16/01/2009 PRE PARTENZA
Sono ormai sei mesi che non ci muoviamo, e già da quattro stiamo lavorando su questa nuova fuga. Roba da malati, malati di viaggio. Come sempre ci spostiamo il giorno precedente il volo, anche per avere l’illusione ottica che il viaggio duri un giorno di più. Si, siamo proprio due malati. Quindi, nel bel mezzo del gelido inverno (fa un freddo cane, nebbia, neve, ghiaccio) saltiamo sul treno a Fidenza alle 17,20 e alle 18,45 siamo a Milano, dove ci attende Max, il nostro taxista di fiducia, che ci traghetta fino al Malpensa House di Cardano al Campo, luogo eletto per posare le ossa la notte prima del grande volo. Quindi pizza a tre al famosissimo “
Nel Buco del Mulo” (che ormai abbiamo citato tante di quelle volte che potrebbe anche regalarci una pizza ogni tanto…); seguono i saluti e infine ci ritiriamo per affrontare l’ultima notte italiana. 17/01/2009
PARTENZA
Come sempre il
Malpensa House ci fa un servizio impeccabile: oltre al pernottamento in stanza a due letti con bagno, TV e frigorifero, ci trasporta anche all’aeroporto secondo le nostre indicazioni di orario (nel prezzo di 57,50 euro sarebbe compreso anche il prelevamento all’aeroporto, ma questa volta noi siamo arrivati con mezzi nostri). Check in ed eccoci pronti per la traversata transoceanica. Nove ore di volo a bordo di un 767 della
American Airlines che parte alle 10,15 italiane e alle 13,15 locali ci sbarca a New York. Con tutto quello che si dice di questa città, nei film, ai telegiornali, sui giornali, ogni giorno sulla bocca di tutti, è innegabile che eserciti su di noi un certo fascino. Dal JFK in lontananza vediamo lo skyline di Manhattan e un pezzo del ponte di Brooklin… che sia un presagio di un futuro viaggio nella “grande mela”? Boh, vedremo. Per adesso dobbiamo passare ben 6 ore nel terminal, tra immigration, riconoscimento bagagli, un po’ di shopping, in attesa del prossimo volo
America Airlines per Miami. Lo sbarco a Miami non poteva essere più scenografico: di notte, una distesa di luci a perdita d’occhio. Il tempo di ritirare i bagagli e farci succhiare 25,00 usd dal taxista per arrivare al motel prenotato dall’Italia via internet (
La Quinta Inn Airport, camera a 89,00 usd + tax). Il viaggio è cominciato, ma adesso siamo praticamente “tritati”, quindi buonanotte.
18/01/2009 MIAMI - BELIZE CITY - ORANGE WALK
Conclusa questa breve e fugace parentesi americana (dove l’ipocrisia tocca vertici assoluti: ieri sera siamo usciti dal motel per cercare un paio di bottiglie di acqua e siamo entrati nel primo negozio di “bevande” che abbiamo trovato; non vendevano acqua, ma alcolici e superalcolici a go go, che devono essere obbligatoriamente imbustati nei sacchetti di carta per non incorrere nel reato di “consumo di alcolici in strada”, essendo vietato circolare con una bottiglia in mano….). Il volo
American Airlines da Miami a Belize City dura un paio di ore e alle 12,00 sbarchiamo all’aeroporto principale del paese, che, pur avendo due terminal, è poco più di un garage. All’uscita ci aspetta la signora
Buy Belize (che noi battezzeremo amichevolmente “la Mafalda”) dalla quale, via internet al prezzo di 962,00 usd per 16 giorni comprensivi di assicurazione, abbiamo preso a noleggio il mezzo che ci accompagnerà nella nostra scorribanda. Piccola nota valutaria: la moneta ufficiale del Belize è il Belize Dollar; per comodità, due Belize Dollars corrispondono a un American Dollar. Arrivati nella malfamatissima Belize City, la Mafalda ci accoglie nel suo ufficio, che potremmo definire “arredato con gusto minimalista”; in realtà è un vero rudere posto in mezzo ad un cortile tipo sfasciacarrozze, dove dovremmo incontrare l’auto che ci accompagnerà nelle nostre scorribande. Da un noleggiatore così naif cosa potevamo aspettarci? L’auto è un Toyota Four Runners (al prezzo di 962,00 usd per 16 giorni, tutto compreso) rossa fiammante, già abbondantemente sporca, graffiata e incidentata: meglio così, vorrà dire che se dovessimo aggiungere qualche botta nostra, si mimetizzerà con le altre e non ci faranno due palle così. Purtroppo non funziona il lunotto posteriore (non si apre), ci propongono un altro mezzo e così dobbiamo sbarcare i bagagli e trasferirli sulla nuova auto. Siamo pronti per partire quando ci rendiamo conto che non si inserisce il 4x4, evidente difetto dell’auto. Lo segnaliamo subito e prontamente ci danno una terza auto, trasbordando le valigie ancora una volta. La fortuna non ci assiste: le cinture sono entrambe bloccate e, se vogliamo essere pignoli, le gomme sono piuttosto lisce. Ormai abbiamo esaurito le auto del nostro “concessionario” e se vogliamo partire ci tocca accontentarci della prima auto che ci avevano consegnato. Esausti, anche se non è un 4x4 come avevamo richiesto, siamo finalmente pronti per il nostro tour sulle strade beliziane, prendiamo le chiavi e partiamo. Vaffambagno Mafalda. Si punta a nord utilizzando la vecchia Northern Highway, asfaltata solo per un breve tratto e sterrata per tutto il resto del tragitto. Sosta alla prima delle numerose rovine maya che ci beccheremo durante il nostro tour,
Altun Ha, 10,00 bze a testa per l’ingresso. Il sito è deserto (probabilmente in questa stagione il turismo è dormiente) ed è di forte impatto, con una grande piazza circondata da costruzioni a piramide dalle quali la vista esagerata. Riprendiamo lo sterrato e arriviamo a
Orange Walk, tranquillo paese dove pernotteremo un paio di notti. La guida che abbiamo elaborato nei mesi scorsi ci segnala il
Lucie Guest House, un posto a prezzi stracciati che farebbe proprio al caso nostro se solo riuscissimo a trovarlo. Ci buttiamo quindi sul
St.Christopher Hotel, camera con due queen, ventilatore a pale (l’aria condizionata sarebbe davvero superflua, il clima è ottimo e per niente umido), TV, bagno privato, parcheggio interno a 71,00 $ Belize (=35,00 usd) a notte. E’ domenica e da queste parti le feste vengono santificate nel vero senso della parola: è praticamente impossibile trovare un negozio aperto e per fortuna ci viene in soccorso il ristorantino La Hacienda con due piatti di rice beans & chicken a 30,00 bze in due. Torneremo anche domani sera. E dopo questa cena, il crollo totale! Presto, a letto d’urgenza.
19/01/2009 LAMANAI - RIO BRAVO CONSERVATION AREA
Chiaramente essendo andati a letto alle 21,00, ancora svarionati e schiaffeggiati dal fuso orario (- 7 ore rispetto all’Italia) non potevamo spagliarci tardi. E infatti alle 6,00 l’orologio biologico suona la sveglia, tanto vale prendere di petto la giornata e metterci subito in strada, dato che da queste parti alle 17,30 il sole cala e alle 18,00 già buio pesto. Meta di oggi è
Lamanai, sito archeologico piazzato in mezzo alla foresta tropicale sulle rive del
New River, dove si può arrivare in barca via fiume (l’imbarco sarebbe proprio dietro il nostro hotel) con una gita organizzata e con tanto di guide parlanti. Deve essere un’esperienza molto interessante, ma noi siamo abituati a fare tutto in massima libertà con i nostri mezzi, quindi andremo in auto, percorrendo tutta la bumpy road (strada sterrata) da
Orange Walk fino a
Lamanai. Il sito (10,00 $ bze a testa) si estende in mezzo alla foresta tropicale e le varie piazze e costruzioni si raggiungono percorrendo sentieri in mezzo alla giungla. Facciamo anche il primo incontro con le scimmie urlatrici nere e con un tucano. Non riusciamo a trattenerci e dobbiamo salire in cima alla piramide più alta (circa 45 metri): sotto di noi la foresta si perde a vista d’occhio. La salita e la discesa sono piuttosto faticose, i Maya costruivano gradini alti e stretti e piramidi con pareti molto ripide. Durante il viaggio (oltre 40 km di sterrato e buche) attraversiamo alcuni villaggi di
Mennoniti, una comunità di razza bianca, di origine tedesca, molto laboriosa, trapiantata in Belize dagli anni cinquanta e che vivono di agricoltura e allevamento secondo sistemi arcaici e senza mescolarsi con la popolazione del luogo e parlando ancora una lingua a metà tra il tedesco e l’olandese. Non usano l’auto (fatta eccezione per i trattori) ma dei particolari carretti a quattro ruote con tettuccio e trainati da cavalli. Gli uomini vestono scuro con salopette e cappello, mentre le donne portano abiti lunghi fino ai piedi e i capelli raccolti nelle cuffie bianche. I bambini sono vestiti alla stessa maniera degli adulti, naturalmente in scala ridotta, e sembrano delle miniature d’altri tempi. Utilizziamo la seconda parte della giornata per andare alla scoperta della
Rio Bravo Conservation Area, nell’estremo nord ovest del Belize (passiamo proprio a fianco del confine messicano, possiamo quasi toccare la terra dei sombreros), dove secondo le nostre fedeli guide (
Lonely Planet e
Moon) dovrebbe esserci una foresta tropicale favolosa e un gran numero di animali selvaggi. Purtroppo la visita si rivela una mezza fregatura: la strada da percorrere in auto passa si in mezzo alla foresta, ma i suoi lati sono stati sciaguratamente disboscati e adesso potrebbe passarci comodamente un’autostrada, tanto che il nostro percorso si svolge perennemente sotto il sole (e sotto il sole, durante il giorno, gli animali non ci vengono…). Vediamo alcuni cerbiatti, uccelli a go go e un piccolo animale scuro a quattro zampe: i dubbio è legittimo, ma vogliamo credere che si tratti di un
giaguarundy, il più piccolo di cinque grandi gatti e popolano il Belize (oltre al
Giaguaro,
Puma,
Ocelot e
Margay). In un momento di sconforto proviamo anche a gettare dei wurstel in una palude, sperando nell’affioramento dei coccodrilli…. Ma ci va buca. Una piccola nota di colore: in Belize i segnali stradali sono scarsissimi se non addirittura inesistenti. Sulle strade secondarie (= sterrati) mancano del tutto e ci si affida alle mappe o al proprio senso dell’orientamento. Nemmeno quando si arriva nei paesini ci sono le indicazioni di località e quindi bisogna avere l’occhio acuto per scorgere qualche scritta “amica” sulla chiesa o sull’acquedotto o sulla porta di qualche bar.
20/01/2009 ORANGE WALK - COROZAL - BELIZE CITY
Si molla il
St.Christopher e si punta a nord. Anche stamattina la sveglia non fa in tempo a suonare perché alle 6,00 siamo già perfettamente coscienti, quindi carichiamo le nostre cose in macchina e ci dirigiamo verso
Corozal, la città più a nord, vicina al confine con il Mexico. Purtroppo il tempo non promette niente di buono, coperto e grigio ovunque e quindi non siamo particolarmente brillanti, dal momento che da programma la giornata di domani dovrebbe essere consacrata al tour verso
“la Isla Bonita” (San Pedro). Arriviamo a
Corozal, cittadina sul mare che però stranamente non offre alcun ristorante a base di pesce… boh. La ricerca del riparo per la notte dà ottimi frutti: ci buttiamo sul
Sea Breeze Hotel, direttamente sul mare, dove per una angusta, ma adatta stanza ci chiedono 40,00 usd per due notti: non sarà lussuoso, ma è il posto che fa per noi ed è un’ottima base per le nostre attività dei prossimi giorni. Un salto all’aeroporto per le info sul volo del giorno dopo (stavolta faremo i signori e ci concederemo il lusso di un volo interno..). L’aeroporto di Corozal è poco più di una pista di terra battuta; le operazioni di check in, biglietteria, recupero bagagli, attesa voli e tutto il resto si fanno allegramente tutte in un’unica stanza. Naturalmente di parcheggio custodito non se ne parla nemmeno: se si vuole, ci si può accontentare del prato lì a fianco… Approfittiamo per andare a vedere le rovine
maya di Cerros, a 12 miglia da
Corozal, strada sterrata in mezzo alla foresta. Per la prima volta nella nostra carriera vediamo e proviamo un traghetto a mano: qua invece di costruire un ponte sopra un fiume, c’è una chiatta che viaggia da una sponda all’altra grazie all’unto di gomito di un operaio beliziano che aziona semplicemente una manovella. La chiatta può ospitare al massimo tre auto e chiaramente chi non trova posto deve solo armarsi di pazienza ed aspettare che il traghetto ritorni vuoto. Il servizio è gratuito, una cosa quasi incomprensibile per noi italiani, ma si può comunque lasciare una mancia. La strada per
Cerros è sempre peggio ed arriva ad un punto in cui la foresta prende il sopravvento e si restringe fino a far passare l’auto a fatica tra la vegetazione. Il sito (10,00 bze a testa per l’ingresso) è ben curato ed è famoso per essere l’unico in tutto il Belize ad affacciarsi direttamente sul mare. Per noi però è una mezza delusione: le rovine sono veramente molto “rovinate”, quasi del tutto ricoperte erba e piante, sembrano più dei cumuli di terra che non antiche costruzioni. In compenso la vista sul mare non è male, anche se l’acqua è veramente sporca (diciamo color caffelatte). Intanto i mosquitos ci stanno divorando vivi. Molliamo Cerros e le sue rovine rovinate per andare ancora più a nord, fino a
Consejo, dove vorremmo appoggiare le ossa su un candido manto di sabbia e abbrustolirle al sole per qualche ora. Grande fregatura: niente spiagge mangrovie fino al mare e soprattutto acqua di colore non soddisfacente. Il fatto di non poter appoggiare le chiappe sulla sabbia ha un effetto devastante sulle nostre menti, che in momenti come questo possono arrivare addirittura a commettere atti dissennati e gesti insani. E infatti, come già più volte è successo (la nostra storia di viaggiatori è piena di colpi di scena e colpi di testa con repentini cambi di programma), cambiamo tutte le carte in tavola. Addio nord del Belize, addio spedizione a
San Pedro, addio
Corozal: recuperiamo le valige in hotel (dove fortunatamente non abbiamo ancora pagato nulla), raccontando un paio di storie al proprietario e puntiamo decisamente verso il sud, per non rendere completamente infruttifera la giornata e recuperare tempo prezioso per gli altri giorni. Sono già le 14,00 e ci restano poco più di tre ore di luce per macinare strada e cercare un tetto per la notte. Dopo diversi tentativi andati a vuoto (prezzi troppo alti per i nostri gusti), ormai all’imbrunire arriviamo alla periferia di Belize City, dalla quale vorremmo assolutamente girare alla larga per ovvi motivi di sicurezza (stando alle nostre info, la città pullula di delinquenti comuni), troviamo riparo al Motel Diamond, 2 notti a 150,00 bze (75,00 usd) , camera con un king size, cesso privato, televisione imbullonata). Unico neo: i proprietari sono cinesi, il chè non ci fa impazzire dalla gioia, ma stavolta dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, perché non c’è altro.
E domani è un altro giorno.
21/01/2009 CROOKED TREE - COMMUNITY BABOON SANCTUARY - BELIZE ZOO
Oggi sarà la giornata dedicata alla fauna beliziana e si comincia con il
Crooked Tree, parco paradiso del bird watching ad una quarantina di miglia a nord del motel cinese. Ancora una volta abbiamo completamente stravolto il piano di viaggio.
Crooked Tree (8,00 bze a testa per l’ingresso) è una riserva naturale che si snoda su una gigantesca laguna nel cuore del Belize District ed ha un percorso che si può tranquillamente coprire in auto, ma anche a piedi, naturalmente con maggiore possibilità di vedere da vicino gli uccelli. Optiamo pigramente per la prima soluzione, ma in ogni caso riusciamo a fare degli incontri più che soddisfacenti. Il nostro tour ci spinge fino a Burrel Boom, alla
Community Baboon Sanctuary, terra delle scimmie urlatrici nere. Con 14,00 bze a testa ci assicuriamo anche una guida; in realtà vorremmo andarcene in giro per la foresta da soli, come siamo soliti fare, ma ci rendiamo conto che stavolta rischieremmo di fare un gran buco nell’acqua. La guida ci accompagna attraverso la foresta, ma di scimmie urlatrici neanche l’ombra. Fortunatamente, dopo lunghe ricerche (anche la guida era ormai sull’orlo dello scaglionamento e stava per gettare la spugna) grazie al provvidenziale intervento di un boscaiolo rastafarian, incontriamo un’intera famiglia di scimmie che a poco a poco scendono fino davanti a noi per mangiare. La giornata sarebbe già da bingo così, ma non siamo ancora sazi. Ci spostiamo ancora verso sud, oltre Hattieville, in direzione San Ignacio e a metà strada tra Belize City e Belmopan troviamo il
Belize Zoo. Piccola nota del viaggiatore: a
Hattieville c’è la prigione e il suo gift shop, molto decantato dalle guide (
Lonely Planet in testa) per l’artigianato realizzato dai carcerati con le loro mani. Noi abbiamo fatto una sosta, ma il negozio è piccolissimo e scarno. Diciamo che ci potrebbe essere di meglio. Lo
zoo invece (20,00 bze a testa) è favoloso e ci catapulta direttamente in mezzo alla fauna beliziana. E’ stato costruito nella giungla in modo da ricreare l’ambiente naturale per gli animali, che non sono ospitati in gabbie, ma in ampi recinti (naturalmente con reti di sicurezza) e dispongono di molto spazio. Gli ospiti provengono da altri zoo, oppure sono stati sequestrati ai bracconieri, oppure trovati feriti e quindi curati. Nessuno di loro è stato catturato in natura per essere infilato in questi recinti. E’ certamente lo zoo più bello che abbiamo mai visto. Riusciamo a vedere 4 dei 5 “big five” e cioè
Giaguaro,
Giaguarundi,
Margay e
Ocelot (il puma, pur essendoci, è rimasto nascosto), oltre a coccodrilli, aquile, tapiri, pecari, iguane, tucani, pappagalli ecc. Accanto alle rovine maya, siamo convinti che questo zoo sia uno degli elementi assolutamente imperdibili del Belize, proprio per la sua originalità, che lo rende senz’altro unico nel suo genere. Nota di colore: ci stiamo sbizzarrendo con i chilometri dal momento che la benza costa 4,60 bze al gallone. Un gallone è pari a 3,78 litri e così un litro vale circa 1,21 bze, 60 centesimi di dollaro americano. Praticamente al cambio attuale, fanno circa 45 centesimi di euro al litro. Siamo in paradiso.
22/01/2009 BELIZE CITY - SAN IGNACIO
Sveglia all’alba, siamo completamente devastati dai morsi dei mosquitos (che Iddio li fulmini tutti quanti!) e abbandoniamo il motel cinese. Oggi è una giornata di spostamento (comunque non devastante: il Belize è grande come la Lombardia), ma si preannuncia ricca di appuntamenti. Il muso della macchina è diretto verso le montagne, la parte più interna a ridosso del confine con il Guatemala, per fermarci due giorni a
San Ignacio. Lungo la Western Highway, appena oltre
Belmopan, la capitale, facciamo una sosta al
Guanacaste National Park, che le guide definiscono “molto piccolo, ma un vero gioiello”. Ed hanno ragione in pieno: il parco (10,00 bze a testa) è minuscolo, ma i sentieri in mezzo alla foresta tropicale sono impagabili. Così passiamo un’ora abbondante a girovagare tra le piante tropicali, senza vedere più né il cielo né il sole, fino ad arrivare ad una balaustra che si allunga su un fiume da cartolina. Era dai tempi di Tarzan che non si vedeva uno spettacolo del genere. Riprendiamo la strada e avvicinandoci a
San Ignacio il paesaggio cambia completamente: prati, terreni coltivati, villette. Al nostro arrivo, dopo una breve ricerca sulla mappa, troviamo il
Tropicool Hotel, una modesta struttura in centro che ci offre una minuscola cabana tutta in legno su palafitte nel retro giardino: un queen size (staremo un po’ più stretti, ma il prezzo vale la pena), TV, bagno alla bella somma di 112,00 bze per due notti (circa 14,00 usd a testa a notte…). E dopo questo bingo fantastico siamo pronti per le rovine di
Xunantunich (10,00 bze a testa), a sette miles da
San Ignacio e per la seconda volta nella nostra vita ci affidiamo ad un traghetto a manovella, questa volta sul Mopan River. Il posto è da incorniciare: a parte la location, in mezzo alla foresta tropicale, prati curatissimi e iguane, gli edifici sono veramente sconvolgenti, uno dei siti più belli visti finora. El castillo è di una imponenza impressionante e dall’alto dei suoi oltre 40 metri la veduta è esagerata. Rifacciamo la strada a ritroso, attraversiamo di nuovo il Mopan River, andiamo a fare un salto fino al confine con il Guatemala (tanto per vederlo e poter dire “ci siamo quasi stati”) e poi una sosta al
Tropical Wings Nature Center, altrimenti definito “un farfallificio”. Qui in una struttura costruita su un’intelaiatura di ferro alta diversi metri e totalmente ricoperta da una rete a maglia finissima, tra le piante tropicali si può fare un giro tra le coloratissime farfalle del Belize. Prima di rientrare a San Ignacio c’è il tempo per una sosta al
S.Ignacio Resort, dove ci facciamo un giro guidato tra le iguane del
Green Iguana Exhibit, più che una mostra un vero e proprio centro per l’allevamento e la salvaguardia delle iguane, dal momento che in natura le madri (vere e proprie snaturate) depongono le uova e poi se ne vanno per i fatti loro. Naturalmente le uova restano incustodite e facili vittime di serpenti ed altri predatori. In questo centro vengono raccolte le uova, incubate e i piccoli allevati fino a quando raggiungono dimensioni discrete e rimessi poi in natura. Intanto possiamo prendere in mano le iguane e farcele camminare sulla schiena e sulla testa. Foto da “National Geographic”. Non siamo ancora al capolinea, manca ancora un’ora e mezzo di sole e ne approfittiamo per le rovine di
Cahal Pech, investendo gli ultimi dollari che ci sono rimasti in tasca (10,00 bze a testa). Così andiamo a vedere le mura vecchie di 3000 anni di questo piccolo sito molto meno appariscente di Xunantunich, ma ugualmente suggestivo. Serata a base di hamburger nel ristorante sotto casa che scopriamo essere di proprietà di… un calabrese! Giornata intensa, non c’è che dire.