di Trois Rivières, arriviamo in un posto che si chiama Grande Anse (come quello di ieri, una bella fantasia i francesi): gran bella spiaggia di sabbia nerissima e mare blu in burrasca. Una vera debacle per la Routard, che dovrebbe darsi qualche aggiornamento. E’ pur vero che anche la mappa che abbiamo seguito fedelmente ieri ci ha dato alcune memorabili bidonate, indicando spiagge laddove non c’erano che poche distese di sassi. Morale: si resta a grigliare sulla sabbia (è il caso di dirlo, dato il calore. Per chi avesse qualche dubbio può andare a consultare il diario di viaggio di La Palma, Canarie…). La sosta in questa sauna naturale viene prolungata per alcune ore, poiché la sabbia vulcanica nera ha effetti pressoché devastanti nella propagazione del calore. La fame di spiagge è ancora tanta e si punta a nord, fidandoci della mappa: purtroppo non una delle spiagge indicate ha effettivamente le caratteristiche di una vera e propria spiaggia. Così Plage de Roseau vicino a Sainte Marie è poco più di uno spiazzo di terra battuta con un mare nemmeno troppo invitante (se il mare è mosso su un fondo scuro…). Lo stesso vale per Pointe du Carenage, Morne Rouge e Plage de Viard: si tratta di spiagge esclusivamente ad uso e consumo dei locali e che non hanno proprio niente di appetibile per chi arriva ai Caraibi affamato di spiagge da cartolina. Ridendo e scherzando siamo arrivati a Petit Bourg, a meno di 10 km da Pointe a Pitre. Vista la scarsità di spiagge su questo versante, non ci resta che lasciare l’incerto per il certo ed andare ad appoggiare le chiappe dove eravamo questa mattina. Quindi dietro front, prua rivolta verso Trois Rivières e di nuovo a Grande Anse per un’oretta di sole. Per il rientro optiamo per la strada panoramica che costeggia tutto il capo sud della Basse Terre, passando per Vieux Fort: scelta azzeccata, a parte i panorami bellissimi, la zona è tipicamente residenziale con ville da urlo di gente che qui se la gode veramente. Al rientro, si dà inizio ai preparativi per il cosiddetto “cenone” di capodanno: tonno alla piastra, che divoriamo sul nostro patio sotto le piante, davanti al mar dei Caraibi, con abbigliamento piuttosto informale (costume da bagno e infradito). Cosa si può volere di più?
 
1 gennaio 2010
Nonostante la nostra casetta si trovi in una landa dispersa e fuori dalla civiltà, stanotte i festeggiamenti selvaggi degli abitanti locali erano chiaramente udibili: Musiche ad alto volume, danze sfrenate, urla selvagge, petardi e fuochi d’artificio ci hanno buttati giù dal letto: sembrava di averli nella stanza, ma erano a chilometri di distanza. Nonostante fosse in corso un temporale, i danzatori hanno sfidato le forze della natura e proseguito fino all’alba. Siccome il tempo non è proprio stupendo… anzi diciamolo pure fa quasi schifo (nuvoloso e pioggia a tratti) restiamo a far nulla nella nostra veranda, aspettando che le cose migliorino per poter fruire della nostra dose quotidiana di Caraibi. Mentre i nostri lettori attendono che il tempo migliori, ne approfittiamo per dare un paio di info tecniche piuttosto utili. Per esempio sarà utile ricordare che Guadeloupe, pur essendo piazzata dall’altra parte del mondo rispetto all’Italia, è pur sempre “Francia”; quindi se qualcuno dovesse entrare in paranoia perché non riesce a trovare un telefono pubblico (davvero molto pochi, e quei pochi sono perlopiù fuori uso) sappia che per fare una normalissima telefonata in Italia è sufficiente un qualsiasi cellulare, non necessariamente tri-band. Il prezzo della chiamata dipende dal gestore ed è il medesimo che si applicherebbe per una normale telefonata in Francia, quindi a costi piuttosto contenuti (sempre che non ci si debba confessare con chi sta dall’altra parte del telefono). Un’altra info interessante è di carattere più gastronomico: spesso i francesi non sono visti molto di buon occhio dagli italiani (il sentimento è comunque reciproco), ma a volte devono essere davvero rivalutati. Per esempio, durante la colonizzazione di queste isole, i francesi si sono preoccupati di portare e diffondere il culto delle “boulangeries”, negozi che sfornano pane (le famose baguettes) e grissini freschi, oltre a svariate qualità di dolci e torte; si trovano in ogni angolo dell’isola, ogni paesino ne ha più di una e sono una vera manna dal cielo. Da segnalare inoltre che in tutti i centri si trovano supermercati più che soddisfacenti (8 à 8, Leader Price ecc.) molto riforniti, soprattutto di prodotti francesi. Una stranezza che abbiamo notato: nel reparto salumeria si vendono secchielli da 5 kg pieni di… grugni di maiale; evidentemente la gente ne va ghiotta. Il coperchio trasparente lascia intravedere i grugni immersi in una specie di gelatina rossastra che rende il tutto alquanto inquietante: sembra di vedere dei maiali che chiedono aiuto dall’interno di una lavatrice. Intanto il tempo è migliorato anche se non di molto: scrutando l’orizzonte, il sud ci sembra leggermente più sgombero da nuvole e così, per evitare di fare troppa strada e prendere una solenne fregatura, ritorniamo a sud verso la spiaggia nera di Grande Anse (quella di ieri). Ma oggi il vento è terrificante e fa volare la sabbia nera e finissima in ogni dove. Consapevoli di non avere altra alternativa per oggi, stringiamo i denti e restiamo. Almeno c’è il sole. Speriamo in un miglioramento per domani. Com’era facilmente prevedibile, essendo oggi festa, tutti i negozi sono chiusi, ma soprattutto non c’è un cane sulle strade: la cittadina di Basse Terre, che di solito brilla per il suo variopinto casino, oggi è deserta in maniera desolante.
 
2 gennaio 2010
Pare che il tempo si sia sistemato, anche se è presto per cantare vittoria. La fiammante Punto (un vero cesso che fa una fatica boia in salita… abbiamo speso veramente poco, ma il risultato è davanti gli occhi di tutti) si dirige a nord fino a Manhaut dove imbocchiamo la famosa “Route de la Traversée” l’unica strada che taglia in due Basse Terre e la attraversa all’interno. La strada è panoramica e si snoda per il primo tratto nel Parco Nazionale di Guadeloupe, attraversando una foresta tropicale di una bellezza indescrivibile. Vorremmo fermarci ad ogni angolo per fotografare, ma gli ingrati costruttori hanno avuto la pensata di fare solo una strada a due corsie, con rarissime piazzole di sosta. Così succede che, mentre noi vorremmo gustarcela almeno andando a passo d’uomo, orde di inseguitori, che nel frattempo hanno formato una lunga coda dietro di noi, ci sorpassano imprecando e maledicendoci. Ma prendetevi la vita con più calma, coglioni! Siamo a circa metà del percorso (breve per la verità, dato che la strada da una costa all’altra è lunga in tutto solo 22 km) e facciamo una sosta alla Cascade aux Ecrevisses, un bel salto d’acqua in mezzo alla foresta, facilmente raggiungibile a piedi dalla strada principale (5 minuti). Un’altra tappa viene fatta un po’ più avanti dove troviamo l’unico parcheggio: da lì parte un breve sentiero che scende fino al fiume. Qua in mezzo alla foresta tropicale ci sono anche delle piccole tettoie in legno con tavoli e panche per un tranquillo pic nic fuori porta per le famigliole. Ci sarebbero almeno mezzo milione di sentieri da percorrere in mezzo alla foresta, alcuni anche di svariate ore, ma non abbiamo il tempo (e sinceramente neanche tanto la voglia), un vero paradiso per gli amanti del trekking. Terminato il percorso, ci troviamo praticamente alla periferia ovest di Pointe a Pitre, che evitiamo saggiamente, dal momento che lo scopo della giornata è quello di terminare il giro di questa parte dell’isola. Proseguiamo verso nord fino a Lamentin, che deve il suo nome ai lamantini, grossi mammiferi acquatici erbivori che una volta popolavano queste acque (e che adesso sono quasi estinti), poi verso Sainte Rose, da dove partono le escursioni verso gli isolotti di mangrovie e la barriera corallina. Noi ci accontenteremo di una location molto più terra terra: la spiaggia di Clugny, famosa per le tartarughe marine che sbarcano a deporre le uova. Ovviamente di tartarughe neanche l’ombra, ma in compenso la spiaggia ha un’aria incantevole e selvaggia: zero affollamento, sabbia dorata, mare azzurro piuttosto agitato. Merita una sosta. La tappa successiva è a Plage de la Perle, ansa molto vasta, sabbia dorata, palme sulla spiaggia. Il mare è infuriato e offre delle onde altissime e bellissime. Da pubblicità. L’unica sfiga è data dal tempo: un’enorme nuvolazza livida arriva dai monti retrostanti e si piazza sulla spiaggia, senza muoversi più. Una vera rottura di palle, nonostante soffi il vento, l’enorme chiazza di sfiga grigia non si sposta e, anzi, rincorre il sole lungo il suo naturale tragitto verso il tramonto. Imprecanti come due mentecatti, non ci resta che traslocare verso la poco distante spiaggia amica di Grande Anse (quella a nord, naturalmente), dove fortunatamente il tempo è decisamente migliore. Restiamo per il servizio fotografico del tramonto e quindi il rientro viene fatto al buio più totale. Come già detto, l’illuminazione stradale è totalmente assente. Aggiungiamo che i Guadeloupensi guidano come dei cretini patentati e la frittata è fatta. Riusciamo comunque a portare a casa le ossa intatte.
3 gennaio 2010
Per motivi tecnici la prevista escursione a Les Saintes (isole a sud di Basse Terre) viene rinviata a domani. Così, considerato il vasto successo di pubblico e critica riscosso dalle spiagge di ieri, ritorniamo a nord, prima a Plage de la Perle. Purtroppo non ci resta che notare la sfiga che incombe su questo luogo: la medesima nuvolazza di ieri si piazza sulla spiaggia e non si muove più. Avendo ormai capito l’antifona, prepariamo armi e bagagli e traslochiamo nella vicina spiaggia amica di Grande Anse. Almeno il clima qui è più favorevole. Gli italiani che frequentano Guadeloupe non sono molto numerosi. Però quando il caso vuole che si incontrino comitive del Belpaese in trasferta a queste latitudini, capita che si verifichino episodi molto significativi. Solo gli italiani sanno distinguersi per vociare, far casino e farsi compatire come il brillante gruppo-vacanze di ricchi signorotti bergamaschi incontrati oggi sulle sabbie di Grande Anse. Impossibile non notarli. Piccola nota di colore: burloni o no, i francesi hanno pensato di dare un nome particolare ad ognuna delle due ali dell’isola (che è a forma di farfalla). L’ala più montuosa, di fatto più alta, viene chiamata Basse Terre (terra bassa), mentre l’ala meno estesa viene chiamata Grande Terre (terra ampia). Praticamente il contrario della realtà.
 
4 gennaio 2010
O la va o la spacca. Oggi è l’ultimo giorno in Basse Terre e quindi è assolutamente necessario fare l’escursione a Les Saintes, diversamente molto difficilmente torneremo da queste parti una volta piazzati a Grande Terre. Les Saintes sono un arcipelago di alcune isolette a sud di Guadeloupe, ad alcune miglia di navigazione dalla Basse Terre. Le due isole principali, oltre ad un buon numero di isolotti e scogli, sono Terre de Haut (dove noi ci dirigeremo oggi) e Terre de Bas (che tralasceremo dato che ha un solo centro e una sola spiaggia visitabile, oltre ad essere totalmente montuosa; praticamente la vetta di un monte che spunta dal mar dei Caraibi). Per arrivare alle Saintes c’è un efficiente servizio di navigazione che permette di arrivare in poco più di un quarto d’ora. Diverse compagnie svolgono il servizio di spola con imbarcazioni veloci e con 19,00 euro a testa (comprensivo di andata e ritorno) ci si aggiudica la traversata. Tra le diverse compagnie noi scegliamo (si fa per dire: siamo arrivati a ridosso della partenza, o beccavamo questa o chissà quanto avremmo dovuto aspettare…) la Deher. La trasferta è più tranquilla di quel che ci aspettavamo (a volte le guide come la Routard fanno del terrorismo ingiustificato). L’approdo su Terre de Haut avviene nell’unico centro dell’isola, un paesino carino, con edifici bassi e colorati, si capisce subito che qui tutto è votato al dio turismo (bar, ristoranti, gelaterie, negozi di souvenir, noleggio scooter ecc.). Poco dopo lo sbarco, muniti di cartina turistica, ci rivolgiamo al primo noleggiatore di mountan bikes: l’isola è piccola, poche strade, niente di meglio di un po’ di sana bicicletta. Una volta inforcati due catorci (alla modica cifra di 9,00 euro cad) ci rendiamo subito conto del calvario che ci attenderà per il resto della giornata: mai scelta fu più sbagliata, dal momento che l’isola è tutta un saliscendi. Non essendo ciclisti provetti (e soprattutto non avendo gran pratica di bici di montagna) affrontiamo le prime difficoltà con abbondante condimento di imprecazioni. Stanchi morti e colanti di sudore, pressoché putrefatti, raggiungiamo la spiaggia di Pompierre, posta sull’estrema costa est dell’isola. Spiaggia bianca con abbondante palmeto, baia rotonda riparata dal mare aperto da alcuni isolotti, acqua verde azzurra trasparente. Ci rinfranchiamo della fatica comodamente appoggiati sulla sabbia, augurandoci che il resto dell’isola sia meno ostile: poveri illusi. Lasciata l’oasi di Pompierre, dopo una piccola sosta a Plage de Marigot, ci inerpichiamo per un sentiero che, dopo averci spezzato le gambe, ci conduce ad un punto panoramico con vista su tutta la baia (dicono che questa sia la terza baia più bella del mondo, la prima pare sia quella di Rio de Janeiro, l’altra… non lo sappiamo). Si rientra quindi in paese, inforchiamo un viottolo che punta a sud e, dopo avere costeggiato il pittoresco cimitero e la pista dell’aeroporto arriviamo alla spiaggia più ostile di tutte, Grande Anse (anche qui… è la terza nel giro di pochi giorni, i francesi non sono maestri di fantasia a quanto pare). Un cartello ordina di non avventurarsi nell’acqua perché l’oceano è sempre talmente incazzato che le possibilità di portare a casa la pelle sono prossime allo zero. La spiaggia è comunque notevole, sia per il suo aspetto selvaggio, sia per la sua vastità. Dato che si trova a ridosso dell’aeroporto, c’è un altro cartello che vieta ogni attività (probabilmente di windsurf e kytesurf) in concomitanza con decolli e atterraggi degli aerei. Sulla mappa turistica viene indicata tra le altre spiagge quella di Crawen, posta sull’estrema punta ovest dell’isola. Siamo in ballo e quindi balliamo. Purtroppo ben presto ci troviamo a maledire il momento in cui non abbiamo scelto un comodo scooter che ci avrebbe risparmiato tanto dolore: la strada è tutta in salita ed in alcuni tratti siamo costretti a scendere e… spingere. Un vero calvario, mentre sotto di noi scorrono paesaggi da cartolina, isolotti verdi (come il Pain de Sucre) che spuntano dal mar dei Caraibi e imbarcazioni di ricchi signori che se la godono in questo paradiso senza dover spingere una bicicletta. Il sentiero diventa sempre più ostico e le selle sempre più dure, con grave danno al nostro posteriore. Stremati, a poche centinaia di metri dal traguardo, davanti all’ennesima ripida salita (ricordiamo poi che ogni discesa, apparentemente rilassante, si trasformerà in una devastante salita al ritorno…) gettiamo la spugna. Addio Plage de Crawen, non possiamo permetterci di lasciarci la vita e così, doloranti e sudati, pensiamo di ritornare alla spiaggia amica di Pompierre, dove potremo leccarci le ferite prima di riprendere il battello verso Trois Rivières. E così, ridendo e scherzando, riattraversiamo un’altra volta l’isola in bicicletta. Non ci soffermeremo più di tanto sul doloroso tratto tra la spiaggia e il noleggiatore di bici, una vera via crucis. Una volta sbarcati a Trois Rivières, al nostro rientro a casa ci attende la cena dell’addio alla nostra casetta di Vieux Habitants, con una monumentale insalata di riso. E domani si cambia pagina.

5 gennaio 2010
E’ giunto il momento di lasciare la nostra villetta rustica di Vieux Habitants dopo sette notti di permanenza; un po’ di pulizie per restituire la casetta apparentemente come l’abbiamo trovata, uno sguardo in giro e si parte. Mollato il vecchio nido, ci dirigiamo verso nord percorrendo ancora una volta l’arcinota e sinuosa strada panoramica costiera fino ad arrivare alle porte di Deshaies per visitare il Jardin Botanique. Il prezzo non è proprio un omaggio (14.50 euro a testa), ma vale assolutamente la pena. Il giardino è naturalmente composto esclusivamente da piante, fiori ed alberi tropicali provenienti da tutto il mondo ed è curato in maniera impeccabile. Il percorso si svolge in una vera e propria foresta, dove nemmeno il più piccolo spazio viene lasciato libero. Purtroppo questo periodo non corrisponde a quello della fioritura della maggior parte dei fiori, che sono ugualmente numerosissimi; c’è anche un sacco di orchidee. Buona parte delle piante dei nostri appartamenti italiani provengono da queste latitudini ed hanno virtù terapeutiche che noi ignoriamo. Venire a Guadeloupe e non visitare questa chicca sarebbe una vera mancanza. Quindi ritorniamo sui nostri passi e scendiamo lungo la medesima strada fino a Mahaut per imboccare la Route de la Traversée. Dato che dobbiamo andare sull’altra parte dell’isola, la Grande Terre, preferiamo vedere ancora una volta questa strada spettacolare, anziché percorrere la strada tortuosa lungo tutta l’isola. La nostra prossima casetta, quella che ci darà riparo per le prossime dieci notti, si trova nei pressi di Gosier, non lontano da Pointe à Pitre e la curiosità è ai massimi livelli. Dalla descrizione del sito dovrebbe essere una casetta di legno in mezzo ad un giardino. Trovata su internet ed affittata alcuni mesi fa dopo un rapido scambio di e-mail con la proprietaria, Anne-Marie Belfort per la modica cifra di 480,00 euro per dieci giorni, un prezzo tutt’altro che italiano (nel senso che da noi prezzi così abbordabili non osiamo nemmeno sognarli). La mappa scaricata da internet, scarna e schematica, è sufficientemente chiara per arrivare senza troppi intoppi al luogo eletto, che effettivamente è piuttosto imboscato in cima ad una collinetta dove l’edilizia selvaggia ha avuto buon gioco. Ci accoglie la signora Belfort, arzilla ottantaduenne, che ci consegna la casetta: dobbiamo dire che anche stavolta ci è andata bene, la realtà supera la fantasia. La villetta è in legno, 50 mq totali, con un ampio soggiorno-camera da letto con tv, cucina attrezzata di tutto punto (compresi tostapane e microonde), bagno di tutto rispetto e addirittura un ripostiglio. Davanti al soggiorno si apre un’ampia veranda con tavolo, sedie e amaca. In più, compreso nel prezzo, c’è anche l’uso della lavanderia che capita a fagiolo, dato che giunti a questo punto del viaggio i nostri vestiti reclamano una sana rinfrescata. Cosa volere di più dalla vita? L’unica presenza un po’ inquietante è quella dei nostri stagionati vicini di casa, da noi subito battezzati Rupert e Marion, una coppia di francesi di circa centosessant’anni in due. Piazziamo le nostre cose e scappiamo verso Sainte Anne, famosa per le spiagge bianche e il mare azzurro. Confermiamo, è tutto vero, la fama è pienamente meritata. La cucina della nostra casetta è splendida, ma l’abbondanza di locali a base di carne e pesce alla griglia che si trovano nelle vicinanze ci fanno seriamente pensare che fornello e lavello resteranno immacolati fino alla riconsegna dell’abitazione.
 
6 gennaio 2010
Pare che la parte più infestata di spiagge bianche sia la costa meridionale della Grande Terre, praticamente la zona che va da Point à Pitre a Saint Francois. E dato che la fame è tanta, considerato che già ieri abbiamo avuto un assaggio a Sainte Anne, ci spingeremo un po’ più in là verso est fino a Saint Francois. A differenza della Basse Terre, dove erano più tortuose, qui le strade sono in maggioranza pianeggianti, diritte e molto ben tenute. Non più di 30 km separano casa nostra da Saint Francois, dove facciamo subito amicizia con la Plage des Pies, poco oltre il paese, fatta di fine sabbia bianca, palme e mare, manco a dirlo, da cartolina. Tutte le spiagge sono pubbliche, basta parcheggiare l’auto e scegliersi il proprio pezzo di sabbia. Una delle attrattive principali di questa zona è la Pointe des Chateaux, una strettissima e appuntita penisola rocciosa che parte da Saint Francois e si spinge ad est verso l’oceano. Si può percorrerla con un’ottima strada asfaltata e pianeggiante (a Guadeloupe sono veramente pochi gli sterrati) fino alla punta estrema dove l’oceano arriva con tutta la sua forza con onde altissime e si abbatte su una bellissima spiaggia bianca a forma di mezzaluna, dove naturalmente il bagno è altamente sconsigliato (e non si fatica a capire il perché). A pochi chilometri davanti a noi c’è l’isola della Desirade, praticamente una scogliera che esce dal mare, lunga dodici chilometri e alta duecento metri. Se l’oceano è già così devastante in giornate di calma come oggi, questo posto deve essere un vero inferno in epoca di uragani. Fortunatamente lungo la penisola des Chateaux, sulla costa nord, si trovano anche numerose spiaggette dalle acque calme (la barriera corallina vicino alla spiaggia le protegge dalla furia dell’oceano) in cui si può fare un bagno in assoluta tranquillità. Rientro verso Saint Francois, dove proprio all’estremità ovest del paese (praticamente in direzione Sainte Anne – Gosier) si trova la Plage des Raisins Clairs, bianca, ampia (e anche piuttosto frequentata) che ci chiama per una pausa di riflessione (sole & mare). Abbiamo notato che da queste parti piuttosto che da giovani, le spiagge sono frequentate da una clientela abbastanza “stagionata” (diciamo ultrasessantenne e più), certamente ammirevoli, che, a differenza di quello che accade da noi, non hanno alcuna remora a mettersi in costume da bagno (a volte azzardando anche qualcosa in più, di cui francamente non ci sarebbe bisogno…).
 
7 gennaio 2010
Tempo incerto questa mattina, non vorremmo fosse terminata la nostra fortuna. Speriamo di no. In ogni caso la giornata di oggi sarà dedicata all’esplorazione della parte nord della Grande Terre, dove l’attrazione principale sono le falesie dell’estrema punta settentrionale. Prima in direzione Pointe a Pitre poi verso Morne a l’Eau (dove il richiamo principale è un pittoresco cimitero monumentale che si arrampica su di una collina e che è costituito da un gran numero di cappellette disposte in modo da sembrare più una periferia disordinata che non un vero cimitero; alcune sembrano piccole abitazioni con tanto di scaletta e balconcino. Veramente molto macabro). Si prosegue verso Petit Canal, piccolo centro dove una volta venivano sbarcati gli schiavi provenienti dall’Africa e che sarebbero stati impiegati nelle piantagioni. A proposito: tutto il viaggio di oggi si svolge in mezzo a sterminate piantagioni di canna da zucchero: la Grande Terre, fatta eccezione per il sud turistico, ne è completamente coperta; una parte viene utilizzata per la fabbricazione dello zucchero, ma la maggior parte viene trasformata in rum nelle numerose distillerie locali. Ed infine eccoci a Port Louis, piccolo centro sulla costa ovest dove la guida ci indica una spiaggia di notevoli dimensioni, una delle più belle di Guadeloupe. Abbiamo imparato a nostre spese che a volte la nostra amata Routard è un po’ troppo poetica, quindi preferiamo toccare con mano. E questa volta ha ragione la povera bistrattata Routard: una lunga spiaggia di sabbia bianca, con mare azzurro e trasparente (e soprattutto “calmo”) si stende a perdita d’occhio. La sosta per le sabbiature quotidiane è inevitabile. Abbastanza inquietante è il cimitero che è stato edificato proprio sul mare, in una zona protetta da una piccola scogliera. Il viaggio prosegue verso Anse Bertrand (il paese natale di Lilian Thuram) che tocchiamo appena (torneremo nel pomeriggio) per dirigerci verso la Porte de l’Enfer. Con un titolo del genere ci aspettavamo il finimondo o almeno un posto degno del demonio: in realtà la bellezza del posto lo fa sembrare molto più vicino al paradiso. Si tratta di un profondo fiordo, con scogliere alte diverse decine di metri, dove le acque del mar dei Caraibi entrano in uno stretto imbuto di acqua azzurra e tranquilla, mentre fuori il mare è agitatissimo. Diciamo che l’inferno è là fuori, mentre dentro la pace regna sovrana. Ci sono alcuni punti panoramici da cui la vista è veramente spettacolare. Ritornando verso Anse Bertrand, poco prima del paese svoltiamo a destra seguendo le indicazioni per Pointe de la Grande Vigie, il punto estremo più settentrionale di tutta Guadeloupe. Si tratta di un sentiero sulle falesie, opportunamente transennato, che offre una veduta unica sulle scogliere e sulla tempesta marina perpetua ai loro piedi. Probabilmente uno spettacolo del genere, seppure con colori molto meno vivi, si può vedere solo in Bretagna. Il posto è davvero mozzafiato e rimaniamo abbastanza perplessi nel notare una scarsissima affluenza di visitatori. Addirittura ci sono i resti di negozietti di souvenir che sono stati chiaramente smantellati nelle stagioni scorse (forse proprio perché da queste parti non si batte chiodo). Dopo tanta cultura, arriva (anzi, ritorna) il momento dell’ozio: verso Anse Bertrand troviamo l’indicazione per Plage Laborde, la seguiamo e ci si spalancano le porte del paradiso: una spiaggia di sabbia bianca morbida e comoda per le nostre schiene, con un mare dai colori tipicamente Caraibici e alcune palme a farci ombra. Se dovessimo dare un nome a questo posto, sarebbe senz’altro “pace & serenità”. Vorremmo andare al comune di Anse Bertrand per chiedere un posto di lavoro e stabilirci qui (il pulisci spiagge potrebbe andare benissimo, chissenefotte della carriera). Dopo una rosolatura di un paio di ore, ci spostiamo di qualche chilometro (non senza avere notato come le vacche da queste parti se la spassino, dato che sono parcheggiate a brucare l’erba direttamente sul mar dei Caraibi… che bella la vita da vacca ai Caraibi…), ritorniamo a Anse Bertrand per la degna chiusura della giornata sulla Plage de la Chapelle a farci divorare dai mosquitos. Che Dio li strafulmini tutti, che vengano inceneriti e se ne perda il ricordo. Questi maledetti insetti rientrano sicuramente nel novero degli animali più stronzi della terra: si nascondono per tutto il giorno, poi verso sera escono e ti pungono. Il problema è che non te ne accorgi sul momento e quando vedi svolazzare la nuvola di insetti, la frittata è già fatta, i bastardi ti hanno già succhiato il sangue. Così non ti resta che aspettare il giorno successivo, quando i morsi si trasformeranno in bubboni rossi, duri e pruriginosi che non potrai fare a meno di grattare…. E più li gratti più diventano devastanti. Per la cronaca, i nostri zampironi non danno nessun aiuto.
 
8 gennaio 2010
Il tempo non è fantastico e la sveglia avviene ad ondate successive: alle 6 cominciano gli uccelli a far casino sul tetto, poco dopo passa il camion dell’immondizia e fa un casino bestiale, poi i vicini di casa si mettono a discutere animatamente nel bungalow adiacente. Praticamente, nella vecchia casa di Vieux Habitants eravamo nel buco del culo del mondo, ma la pace era totale. Vabbè. Il giro di oggi sarà breve e parte con una scampagnata verso les Grands Fonds, la zona chiamiamola “campagnola” a ridosso della costa turistica sud. In realtà si tratta di un gran bel paesaggio ricoperto in parte da una fitta foresta tropicale, mentre per la maggior parte è il regno della canna da zucchero. Facciamo un tour per le strade tortuose ma molto ben asfaltate e, come ci è già capitato di riflettere nei giorni scorsi, non c’è traccia di miseria, una cosa ben diversa dagli altri paesi del Centro America già visitati in passato. Puntiamo poi decisamente verso la costa est, passando per Le Moule (il centro più importante di questa costa) un grosso agglomerato che però non ha proprio niente di interessante; anche le due spiagge che vengono segnalate dalla nostra guida sono tutt’altro che indimenticabili. Lasciamo la strada principale per una secondaria fino ad arrivare a Gros Cap e di lì a Anse Maurice, spiaggia nascosta, incuneata tra le falesie, naturalmente disabitata e poco frequentata (e chi ci arriva fino a questo punto?). Sosta per la dose quotidiana di bronzo. C’è senz’altro da dire che la costa est non offre granché e a parte Anse Maurice e poco altro, è sicuramente quella più povera di attrattive, oltre ad avere l’onore di essere bagnata direttamente dall’Oceano Atlantico in persona.
Scendiamo nuovamente verso sud, oltrepassiamo il già visto e poco attraente Le Moule e , grazie alla quasi totale assenza di indicazioni stradali, arriviamo per puro culo alla Porte de l’Enfer. Non quella di due giorni fa, ma un’altra; d’altronde della brillante usanza dei francesi di attribuire lo stesso nome a due o più luoghi abbiamo già ampiamente parlato. Non sarà come quella dell’altro giorno, ma il paesaggio è molto pittoresco: con una ripida scala si scende fino a livello del mare e ci si trova in una specie di anfiteatro circondato da alte pareti rocciose e aperto su di un lato verso l’oceano. Naturalmente il mare entra con tutta la sua violenza e fa un certo casino. Abbiamo praticamente terminato la circumnavigazione dell’isola e ci meritiamo un po’ di riposo. Il posto eletto è Pointe des Chateaux, la punta all’estremo est di Guadeloupe, dove l’oceano è sempre infiammatissimo. Nelle vicinanze c’è la Plage de la Grande Saline, che grazie ad una barriera scogliosa e corallina posta a diverse decine di metri dalla sabbia, è protetta dalla furia dell’oceano aperto. Così accanto alla sabbia corallina bianchissima (a grana grossa, stiamo diventando degli intenditori) ci sono delle piscine naturali azzurre nelle quali si può fare un bagno in tutta sicurezza , mentre lì a pochi metri infuria l’oceano incazzato.
 
9 gennaio 2010
Qualcuno ci deve spiegare perché qui la gente nei negozi si ostina a tenere l’aria condizionata a palla quando fuori c’è un meraviglioso clima con una temperatura attorno ai 28 gradi, poca umidità e un leggero venticello. L’altra sera entrando in un negozio ci siamo soffermati un attimo davanti al termostato (17gradi) mentre la cassiera si metteva uno scialle sulle spalle perché in quel momento stava battendo i denti… Altra abitudine discutibile è il parcheggio selvaggio: da queste parti sono dei veri barbari, doppia e terza fila a go go. Inoltre è molto evidente la grande cura che qui si ha per la propria macchina: intanto segnaliamo un buon numero di auto di grossa cilindrata e soprattutto una diffusione capillare di negozi di ricambi per auto, gommisti, officine meccaniche e autolavaggi. Stamattina siamo stati svegliati da un animale o qualcos’altro che ha preso a testate la nostra casa. Boh. Mattinata dedicata all’Acquario di Guadeloupe, tra Gosier e Pointe a Pitre, a pochi chilometri da casa nostra, che sfoggia centinaia di pesci tropicali (in teoria tutti dei Caraibi, in realtà ci sono anche piranas che non hanno nulla a che vedere con queste acque, ma che fanno sempre molto effetto). Naturalmente la vasca degli squali è sempre uno spettacolo di grande impatto. Fine della mattina culturale. Quindi alla ricerca di un giaciglio fatto di sabbia bianca, possibilmente ombreggiato da palme. Macchina puntata in direzione est, pochi chilometri di strada e, prima di arrivare a Sainte Anne, svoltiamo a destra seguendo le indicazioni di Plage du Bois Jolan. Detto così sembrerebbe un posto vicino a Versailles, in realtà si tratta di una gran bella spiaggia, piena di palme ad alto fusto, selvaggia e solitaria quanto basta per farci tirare il freno a mano per un pit stop. In teoria sulla mappa sarebbero indicate altre spiagge da queste parti, ma seguendo le indicazioni finiamo invece in un complesso residenziale piuttosto lussuoso con spiagge irraggiungibili per i comuni mortali. Evidentemente le spiagge più belle sono state colonizzate, rapite e messe sotto vuoto dai costruttori di questi ricchi complessi e solo i paganti ospiti possono usufruirne. Un vero peccato. Ci consoliamo allora sulla Plage du Raisin Clair a Saint Francois (tappa già fatta nei giorni scorsi, ma il posto merita sicuramente un ripasso). Serata a sfogare gli istinti animaleschi sbranando polli e pesci alla griglia presso il nostro lussuoso ristorante di fiducia: si tratta di una costruzione direttamente sulla strada, senza pareti, con il locale adibito alla cottura di animali morti su griglia completamente a vista (e che abbiamo verificato essere funzionante già di prima mattina). Come sempre, siamo gli unici avventori bianchi. Il rapporto qualità prezzo è ottimo. Caratteristica piuttosto insolita per noi è che questo locale possiede una “sala climatizzata”, dove è possibile mangiare rinfrescati dall’aria condizionata “a manetta” (di cui non c’è assolutamente bisogno).
 
10 gennaio 2010
La nottata è trascorsa con i soliti attacchi dall’esterno di animali e/o cose veramente inspiegabili (= tentativi di sfondamento della porta); fortunatamente la nostra porta è piuttosto robusta e si chiude con diverse spranghe. Dobbiamo segnalare inoltre un acquazzone pesissimo che ha quasi sfondato il tetto della nostra casetta. Il mattino successivo (oggi) la situazione meteorologica non è migliorata più di tanto: il cielo è grigio plumbeo e ogni tanto qualche spruzzata di pioggia sta a ricordarci che non comandiamo noi. Siccome verso le dieci vediamo deboli segni di miglioramento, non essendo votati alla vita claustrale (soprattutto ai Caraibi) prendiamo il mezzo di locomozione e, caricate le provviste (acqua potabile e frutta tropicale), voltiamo la prua verso il nord, dove il cielo sembra più clemente, attraversando le piantagioni di canna da zucchero. E dato che alcuni giorni fa le spiagge dell’estremo nord ci avevano favorevolmente impressionato, torniamo volentieri a Anse Bertrand per piazzarci a Plage de la Chapelle per alcune ore (anche solo per il gusto di prenderci la rivincita su quel posto dove i mosquitos ci avevano devastati). Naturalmente lo scopo principe della trasferta di oggi è quello di tornare a Plage Laborde, la magnifica. Ne abbiamo già cantato le lodi alcuni giorni fa, ma aggiungeremo che la consistenza della sabbia corallina è ideale, né troppo grossa né troppo fine, l’ideale per il salviettone e per la terapia pre-reumatica (meglio prevenire che curare). Il mare qui è l’ideale per lo snorkeling, pesci tropicali colorati in quantità industriale già a pochi metri dalla battigia. Da notare che in questo tratto di mare sarebbe formalmente vietato fare il bagno a causa delle forti correnti.
 
11 gennaio 2010
Dopo tanto peregrinare in lungo e in largo dovevamo aggiungere l’ultimo tassello, quello più vicino a casa nostra naturalmente: le spiagge di Gosier. La trasferta è la più breve in assoluto tra tutte quelle finora affrontate: si tratta di scendere la nostra ripida discesa (che al ritorno ogni sera si trasforma in una altrettanto ripida salita battezzata “la pista di decollo”, con una pendenza del 45% minimo), attraversare il cavalcavia, due rotonde et voilà… siamo già in prossimità delle spiagge. La fedele Routard ne indica diverse, specificando che si tratta pur sempre di spiagge di piccole dimensioni. Alcune, come quella di Pointe de la Verdure, si trovano nella zona degli hotel e sono ad uso e consumo dei loro ospiti, pur essendo raggiungibili dalla battigia anche dai comuni mortali. Un po’ per pigrizia un po’ per mancanza di voglia di infognarsi tra gli hotel, molliamo la storia. In ogni caso a poche centinaia di metri si apre la spiaggia ufficiale di Gosier, plage de la Datcha, stretta solo pochi metri, ma lunga diverse centinaia, che fa da bordo naturale alla cittadina. Naturalmente sabbia bianca e mare più che accettabile (accettabile??!!… con che coraggio torneremo in Versilia???). La Datcha è solo l’antipasto per oggi. Il vero clou è l’Ilet Gosier, un piccolo isolotto situato proprio davanti a Gosier, da cui è separato da un braccio di mar delle Antille di soli 500 metri. Naturalmente l’isolotto, di dimensioni esigue, è uno scampolo di paradiso marino tropicale, con spiagge bianchissime ornate di palme e mare da favola (alle Antille non si scherza). E’ adattissimo per fare una rapida ed economica scampagnata fuori porta, dato che viene collegata al paese con un servizio di motoscafi-navette con più corse al giorno, il tutto per la sbalorditiva cifra di 3,00 euro comprensivi di andata e ritorno. Il “taxi marino” parte dal pontile principale di Gosier e dopo una navigazione di quattro minuti veniamo scodellati sulle spiaggette bianche a rosolare come gli arrosti per qualche ora, alternando il sole ai bagni terapeutici nelle acque trasparenti. Terapeutici, è proprio il caso di dirlo: quale cura migliore al mondo ci può essere se non quella di essere sdraiati su di una spiaggia bianca tropicale, con un sole caldo ma non insopportabile e un mare cristallino dove piazzarsi in ammollo come due cappelletti in brodo? La trasferta termina alle 17, ora in cui viene effettuata l’ultima corsa dal “taxi marino” (naturalmente torniamo con l’ultimissima corsa); non ci resta che decidere dove andare a mangiare stasera. Che sforzo, che vita! Per la cronaca, se ieri il tempo ci ha dato qualche grattacapo per via di alcune nuvole, oggi abbiamo registrato un cielo completamente sereno, di un azzurro che non ricordavamo più. Da diversi giorni ormai maglioni, giubbotti, calze e scarpe sono solo un lontano ricordo.
 
12 gennaio 2010
La giornata pare nascere sotto i peggiori auspici: il cielo è grigio-sfiga e le piogge intermittenti si susseguono da questa notte. Con un tempo del genere non si va lontano. In ogni caso non potremo certo rimanere in casa e così, approfittando di una pausa tra un acquazzone e l’altro, usciamo ugualmente dal nostro rifugio, portandoci comunque dietro tutto l’armamentario per la spiaggia come segno di rituale propiziatorio e beneaugurante (non si sa mai). Dato che l’est non ci ha mai traditi, puntiamo la prua verso Sainte Anne – Saint Francois, dove purtroppo il meteo continua a rompere i coglioni. Ne approfittiamo per un rapido giro al mercato di Sainte Anne e tra banchi di spezie, frutta tropicale e inutili souvenir, assistiamo al miracolo: smette di piovere e il cielo si libera completamente. Ormai abbiamo capito come funziona: nuvole e piccole piogge notturne o nella prima mattinata, ma poi arriva il bel tempo per il resto della giornata. Nota di costume: se qualcuno pensasse di venire a Guadeloupe e fare incetta di souvenirs tipici del luogo, sappia che troverebbe una grossa delusione. Qua non c’è assolutamente alcun tipo di artigianato tipico e anche i souvenirs sono piuttosto scadenti e probabilmente prodotti in altri paesi. Le solite magliette, le solite collanine, i soliti braccialetti… probabilmente made in China. Un vero peccato. Possiamo tranquillamente dire che nei negozi di souvenirs non c’è nulla che non si potrebbe trovare nelle bancarelle delle nostre fiere di paese. Altra nota di costume: scordatevi di trovare prezzi abbordabili come si potrebbero trovare in altri paesi di queste latitudini (per esempio il centro america): qua tutto ha prezzi “parigini”, dagli alimentari nei supermercati alla frutta sulle bancarelle degli ambulanti. Alcuni esempi: ananas a 2,50 euro il kg (da notare che siamo nella “patria” dell’ananas), pomodori a 4,00 euro il kg, succhi di frutta a 2,00 euro il litro. Occhio agli acquisti dunque. Il prezzo della benzina al momento resta leggermente al di sotto della nostra, 1.18 il litro. Dicevamo, una volta aperto il cielo, fuggiamo immediatamente in direzione mare, verso Pointe del Chateaux, oltre Saint Francois, dove ci resta una spiaggia non ancora esplorata, Plage de Anse a la Gourde, alla quale si arriva direttamente con una strada asfaltata che volta a sinistra pochi chilometri dopo l’aeroporto. Ormai il cielo è completamente sgombero e ci prendiamo la rivincita, abbuffandoci di sabbia bianca e di bagni rigeneranti in una specie di piscina naturale, molto ampia, nella quale ci si può immergere in assoluta tranquillità (senza allontanarsi troppo dalla riva, dove le correnti possono diventare pericolose). A metà dell’opera ci stacchiamo per imboccare la via del ritorno e, oltrepassato Saint Francois, un po’ prima di Sainte Anne, svolta a sinistra seguendo le indicazioni per Plage du Bois Jolan per terminare il pomeriggio di sofferenza sotto il sole. Sempre bella questa spiaggia (che abbiamo conquistato alcuni giorni fa), selvatica e poco frequentata quanto basta, palme e piante tropicali fin sul mare, sabbia bianca e acqua trasparente. Al nostro rientro in serata ci colleghiamo ad internet e scopriamo che ad Haiti (un migliaio abbondante di km da qui) c’è stato un terremoto disastroso di 7.0 che ha raso al suolo Port Au Prince, la capitale. Qui da noi assolutamente nulla, quindi, per evitare panico ingiustificato, sarà meglio avvisare il parentame in Italia (non si sa mai, conoscendo i potenti mezzi di comunicazione italiani, potrebbero anche essere lanciati allarmi ingiustificati per tutta l’area Caraibica).

13 gennaio 2010
E’ il giorno eletto per uno dei momenti chiave del nostro viaggio a Guadeloupe: l’isola di Marie Galante. L’isola dista diverse miglia da Guadeloupe ed è necessario un viaggio di un’ora di battello. Siccome il servizio non è giornaliero, ma bisettimanale (mercoledì e venerdì) è necessario acquistare il biglietto almeno il giorno prima. Fin qui nulla di male, se non fosse che la gita ci costringe ad una levataccia umanamente insostenibile (siamo pur sempre in vacanza!): le 6,00 del mattino, dato che l’imbarco è a Sainte Anne (20 km da casa nostra). Puntuali come due svizzeri, anche se ancora semi incoscienti, ci presentiamo all’imbarcadero, dove si trovano una cinquantina di persone/compagni di traversata. L’imbarcazione non è ancora arrivata in porto e al suo arrivo rimaniamo a bocca aperta: non un grosso battello da svariate centinaia di posti, ma un’onesta imbarcazione da circa 100 posti. Prendiamo posto nella zona coperta, nelle prime file. Esattamente quattro secondi dopo la partenza ci guardiamo in faccia e capiamo di avere sbagliato tutto nella vita. Iniziamo a maledire tutto: la barca, il mare, Marie Galante, ma soprattutto il momento in cui abbiamo pensato di fare questa escursione. Il mare è moderatamente mosso e la piccola imbarcazione cavalca tutte le onde, in totale balia degli eventi, come se fosse una giostra della fiera: la barca si impenna, si alza, si abbassa, si gira, si volta, fino a farci perdere la cognizione del tempo e dell’orizzonte. Inutile nascondere che si è trattato dell’ora più lunga della nostra vita. Come essere dentro una lavatrice ed osservare il mondo esterno dall’oblò mentre è in funzione la centrifuga…. Arrivati a Marie Galante dopo un viaggio di un’ora che definire “infernale” è ancora un eufemismo, siamo stremati e non sentiamo né le gambe né lo stomaco. Ci sediamo su un muretto per ricordarci chi siamo e il pensiero va ancora una volta alla maledizione dell’idea del viaggio… ma subito dopo si materializza nelle nostre menti lo spettro di un orribile rientro in serata con lo stesso mezzo. Nel frattempo ci appare Rodrigue, un ragazzone guadaloupense che ci offre la sua auto a noleggio a prezzi stracciati (30,00 euro per la giornata); ancora sbattuti e incoscienti, accettiamo ed andiamo a ritirare il mezzo. Purtroppo il viaggio traumatico e il pensiero del ritorno ci hanno minato la giornata. La mente corre non alle spiagge, ma al viaggio di rientro che pensiamo di fare con qualunque altro mezzo, ma certamente non con il piccolo battello. Pensiamo di rientrare in aereo, ma purtroppo attualmente non ci sono voli che colleghino Marie Galante con Guadeloupe. Pensiamo di utilizzare un catamarano di grandi dimensioni, seppure con rientro a Pointe a Pitre (ad almeno 40 km dal parcheggio della nostra auto a Sainte Anne), ma oggi i posti sono tutti esauriti. La sfiga regna dunque sovrana. Dobbiamo rassegnarci, ci toccherà rientrare con lo stesso battello, e la cosa non ci riempie per niente il cuore di gioia, tanto che la bellissima Plage de la Ferriere, nei pressi di Capesterre, una lunga distesa di sabbia bianca coperta di palme e davanti ad un mare color turchese, probabilmente uno dei posti più belli del mondo, riesce ad attirare modesta attenzione, molto meno di quanto effettivamente meriterebbe. E’ comunque favolosa. Sulla parte opposta dell’isola troviamo la Plage de Anse Canot, sabbia finissima bianca e mare turchese trasparente. C’è solo da fare attenzione perché il posto è disseminato di mancenilliers, piante totalmente tossiche (il tronco, le radici, i rami, le foglie se toccati rendono necessario il ricovero in ospedale; i frutti, simili alle mele, se mangiati sono in grado di spedirti al creatore). Fortunatamente buona parte (ma non tutte!) di queste piante sono gentilmente segnalate con un simbolo dipinto in rosso sul tronco (e che ci mostra quante di queste disgraziate piante ci siano ancora in questo posto; ma perché non le estirpano?). Il pensiero del ritorno è comunque schiacciante, ma dobbiamo dire certamente grazie a Rodrigue il noleggiatore, che ci ha dato alcuni fondamentali consigli per trascorrere un rientro un po’ più tranquillo: ci segnala una marca di pastiglie contro il mal di mare (Mercalm, e qui ci aspettiamo una provvigione dalla casa produttrice per la pubblicità sul nostro sito…) e ci consiglia di sederci non più davanti e all’interno (il posto peggiore, ci assicura; complimenti per la nostra scelta di stamattina!), ma nella parte posteriore della barca e all’aria aperta. Anche se non troppo convinti, con il morale di chi si sta avvicinando al patibolo, ci avviamo verso l’imbarcadero e seguiamo scrupolosamente le indicazioni (pastiglia 30 minuti prima e posti all’aperto a poppa). Sarà stata la pastiglia, saranno stati i posti a poppa, sarà il culo… boh, fatalità il rientro, seppure effettuato con un mare abbastanza gonfio, avviene in totale calma gastrica. Il dubbio è atroce, ma legittimo: se avessimo seguito queste indicazioni anche questa mattina, la traversata sarebbe stata più tranquilla e di conseguenza la giornata più serena? Mah, chi lo sa. Di certo non siamo tagliati per fare i marinai. Serata a consolarci con una mega insalata di riso cucinata con le nostre mani e consumata sul patio della nostra villetta. I nostri timori di ieri sera, riguardo il terremoto di Haiti e le possibili ripercussioni sui media italiani, erano più che fondati: quei cretini del TGCom hanno pensato bene di divulgare sul loro sito la notizia di uno tsunami generato dal terremoto di ieri sera. Secondo l’attendibilissimo sito lo tsunami avrebbe travolto e spazzato TUTTE le isole dei Caraibi. Peccato che i nostri solerti giornalisti abbiano dato la notizia dello tsunami dopo che l’allarme (che viene comunque diramato automaticamente in queste occasioni in via cautelativa dai centri di monitoraggio) era già rientrato da ore. Che vergogna.
 
 
14 gennaio 2010
Siamo giunti quasi alla fine del nostro pellegrinaggio in Terrasanta (=Guadeloupe). Per sfruttare al massimo le ore di luce, oggi eviteremo di fare spostamenti troppo lunghi e approfitteremo delle spiagge vicine. Potrà essere certamente utile sapere che Guadaloupe è totalmente priva di animali selvaggi, non ci sono serpenti e quindi si può vivere con una certa tranquillità. Gli unici animali che possono dare noia sono i mosquitos (per i motivi già accennati) oltre a scorpioni e le scolopendre. Prima di partire, accendiamo il computer per dare un occhio alla news e succede che, mentre siamo seduti al tavolo, con la coda dell’occhio vediamo una forma allungata e scura vicino ai nostri piedi: Signore e signori, vicino ai nostri piedi sta transitando una bella scolopendra lunga una quindicina di centimetri abbondante, un incontro di cui avremmo fatto volentieri a meno. La scolopendra è il parente più grande del nostro innocuo millepiedi, con la differenza che una sua puntura può causare più di un normale fastidio, dal momento che il suo veleno, pur non essendo mortale, è moderatamente tossico e può richiedere anche un ricovero in ospedale. Noi non possiamo permetterci di perdere tempo per andare in ospedale, visto che ci attende la spiaggia, così parte la caccia spietata alla bestiaccia, che nel frattempo è sparita in una fessura del muro della nostra camera. Per evitare sorprese di ogni tipo e recuperare la tranquillità, viene pronunciata la sentenza: la scolopendra sarà murata viva, utilizzando della carta igienica imbevuta di acqua, infilata e schiacciata nelle crepe del muro. Sia maledetta in eterno. Ci dirigiamo quindi verso la spiaggia di Saint Felix, distante meno di una decina di chilometri da Gosier in direzione Sainte Anne. Il posto è piuttosto fuori dalle correnti turistiche, dato che per raggiungerlo dobbiamo abbandonare la strada asfaltata e percorrere con l’auto un piccolo tratto sterrato in mezzo ai mancenillier. La spiaggia è lunga non meno di un chilometro, a mezzaluna e selvaggia, c’è solo un piccolo ristorantino sotto gli alberi. Piante tropicali e qualche palma arrivano fin sulla sabbia bianca. Mare color turchese abbastanza mosso, ma nel quale si può fare tranquillamente il bagno. Per il pomeriggio, una volta ritornati a Gosier, ci spostiamo su Ilet Gosier, l’isolotto di fronte alla cittadina già visitato nei giorni scorsi. Il posto è talmente bello che merita senz’altro una seconda visita prima della nostra partenza. Scopriamo così che c’è un sacco di gente che arriva a nuoto, magari aiutandosi con dei surf sui quali vengono legati dei sacchi di plastica con tutto il necessario per una giornata in spiaggia (asciugamani ecc.). Chissà magari lo fanno per risparmiare i 3,00 euro del biglietto del water-taxi. Sulla strada per il rientro vediamo che si è inspiegabilmente formata una spessa coltre di nebbia; ci rendiamo conto ben presto che non si tratta di nebbia, ma di fumo che si alza dalle griglie di tutti i ristoranti della zona e anche dai barbecue delle case private, un fumo così denso da farci pensare alla nebbia padana. L’ultima sera la trascorriamo nella veranda della nostra casetta, rigorosamente braga corta e infradito, pasteggiando con una estiva insalata di riso.
 
15 gennaio 2010
E’ giunto così il giorno della partenza. Fortunatamente il clima, nonostante alcuni piccoli scherzetti che sono sempre risolti in fretta, non ci ha traditi. Pensiamo sia il caso di sfruttare il sole fino all’ultimo minuto: dopotutto da domani ci attende la nebbia padana, il freddo e il gelo. E magari anche la neve. Ritorniamo quindi nella spiaggia di ieri, a Saint Felix e qui restiamo fino a quanto sarà umanamente possibile. Alla nostra padrona di casa abbiamo raccontato quanto sia importante assorbire fino all’ultimo raggio di sole, considerata la nostra provenienza padana e sfigata; la donna si è commossa al punto da permetterci l’uso dell’abitazione oltre la barriera dell’orario consentito, fino alla nostra partenza (in realtà avremmo dovuto riconsegnare le chiavi entro le dieci del mattino). Così, terminata anche l’ultima sacra sabbiatura, ritorniamo a casa, rapida doccia, chiusura delle valigie, un ultimo saluto alla nostra casetta e alla padrona di casa, affettuosamente ribattezzata “Dorothy”, e quindi via a riconsegnare l’auto e poi in aeroporto. Il 747 della Corsairfly riparte per le terre fredde con un’ora di ritardo (porca puttana, potevamo restare al mare un’ora in più…) e ci riporta a Parigi Orly. Seguirà il cambio aeroporto e a Parigi Charles de Gaulle la Air France si occuperà dell’ultima tratta aerea (ci asterremo dal descrivere le condizioni pietose del treno Milano-Fidenza, roba da terzo mondo). E adesso siamo mentalmente pronti per gettarci nell’organizzazione del prossimo viaggio.
 
 Filo & Fabio