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16/01/2009 PRE PARTENZA
Sono ormai sei mesi che non ci muoviamo, e già da quattro stiamo lavorando su questa nuova fuga. Roba da malati, malati di viaggio. Come sempre ci spostiamo il giorno precedente il volo, anche per avere l’illusione ottica che il viaggio duri un giorno di più. Si, siamo proprio due malati. Quindi, nel bel mezzo del gelido inverno (fa un freddo cane, nebbia, neve, ghiaccio) saltiamo sul treno a Fidenza alle 17,20 e alle 18,45 siamo a Milano, dove ci attende Max, il nostro taxista di fiducia, che ci traghetta fino al Malpensa House di Cardano al Campo, luogo eletto per posare le ossa la notte prima del grande volo. Quindi pizza a tre al famosissimo “Nel Buco del Mulo” (che ormai abbiamo citato tante di quelle volte che potrebbe anche regalarci una pizza ogni tanto…); seguono i saluti e infine ci ritiriamo per affrontare l’ultima notte italiana.  17/01/2009

PARTENZA

Come sempre il Malpensa House ci fa un servizio impeccabile: oltre al pernottamento in stanza a due letti con bagno, TV e frigorifero, ci trasporta anche all’aeroporto secondo le nostre indicazioni di orario (nel prezzo di 57,50 euro sarebbe compreso anche il prelevamento all’aeroporto, ma questa volta noi siamo arrivati con mezzi nostri). Check in ed eccoci pronti per la traversata transoceanica. Nove ore di volo a bordo di un 767 della American Airlines che parte alle 10,15 italiane e alle 13,15 locali ci sbarca a New York. Con tutto quello che si dice di questa città, nei film, ai telegiornali, sui giornali, ogni giorno sulla bocca di tutti, è innegabile che eserciti su di noi un certo fascino. Dal JFK in lontananza vediamo lo skyline di Manhattan e un pezzo del ponte di Brooklin… che sia un presagio di un futuro viaggio nella “grande mela”? Boh, vedremo. Per adesso dobbiamo passare ben 6 ore nel terminal, tra immigration, riconoscimento bagagli, un po’ di shopping, in attesa del prossimo volo America Airlines per Miami. Lo sbarco a Miami non poteva essere più scenografico: di notte, una distesa di luci a perdita d’occhio. Il tempo di ritirare i bagagli e farci succhiare 25,00 usd dal taxista per arrivare al motel prenotato dall’Italia via internet (La Quinta Inn Airport, camera a 89,00 usd + tax). Il viaggio è cominciato, ma adesso siamo praticamente “tritati”, quindi buonanotte. 

18/01/2009 MIAMI - BELIZE CITY - ORANGE WALK
Conclusa questa breve e fugace parentesi americana (dove l’ipocrisia tocca vertici assoluti: ieri sera siamo usciti dal motel per cercare un paio di bottiglie di acqua e siamo entrati nel primo negozio di “bevande” che abbiamo trovato; non vendevano acqua, ma alcolici e superalcolici a go go, che devono essere obbligatoriamente imbustati nei sacchetti di carta per non incorrere nel reato di “consumo di alcolici in strada”, essendo vietato circolare con una bottiglia in mano….). Il volo American Airlines da Miami a Belize City dura un paio di ore e alle 12,00 sbarchiamo all’aeroporto principale del paese, che, pur avendo due terminal, è poco più di un garage. All’uscita ci aspetta la signora Buy Belize (che noi battezzeremo amichevolmente “la Mafalda”) dalla quale, via internet al prezzo di 962,00 usd per 16 giorni comprensivi di assicurazione, abbiamo preso a noleggio il mezzo che ci accompagnerà nella nostra scorribanda. Piccola nota valutaria: la moneta ufficiale del Belize è il Belize Dollar; per comodità, due Belize Dollars corrispondono a un American Dollar. Arrivati nella malfamatissima Belize City, la Mafalda ci accoglie nel suo ufficio, che potremmo definire “arredato con gusto minimalista”; in realtà è un vero rudere posto in mezzo ad un cortile tipo sfasciacarrozze, dove dovremmo incontrare l’auto che ci accompagnerà nelle nostre scorribande. Da un noleggiatore così naif cosa potevamo aspettarci? L’auto è un Toyota Four Runners (al prezzo di 962,00 usd per 16 giorni, tutto compreso) rossa fiammante, già abbondantemente sporca, graffiata e incidentata: meglio così, vorrà dire che se dovessimo aggiungere qualche botta nostra, si mimetizzerà con le altre e non ci faranno due palle così. Purtroppo non funziona il lunotto posteriore (non si apre), ci propongono un altro mezzo e così dobbiamo sbarcare i bagagli e trasferirli sulla nuova auto. Siamo pronti per partire quando ci rendiamo conto che non si inserisce il 4x4, evidente difetto dell’auto. Lo segnaliamo subito e prontamente ci danno una terza auto, trasbordando le valigie ancora una volta. La fortuna non ci assiste: le cinture sono entrambe bloccate e, se vogliamo essere pignoli, le gomme sono piuttosto lisce. Ormai abbiamo esaurito le auto del nostro “concessionario” e se vogliamo partire ci tocca accontentarci della prima auto che ci avevano consegnato. Esausti, anche se non è un 4x4 come avevamo richiesto, siamo finalmente pronti per il nostro tour sulle strade beliziane, prendiamo le chiavi e partiamo. Vaffambagno Mafalda. Si punta a nord utilizzando la vecchia Northern Highway, asfaltata solo per un breve tratto e sterrata per tutto il resto del tragitto. Sosta alla prima delle numerose rovine maya che ci beccheremo durante il nostro tour, Altun Ha, 10,00 bze a testa per l’ingresso. Il sito è deserto (probabilmente in questa stagione il turismo è dormiente) ed è di forte impatto, con una grande piazza circondata da costruzioni a piramide dalle quali la vista esagerata. Riprendiamo lo sterrato e arriviamo a Orange Walk, tranquillo paese dove pernotteremo un paio di notti. La guida che abbiamo elaborato nei mesi scorsi ci segnala il Lucie Guest House, un posto a prezzi stracciati che farebbe proprio al caso nostro se solo riuscissimo a trovarlo. Ci buttiamo quindi sul St.Christopher Hotel, camera con due queen, ventilatore a pale (l’aria condizionata sarebbe davvero superflua, il clima è ottimo e per niente umido), TV, bagno privato, parcheggio interno a 71,00 $ Belize (=35,00 usd) a notte. E’ domenica e da queste parti le feste vengono santificate nel vero senso della parola: è praticamente impossibile trovare un negozio aperto e per fortuna ci viene in soccorso il ristorantino La Hacienda con due piatti di rice beans & chicken a 30,00 bze in due. Torneremo anche domani sera. E dopo questa cena, il crollo totale! Presto, a letto d’urgenza. 

19/01/2009 LAMANAI - RIO BRAVO CONSERVATION AREA
Chiaramente essendo andati a letto alle 21,00, ancora svarionati e schiaffeggiati dal fuso orario (- 7 ore rispetto all’Italia) non potevamo spagliarci tardi. E infatti alle 6,00 l’orologio biologico suona la sveglia, tanto vale prendere di petto la giornata e metterci subito in strada, dato che da queste parti alle 17,30 il sole cala e alle 18,00 già buio pesto. Meta di oggi è Lamanai, sito archeologico piazzato in mezzo alla foresta tropicale sulle rive del New River, dove si può arrivare in barca via fiume (l’imbarco sarebbe proprio dietro il nostro hotel) con una gita organizzata e con tanto di guide parlanti. Deve essere un’esperienza molto interessante, ma noi siamo abituati a fare tutto in massima libertà con i nostri mezzi, quindi andremo in auto, percorrendo tutta la bumpy road (strada sterrata) da Orange Walk fino a Lamanai. Il sito (10,00 $ bze a testa) si estende in mezzo alla foresta tropicale e le varie piazze e costruzioni si raggiungono percorrendo sentieri in mezzo alla giungla. Facciamo anche il primo incontro con le scimmie urlatrici nere e con un tucano. Non riusciamo a trattenerci e dobbiamo salire in cima alla piramide più alta (circa 45 metri): sotto di noi la foresta si perde a vista d’occhio. La salita e la discesa sono piuttosto faticose, i Maya costruivano gradini alti e stretti e piramidi con pareti molto ripide. Durante il viaggio (oltre 40 km di sterrato e buche) attraversiamo alcuni villaggi di Mennoniti, una comunità di razza bianca, di origine tedesca, molto laboriosa, trapiantata in Belize dagli anni cinquanta e che vivono di agricoltura e allevamento secondo sistemi arcaici e senza mescolarsi con la popolazione del luogo e parlando ancora una lingua a metà tra il tedesco e l’olandese. Non usano l’auto (fatta eccezione per i trattori) ma dei particolari carretti a quattro ruote con tettuccio e trainati da cavalli.  Gli uomini vestono scuro con salopette e cappello, mentre le donne portano abiti lunghi fino ai piedi e i capelli raccolti nelle cuffie bianche. I bambini sono vestiti alla stessa maniera degli adulti, naturalmente in scala ridotta, e sembrano delle miniature d’altri tempi. Utilizziamo la seconda parte della giornata per andare alla scoperta della Rio Bravo Conservation Area, nell’estremo nord ovest del Belize (passiamo proprio a fianco del confine messicano, possiamo quasi toccare la terra dei sombreros), dove secondo le nostre fedeli guide (Lonely Planet e Moon) dovrebbe esserci una foresta tropicale favolosa e un gran numero di animali selvaggi. Purtroppo la visita si rivela una mezza fregatura: la strada da percorrere in auto passa si in mezzo alla foresta, ma i suoi lati sono stati sciaguratamente disboscati e adesso potrebbe passarci comodamente un’autostrada, tanto che il nostro percorso si svolge perennemente sotto il sole (e sotto il sole, durante il giorno, gli animali non ci vengono…). Vediamo alcuni cerbiatti, uccelli a go go e un piccolo animale scuro a quattro zampe: i dubbio è legittimo, ma vogliamo credere che si tratti di un giaguarundy, il più piccolo di cinque grandi gatti e popolano il Belize (oltre al Giaguaro, Puma, Ocelot e Margay). In un momento di sconforto proviamo anche a gettare dei wurstel in una palude, sperando nell’affioramento dei coccodrilli…. Ma ci va buca. Una piccola nota di colore: in Belize i segnali stradali sono scarsissimi se non addirittura inesistenti. Sulle strade secondarie (= sterrati) mancano del tutto e ci si affida alle mappe o al proprio senso dell’orientamento. Nemmeno quando si arriva nei paesini ci sono le indicazioni di località e quindi bisogna avere l’occhio acuto per scorgere qualche scritta “amica” sulla chiesa o sull’acquedotto o sulla porta di qualche bar. 

20/01/2009 ORANGE WALK - COROZAL - BELIZE CITY
Si molla il St.Christopher e si punta a nord. Anche stamattina la sveglia non fa in tempo a suonare perché alle 6,00 siamo già perfettamente coscienti, quindi carichiamo le nostre cose in macchina e ci dirigiamo verso Corozal, la città più a nord, vicina al confine con il Mexico. Purtroppo il tempo non promette niente di buono, coperto e grigio ovunque e quindi non siamo particolarmente brillanti, dal momento che da programma la giornata di domani dovrebbe essere consacrata al tour verso “la Isla Bonita” (San Pedro). Arriviamo a Corozal, cittadina sul mare che però stranamente non offre alcun ristorante a base di pesce… boh. La ricerca del riparo per la notte dà ottimi frutti: ci buttiamo sul Sea Breeze Hotel, direttamente sul mare, dove per una angusta, ma adatta stanza ci chiedono 40,00 usd per due notti: non sarà lussuoso, ma è il posto che fa per noi ed è un’ottima base per le nostre attività dei prossimi giorni. Un salto all’aeroporto per le info sul volo del giorno dopo (stavolta faremo i signori e ci concederemo il lusso di un volo interno..). L’aeroporto di Corozal è poco più di una pista di terra battuta; le operazioni di check in, biglietteria, recupero bagagli, attesa voli e tutto il resto si fanno allegramente tutte in un’unica stanza. Naturalmente di parcheggio custodito non se ne parla nemmeno: se si vuole, ci si può accontentare del prato lì a fianco… Approfittiamo per andare a vedere le rovine maya di Cerros, a 12 miglia da Corozal, strada sterrata in mezzo alla foresta. Per la prima volta nella nostra carriera vediamo e proviamo un traghetto a mano: qua invece di costruire un ponte sopra un fiume, c’è una chiatta che viaggia da una sponda all’altra grazie all’unto di gomito di un operaio beliziano che aziona semplicemente una manovella. La chiatta può ospitare al massimo tre auto e chiaramente chi non trova posto deve solo armarsi di pazienza ed aspettare che il traghetto ritorni vuoto. Il servizio è gratuito, una cosa quasi incomprensibile per noi italiani, ma si può comunque lasciare una mancia. La strada per Cerros è sempre peggio ed arriva ad un punto in cui la foresta prende il sopravvento e si restringe fino a far passare l’auto a fatica tra la vegetazione. Il sito (10,00 bze a testa per l’ingresso) è ben curato ed è famoso per essere l’unico in tutto il Belize ad affacciarsi direttamente sul mare. Per noi però è una mezza delusione: le rovine sono veramente molto “rovinate”, quasi del tutto ricoperte erba e piante, sembrano più dei cumuli di terra che non antiche costruzioni. In compenso la vista sul mare non è male, anche se l’acqua è veramente sporca (diciamo color caffelatte). Intanto i mosquitos ci stanno divorando vivi. Molliamo Cerros e le sue rovine rovinate per andare ancora più a nord, fino a Consejo, dove vorremmo appoggiare le ossa su un candido manto di sabbia e abbrustolirle al sole per qualche ora. Grande fregatura: niente spiagge mangrovie fino al mare e soprattutto acqua di colore non soddisfacente. Il fatto  di non poter appoggiare le chiappe sulla sabbia ha un effetto devastante sulle nostre menti, che in momenti come questo possono arrivare addirittura a commettere atti dissennati e gesti insani. E infatti, come già più volte è successo (la nostra storia di viaggiatori è piena di colpi di scena e colpi di testa con repentini cambi di programma), cambiamo tutte le carte in tavola. Addio nord del Belize, addio spedizione a San Pedro, addio Corozal: recuperiamo le valige in hotel (dove fortunatamente non abbiamo ancora pagato nulla), raccontando un paio di storie al proprietario e puntiamo decisamente verso il sud, per non rendere completamente infruttifera la giornata e recuperare tempo prezioso per gli altri giorni. Sono già le 14,00 e ci restano poco più di tre ore di luce per macinare strada e cercare un tetto per la notte. Dopo diversi tentativi andati a vuoto (prezzi troppo alti per i nostri gusti), ormai all’imbrunire arriviamo alla periferia di Belize City, dalla quale vorremmo assolutamente girare alla larga per ovvi motivi di sicurezza (stando alle nostre info, la città pullula di delinquenti comuni), troviamo riparo al Motel Diamond, 2 notti a 150,00 bze (75,00 usd) , camera con un king size, cesso privato, televisione imbullonata). Unico neo: i proprietari sono cinesi, il chè non ci fa impazzire dalla gioia, ma stavolta dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, perché non c’è altro.
E domani è un altro giorno. 

21/01/2009 CROOKED TREE - COMMUNITY BABOON SANCTUARY - BELIZE ZOO
Oggi sarà la giornata dedicata alla fauna beliziana e si comincia con il Crooked Tree, parco paradiso del bird watching ad una quarantina di miglia a nord del motel cinese. Ancora una volta abbiamo completamente stravolto  il piano di viaggio. Crooked Tree (8,00 bze a testa per l’ingresso) è una riserva naturale che si snoda su una gigantesca laguna nel cuore del Belize District ed ha un percorso che si può tranquillamente coprire in auto, ma anche a piedi, naturalmente con maggiore possibilità di vedere da vicino gli uccelli. Optiamo pigramente per la prima soluzione, ma in ogni caso riusciamo a fare degli incontri più che soddisfacenti. Il nostro tour ci spinge fino a Burrel Boom, alla Community Baboon Sanctuary, terra delle scimmie urlatrici nere. Con 14,00 bze a testa ci assicuriamo anche una guida; in realtà vorremmo andarcene in giro per la foresta da soli, come siamo soliti fare, ma ci rendiamo conto che stavolta rischieremmo di fare un gran buco nell’acqua. La guida ci accompagna attraverso la foresta, ma di scimmie urlatrici neanche l’ombra. Fortunatamente, dopo lunghe ricerche (anche la guida era ormai sull’orlo dello scaglionamento e stava per gettare la spugna) grazie al provvidenziale intervento di un boscaiolo rastafarian, incontriamo un’intera famiglia di scimmie che a poco a poco scendono fino davanti a noi per mangiare. La giornata sarebbe già da bingo così, ma non siamo ancora sazi. Ci spostiamo ancora verso sud, oltre Hattieville, in direzione San Ignacio e a metà strada tra Belize City e Belmopan troviamo il Belize Zoo. Piccola nota del viaggiatore: a Hattieville c’è la prigione e il suo gift shop, molto decantato dalle guide (Lonely Planet in testa) per l’artigianato realizzato dai carcerati con le loro mani. Noi abbiamo fatto una sosta, ma il negozio è piccolissimo e scarno. Diciamo che ci potrebbe essere di meglio. Lo zoo invece (20,00 bze a testa) è favoloso e ci catapulta direttamente in mezzo alla fauna beliziana. E’ stato costruito nella giungla in modo da ricreare l’ambiente naturale per gli animali, che non sono ospitati in gabbie, ma in ampi recinti (naturalmente con reti di sicurezza) e dispongono di molto spazio. Gli ospiti provengono da altri zoo, oppure sono stati sequestrati ai bracconieri, oppure trovati feriti e quindi curati. Nessuno di loro è stato catturato in natura per essere infilato in questi recinti. E’ certamente lo zoo più bello che abbiamo mai visto. Riusciamo a vedere 4 dei 5 “big five” e cioè Giaguaro, Giaguarundi, Margay e Ocelot (il puma, pur essendoci, è rimasto nascosto), oltre a coccodrilli, aquile, tapiri, pecari, iguane, tucani, pappagalli ecc. Accanto alle rovine maya, siamo convinti che questo zoo sia uno degli elementi assolutamente imperdibili del Belize, proprio per la sua originalità, che lo rende senz’altro unico nel suo genere. Nota di colore: ci stiamo sbizzarrendo con i chilometri dal momento che la benza costa 4,60 bze al gallone. Un gallone è pari a 3,78 litri e così un litro vale circa 1,21 bze, 60 centesimi di dollaro americano. Praticamente al cambio attuale, fanno circa 45 centesimi di euro al litro. Siamo in paradiso. 

22/01/2009 BELIZE CITY - SAN IGNACIO
Sveglia all’alba, siamo completamente devastati dai morsi dei mosquitos (che Iddio li fulmini tutti quanti!) e abbandoniamo il motel cinese. Oggi è una giornata di spostamento (comunque non devastante: il Belize è grande come la Lombardia), ma si preannuncia ricca di appuntamenti. Il muso della macchina è diretto verso le montagne, la parte più interna a ridosso del confine con il Guatemala, per fermarci due giorni a San Ignacio. Lungo la Western Highway, appena oltre Belmopan, la capitale, facciamo una sosta al Guanacaste National Park, che le guide definiscono “molto piccolo, ma un vero gioiello”. Ed hanno ragione in pieno: il parco (10,00 bze a testa) è minuscolo, ma i sentieri in mezzo alla foresta tropicale sono impagabili. Così passiamo un’ora abbondante a girovagare  tra le piante tropicali, senza vedere più né il cielo né il sole, fino ad arrivare ad una balaustra che si allunga su un fiume da cartolina. Era dai tempi di Tarzan che non si vedeva uno spettacolo del genere. Riprendiamo la strada e avvicinandoci a San Ignacio il paesaggio cambia completamente: prati, terreni coltivati, villette. Al nostro arrivo, dopo una breve ricerca sulla mappa, troviamo il Tropicool Hotel, una modesta struttura in centro che ci offre una minuscola cabana tutta in legno su palafitte nel retro giardino: un queen size (staremo un po’ più stretti, ma il prezzo vale la pena), TV, bagno alla bella somma di 112,00 bze per due notti (circa 14,00 usd a testa a notte…). E dopo questo bingo fantastico siamo pronti per le rovine di Xunantunich (10,00 bze a testa), a sette miles da San Ignacio e per la seconda volta nella nostra vita ci affidiamo ad un traghetto a manovella, questa volta sul Mopan River. Il posto è da incorniciare: a parte la location, in mezzo alla foresta tropicale, prati curatissimi e iguane, gli edifici sono veramente sconvolgenti, uno dei siti più belli visti finora. El castillo è di una imponenza impressionante e dall’alto dei suoi oltre 40 metri la veduta è esagerata. Rifacciamo la strada a ritroso, attraversiamo di nuovo il Mopan River, andiamo a fare un salto fino al confine con il Guatemala (tanto per vederlo e poter dire “ci siamo quasi stati”) e poi una sosta al Tropical Wings Nature Center, altrimenti definito “un farfallificio”. Qui in una struttura costruita su un’intelaiatura di ferro alta diversi metri e totalmente ricoperta da una rete a maglia finissima, tra le piante tropicali si può fare un giro tra le coloratissime farfalle del Belize. Prima di rientrare a San Ignacio c’è il tempo per una sosta al S.Ignacio Resort, dove ci facciamo un giro guidato tra le iguane del Green Iguana Exhibit, più che una mostra un vero e proprio centro per l’allevamento e la salvaguardia delle iguane, dal momento che in natura le madri (vere e proprie snaturate) depongono le uova e poi se ne vanno per i fatti loro. Naturalmente le uova restano incustodite e facili vittime di serpenti ed altri predatori. In questo centro vengono raccolte le uova, incubate e i piccoli allevati fino a quando raggiungono dimensioni discrete e rimessi poi in natura. Intanto possiamo prendere in mano le iguane e farcele camminare sulla schiena e sulla testa. Foto da “National Geographic”. Non siamo ancora al capolinea, manca ancora un’ora e mezzo di sole e ne approfittiamo per le rovine di Cahal Pech, investendo gli ultimi dollari che ci sono rimasti in tasca (10,00 bze a testa). Così andiamo a vedere le mura vecchie di 3000 anni di questo piccolo sito molto meno appariscente di Xunantunich, ma ugualmente suggestivo. Serata a base di hamburger nel ristorante sotto casa che scopriamo essere di proprietà di… un calabrese! Giornata intensa, non c’è che dire. 

 

23/01/2009 CRISTO REY ROAD
Sveglia nella nostra reggia di 4 metri x 4 (bagno compreso nella metratura). Ad essere sinceri non si tratta di sveglia, ma di semplice alzata di chiappe dal letto, dato che la notte è stata tutt’altro che riposante (gran casino di motori e bevitori nella via adiacente, cani disturbatori, galli canterini ecc.) e tra l’altro non faceva neanche troppo caldo. Oggi sarà il giorno delle cascate, ce ne sono almeno quattro nel raggio di venti miglia. Purtroppo il tempo non promette niente di buono: il cielo è completamente coperto senza spiragli. Speriamo bene. Inforchiamo la Cristo Rey Road a sud di San Ignacio, strada non sempre pavimentata che si snoda tra le montagne, passando attraverso piccoli paesi, con panorami molto suggestivi. Il paesaggio è molto bello, ma il tempo infame non ce lo lascia gustare fino in fondo: una cappa grigio piombo sempre più scura ci sovrasta. Ci incamminiamo sulla strada per Caracol, tutta sterrata, passando di fianco ad un resort di proprietà di Francis Ford Coppola, e finalmente arriviamo a Rio On Pools, dove il fiume Rio On compie una serie di salti formando rapide, cascate e piscine naturali tra le rocce in cui, se il tempo fosse clemente, si potrebbe anche fare il bagno. Ci sarebbero altre tre cascate in questa zona (Thousand Foot Falls, Big Rock Falls e Five Sisters Falls), una più bella dell’altra, ma tutte raggiungibili solo con strade sterrate e dato che si mette a piovere seriamente….  per evitare di rimanere impantanati in mezzo alle montagne del Belize…. addio sogni di gloria! Sulla strada del ritorno merita una sosta il Green Hills Butterfly farm, un farfallificio che meriterebbe di essere visto con il sole, per vedere qualche centinaio di farfalle svolazzare sulle nostre teste, per la gioia delle nostre macchine fotografiche. Ringraziamo quelle sette/otto farfalle che comunque, avendo avuto pietà di noi, hanno fatto qualche svolazzata nonostante la pioggia. Visto il clima ostile, anche se siamo solo a metà pomeriggio, optiamo per il rientro anticipato ed abbiamo la brillante idea di  completare l’anello della Cristo Rey Road: è la peggiore idea degli ultimi trent’anni, il tratto è completamente sterrato e pieno di sassi, sembra di viaggiare sul letto di un fiume in secca. Ne usciamo devastati, anche se la macchina, messa a durissima prova, ha miracolosamente tenuto; da evitare assolutamente. Non fatelo mai. Ormai piove a dirotto. Non ci resta che buttarci in un internet point dove consultiamo il servizio meteo e le previsioni per i prossimi giorni fanno schifo. Siamo incazzati neri. Pioggia a catinelle per tutto il resto del giorno e della notte. Tra l’altro fa anche un freddo cane e naturalmente noi non siamo attrezzati per le basse temperature (in fin dei conti siamo ai caraibi e il nostro guardaroba è fatto di costumi da bagno, ciabatte e magliette…). Neanche il piccolo hotel è attrezzato in questo senso, alla nostra richiesta di un altro panno ci rispondono che hanno una sola coperta per ogni letto…. In compenso di spifferi ce ne sono tanti. 

24/01/2009 SAN IGNACIO - DANGRIGA - HOPKINS - PUNTA GORDA
Come volevasi dimostrare, piove anche stamattina, carichiamo la macchina, lasciamo San Ignacio e puntiamo verso Dangriga, sulla costa del Caribe. Percorriamo quindi la Western Highway fino a Belmopan per poi deviare sulla Hummingbird Highway, una strada spettacolare che raggiunge il mare dopo essersi snodata tra le montagne ricoperte di vegetazione tropicale, gli aranceti e i bananeti. Passare di qui con il bel tempo deve essere senz’altro uno spettacolo. Avremmo voluto dedicare più tempo al Blue Hole National Park, ma ricomincia a piovere e dobbiamo risalire in macchina. Siamo riusciti per qualche minuto a vedere la sua attrattiva principale, un cenote di acqua limpidissima color turchese adagiato in una voragine in mezzo alla foresta tropicale. Un posto da film. Il tempo schifoso ci accompagna con frequenti acquazzoni per tutto il nostro viaggio di oggi. Non potendo fare altro, pensiamo di stravolgere nuovamente i piani di volo e di dirigerci verso il profondo sud, a Punta Gorda, per renderci conto subito se vale la pena di trascorrerci un paio di giorni oppure sia meglio dedicare più tempo alla zona di Placencia (tutti dicono che sia bellissima) in programma per la prossima settimana. Facciamo uno stop a Dangriga, città Garifuna (neri & tamburi), dove il mare non è particolarmente attraente, ma del colore del caffelatte. E qui cominciamo a raccogliere i frutti dello stravolgimento del nostro programma di viaggio: secondo i piani, avremmo pernottato qui due notti, ma non avendone una gran bella impressione (avremmo trovato anche un discreto posto sul mare, ma la città non ha un grande fascino e non sembra nemmeno particolarmente sicura), decidiamo di impiegare il nostro tempo residuo alla ricerca di altri posti. Quindi un salto ad Hopkins, piccolo paese sulla costa, con una discreta spiaggia con alberi di cocco, dove il mare non è favoloso, ma è senz’altro meno indecente che a Dangriga. Superato il Cockscomb Basin, dove torneremo nei prossimi giorni, viriamo decisamente verso sud, sempre in compagnia di questo mezzo uragano. Ciliegina sulla torta: un tratto di circa otto miglia di “autostrada” è completamente non pavimentata, anzi di terra battuta e con l’acqua che cade a catinelle non si gode per niente. Non ci voleva proprio, cominciamo a maledire tutto e tutti: non veniamo molto spesso da questa parte del mondo e dopo avere preparato questo viaggio con mesi di lavoro e ricerche, non ci meriteremmo un trattamento di questo genere da parte delle forze della natura. Dopotutto abbiamo scelto di visitare questi posti durante la stagione “secca” proprio per avere il clima dalla nostra parte e invece… Ma ormai non possiamo più tornare indietro, ci vorrebbe troppo tempo e tra poche ore sarà buio, dobbiamo assolutamente trovare un riparo per la notte. Arrivati a Punta Gorda, l’ultima città del Belize prima di Guatemala e Honduras, completamente scoglionati, alloggiamo al St.Charles Inn (il proprietario, un nero ultrasessantenne, gestisce contemporaneamente la ferramenta al piano terreno e l’hotel al primo piano e dello stesso stabile), dove una camera con due letti, TV, cesso e pavimenti lucidissimi a 50,00 bze. Imprecando come infedeli, rimettiamo per l’ennesima volta mano al nostro piano di viaggio e dato che Punta Gorda non offre granchè (volevamo andare sulle isole, le Snake Cayes, ma col tempo schifoso che ci ritroviamo, sarebbe un vero spreco), trascorreremo qui una notte sola, anziché le due previste. La devastazione dei mosquitos prosegue e siamo costretti a rivolgerci ad uno stregone sulla strada e comprare delle pozioni miracolose per lenire i pruriti. Per fortuna cominciano a funzionare. Ci consoliamo con una cena da “Grace” a base di pesce, riso e patate. Strano posto il Belize: qua davanti c’è un sacco di mare (il Caribe, poi!), ma i beliziani non vanno a pescare perché è troppo faticoso, meglio mangiare il pollo. I ristoranti di pesce sono rari come le mosche bianche. 

25/01/2009 PUNTA GORDA - PLACENCIA
Il cielo non è dei migliori, ma almeno ha smesso di piovere. Carichiamo i bagagli in macchina per dare l’addio al Toledo District senza avere visto quello che volevamo. Peccato, dicono che “la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”. Mentre lasciamo Punta Gorda notiamo delle chiazze di cielo sereno, che si fanno via via sempre più ampie e dopo un po’ gridiamo al miracolo: è quasi tutto sereno e almeno non resteremo impantanati sulla meravigliosa autostrada di terra. Il bel tempo dà nutrimento alle nostre menti e ci frulla in testa il desiderio di recuperare un po’ del tempo perduto ed andare a vedere alcune delle rovine maya che erano nei nostri programmi originari. Tentiamo di mettere una pezza alle mancanze e andiamo a Lubaantun, a poco più di dieci miglia da Punta Gorda di strada sterrata in mezzo ai villaggi dei maya, che vivono ancora nelle capanne di legno dal tetto di paglia con le immancabili distese di bucato all’esterno. Dopo avere visto la grandiosità dei siti dei giorni scorsi, possiamo dire che Lubaantun, pur essendo interessante, è molto meno indimenticabile; tuttavia la nostra bandierina dovevamo piantarla. Una particolarità: dai resti degli edifici si vede chiaramente che i muri erano fatti di mattoni incastrati uno con l’altro e quindi fissati senza malta. Poco distante c’è il piccolo centro di San Antonio, un altro paesino maya molto famoso per le piantagioni di cacao. Noi non abbiamo mai visto dal vivo una pianta di cacao in vita nostra e così scatta il momento culturale della giornata: esprimiamo il nostro desiderio ad un gentile signore maya che, un po’ per gentilezza e un po’ per compassione, ci presta il suo piccolo figlio di dieci anni che ci fa da guida fino al suo orto, dove sventola orgogliosamente una pianta di cacao con alcuni frutti. La piccola guida, che ci fissa con sguardo di compatimento mentre fotografiamo la sua pianta di cacao, si merita una mancia. Sicuramente si starà chiedendo da dove cavolo vengono sti due coglioni che non hanno mai visto una pianta di cacao… Dopo tanta cultura, ricercata con caparbietà in tutti questi giorni (dai siti maya fino alle piante di cacao) è giunta l’ora del dolce far nulla: puntiamo quindi con sicurezza verso nord, ripercorrendo tutta la Southern Highway fino al bivio per Placencia: ventiquattro miglia di strada sterrata ci separano dal mare. Placencia si trova sull’estremità sud della penisola omonima, una lingua di terra a tratti talmente stretta che in alcuni momenti si viaggia con il mare sia a destra che a sinistra. Sul versante rivolto alla terraferma c’è una laguna con le mangrovie, verso il mare aperto è il regno delle mitiche spiagge bianche con le palme. Questa zona è particolarmente frequentata da turisti americani, che stanno costruendo orribili ecomostri, incuranti di ogni norma architettonica, ma anche del comune buon gusto e tra qualche anno avranno portato a termine lo scempio della penisola. A Placencia, dove si arriva dopo avere attraversato un villaggio maya, un villaggio garifuna, e infine l’aeroporto; la pista (larga non più di tre metri) si trova proprio sopra la strada principale, che viene naturalmente chiusa al traffico quando ci sono aerei in decollo o in atterraggio. Una volta arrivati, facciamo un rapido giro e approdiamo al Sea Spray Hotel, una semplice ma bella struttura in legno direttamente sulla spiaggia (la nostra stanza è a piano terra: se apriamo la porta, dopo due passi siamo sulla sabbia e dopo altri dieci siamo in riva al mare!) dove per una stanza con due letti queen, frigo e bagno privato paghiamo 92,00 bze a notte (45,00 usd). E’ il posto più caro in assoluto dove abbiamo soggiornato qui in Belize (ammesso che il prezzo di 17,00 euro a testa per notte possa essere definito “caro”…).

26/01/2009 PLACENCIA
Dopo avere setacciato il Belize in lungo e in largo, in seguito ad un attento esame delle sue coste possiamo dire che gli unici due posti (senza considerare le isole) dove la spiaggia e il mare sono decenti, sono Hopkins e Placencia. E così dopo tanto peregrinare per siti archeologici e foreste tropicali, concederemo ben quattro giorni di meritato riposo al nostro automezzo (che dormirà in una radura di fronte alla stazione di polizia), mentre noi ci consentiremo altrettanti giorni di svacco totale sulla spiaggia, complice la nostra attuale abitazione a non più di dieci metri dalle onde del mare. Non è nostra abitudine fermarci così a lungo nello stesso posto e sospendere ogni tipo di attività per così tanto tempo, ma stavolta faremo volentieri uno strappo alla regola per beccare un po’ di sano colorito. Alle 8,00 siamo già lunghi e distesi a rosolarci al sole: ce lo eravamo quasi dimenticato. Il tempo è splendido e la “cura” del riposo sotto i raggi solari continua ininterrottamente fino a mezzogiorno quando il cielo, purtroppo, si ricopre di una coltre grigio piombo, il colore della sfiga. L’andazzo non promette niente di buono, non uno spiraglio, non un timido raggio di sole: la nostra tanto desiderata giornata di bronzo finisce qui. Prendiamo d’assalto un internet point per farcela passare e consultiamo diversi siti meteo, che però dicono tutti la stessa cosa: tempo di merda per i prossimi 4-5 giorni. Siamo sbalorditi, storditi, stupefatti: considerato che la nostra vacanza durerà ancora per una settimana, 4-5 giorni di brutto tempo rappresentano un vero incubo, praticamente la fine di ogni smania di conquista. Imprecazioni & maledizioni si levano con la violenza di un selvaggio canto tribale. Poi, riacquistata parzialmente la lucidità, cominciamo a fare i conti con la realtà: non possiamo stare qui al mare senza sole, sarebbe una presa per il culo e comunque sarebbe improponibile visitare foreste e siti maya sotto la pioggia. Le alternative sono due: scappare verso un posto soleggiato (non troppo lontano, visto che abbiamo comunque un volo di ritorno con partenza da Belize City) oppure addirittura anticipare il rientro a casa (Italy) per evitare di mangiarci inutilmente giorni di ferie sotto la pioggia. Ipotesi n. 1: non lontano c’è il Messico e le spiagge di Cancun, se là il tempo fosse clemente, sarebbe una valida alternativa. Un’occhiata al meteo ci fa deporre ogni speranza, visto che anche là il tempo fa schifo. Non ci resta che l’ipotesi n. 2: fare i bagagli, presentarci in aeroporto e cercare di anticipare il rientro, magari sostando un paio di giorni a Miami, almeno per non fare andare tutto in vacca. Tutto si deciderà domani mattina: se il tempo dovesse fare schifo ce ne andremo, altrimenti vedremo e pondereremo. Intanto, con l’allegria di due beccamorti, per essere pronti ad ogni evenienza, prepariamo i bagagli, poi cena al De-Tatch Café, ristorante sulla spiaggia davanti a casa nostra. 

27/01/2009 PLACENCIA
Sveglia alle 6,00, ecco il giorno del giudizio. Il cielo non è bello, la voglia di andarcene è scarsa, anzi inesistente. Eccoci qua, come due pirla su una spiaggia dei caraibi a scrutare l’orizzonte per vedere se i sole c’è, ci sarà, ci fa o ci è. Le valigie sono pronte, la rassegnazione sta per prendere il sopravvento, ma magicamente si apre una chiazza di sereno ed esce il sole. Non siamo completamente convinti, ma la voglia di mollare è così scarsa che decidiamo di concedere al sole una “fiducia a tempo”. Vedremo cosa succederà nelle prossime ore, per adesso ci godiamo qualche raggio e dato che alle dieci il sole è ancora lì, crediamo opportuno usarne finchè ce ne sarà e così paghiamo per un’altra giornata. Alla fine, tra una storia e l’altra il sereno resta fino alle 12,00; noi siamo distesi sulla sabbia dalle 7,00, tra un bagno e una toronja (=pompelmo, ma molto più buono di quelli che abbiamo in Italia; in compenso le arance non sono granchè), fino a quando le nuvole prendono definitivamente il sopravvento e buonanotte. Non ci resta che trovare qualche espediente per passare il resto della giornata, sempre se non vogliamo chiuderci in clausura nella nostra lussuosa & spaziosa camera. Quindi un salto all’internet point (dove prenotiamo via mail un paio di notti all’economicissimo Rainbow Hotel a Caye Caulker, isola sulla barriera corallina dove andremo tra alcuni giorni) e un giro shopping nelle palapas di souvenir. Ormai viviamo alla giornata in balìa totale del meteo; mai più ci saremmo aspettati di venire fino ai caraibi e trovare un tempo tanto incerto durante la stagione secca. Il paesino di Placencia è un misto di piccoli hotel per turisti, gift shops, baracche dei locali e supermercati gestiti dai cinesi (hanno veramente il monopolio). Il camposanto, fatto di curiosi sarcofaghi in cemento, è proprio i centro, di fianco alla via principale; ovunque regna il disordine. I beliziani non sono proprio il prototipo del popolo operoso, anzi non hanno voglia di fare niente: ecco spiegato il pullulare di cinesi, persone disgustosamente attaccate ai soldi, sicuramente discutibili, che non si mescolano con gli altri e continuano imperterriti a parlare la loro lingua, ma certamente molto intraprendenti. Per esempio nei pochi market di Placencia gestiti dai beliziani, la carta di credito non viene accettata, cosa che in un posto frequentato in prevalenza da americani, equivale a chiudere bottega in poco tempo. L’indolenza beliziana regna sovrana: al supermercato per avere una busta dove riporre la spesa bisogna chiederla e riempirla da sè. Praticamente ti fanno capire che se vai a comprare da un’altra parte, gli fai un favore perché ci sarebbe meno sbattimento per loro. Per cena ci affidiamo al Cozy Corner, ristorantino sul mare dove facciamo la conoscenza della cucina criolla: purtroppo il pesce e il conch sono conditi con una dolcissima e stomachevole salsa che rende la nostra cena indimenticabile, ma nel senso peggiore del termine. 

28/01/2009 PLACENCIA
Alla faccia delle previsioni funebri che davano tempo infame per tutto il giorno, stamattina il cielo è completamente sereno. Con la fame di sole che abbiamo (dopo le ultime sofferte giornate) ci buttiamo in spiaggia già alle sette del mattino. Se qualcuno volesse concedersi una settimana di totale fancazzismo questo è il posto ideale: camera a piano terra, praticamente sul bagnasciuga, spiaggia degnamente ombreggiata da un buon numero di palme, mar dei caraibi di colore dignitoso (blu, trasparente), ristorante sulla spiaggia davanti alla stanza (diciamo otto-dieci metri). Praticamente tutto quello che si può desiderare è qua a portata di mano. Restiamo ad arrostire come due bistecche per tutta la mattina e alle dieci si consuma il rito del pagamento dell’albergo fino al giorno successivo: saldiamo l’hotel giorno per giorno perché non sappiamo mai cosa ci riserva il domani… siamo randagi per vocazione. Abbiamo stabilito che se il tempo alle dieci del mattino è ancora bello, si va alla reception e si paga fino al giorno successivo. In questo modo, a pezzi e bocconi, siamo rimasti quattro giorni. Il meteo oggi è particolarmente generoso e restiamo in spiaggia tutto il pomeriggio, anche perché è l’ultima giornata, domani si cambierà nuovamente aria. Dopo più di dieci giorni urge dare una ripulita al guardaroba, non abbiamo quasi più niente di presentabile: ci viene in soccorso una lavandaia beliziana che per 24,00 bze ci rimette a nuovo i nostri stracci. Adesso abbiamo una valigia di roba pulita e profumata come quando siamo partiti, da qui in avanti potremo sbizzarrirci. In un viaggio come il nostro sarebbe inutile portarsi dietro un container di abiti per ritornare poi a casa con tonnellate di panni sporchi: basta partire con poche cose indispensabili e farle lavare al momento giusto. Serata a mangiare in un posticino all’aperto sulla spiaggia (Pirates), seduti su sedili ricavati da tronchi di palma: c’è il posto solo per otto coperti e ci preparano due meravigliosi piatti di riso con pollo, gamberi, verdure miste e fagioli neri, il tutto naturalmente condito con abbondanza di spezie (una per tutte, il cilandro). 

29/01/2009 PLACENCIA - COCKSCOMB BASIN
Del viaggio non si butta via niente, come del maiale. Così, anche se è il giorno eletto per lo spostamento, optiamo ugualmente per alcune ore di sole, approfittando del fato che il check out è fissato per le undici. Così alle 7,30 siamo già con le schiene appoggiate sulla sabbia di Placencia. La giornata si preannuncia bella, ma alcune nuvole all’orizzonte avanzano minacciose dopo qualche ora; ormai non ce ne frega niente, sono le dieci abbondanti ed è ora di fare fagotto. Un salto dal nostro fruttarolo low cost di fiducia (un tale che arriva a Placencia tutti i giorni con il suo camion carico di banane, toronjas e ananas dal quale abitualmente compriamo una borsa di frutta a poco più di 2,00 bze (alla faccia dei prezzi del Conad…) e si parte per il Cockscomb Basin, terra di giaguari. La trasferta non è troppo impegnativa, sono al massimo quaranta miglia di cui i ventiquattro iniziali del famoso sterrato rosso fino alla Southern Highway. Facendo questo percorso a ritroso ci fermiamo ancora una volta per vedere lo scempio scellerato che i ricchi americani stanno perpetrando: ville palazzi e (quasi) castelli stanno sorgendo un po’ ovunque, cementificando tutto, con impalcature e cantieri che non hanno mai sentito parlare di 626. Che tiri aria di condono da queste parti? Prima dell’ingresso al Cockscomb Basin prendiamo possesso della nostra cuccia per stanotte, il Nu’uk Che’il Cottage, che ci offre una cabana in un villaggio di autentici maya. Niente a che vedere con il Grand Hotel Excelsior, ma una dignitosa stanza a due letti con bagno privato, in una casetta in mezzo ad un giardino tropicale da paura con tanto di erbe medicinali, per la bella cifra di 60,00 bze. La padrona ci garantisce che il mattino qua fuori è un pullulare di tucani, colibrì e scimmie urlatrici. Poi via di corsa al Cockscomb Basin, paradiso dei giaguari (che naturalmente sarà difficilissimo vedere in libertà, essendo animali notturni), dove ci imbarchiamo in un giro in un reticolo di sentieri in mezzo alla foresta tropicale che definire favolosa risulta riduttivo. Il nostro tour si svolge naturalmente a piedi, rigorosamente senza mappe, visto che al visitor center non ne distribuiscono (per non andare proprio alla cieca ce ne siamo disegnata una un po’ naif su un foglietto, copiando un manifesto del parco). Per il resto ci affidiamo al sole e al nostro naso e partiamo a caccia di giaguari. Arriviamo fino ad una cascata che da sola vale il biglietto di ingresso (10,00 bze a cranio). Il sentiero prosegue poi costeggiando il fiume e inoltrandosi ulteriormente nella foresta, ma com’era facilmente prevedibile, di animali neanche l’ombra, a parte uccelli e formiche tagliafoglie; in compenso tanti rumori tipici della giungla. E improvvisamente, grande felicità: in una zolla di fango ancora tenero scoviamo un’orma di felino piuttosto grossa. Non avremo visto il giaguaro dal vivo, ma ci siamo andati sicuramente molto vicini, visto che ci ha lasciato un segno del suo passaggio che, a giudicare dall’orma, non dovrebbe essere successo tanto tempo prima.
La foto-trofeo è un “must”. Il giro è quasi terminato, ci avviciniamo al visitor center, mancano ormai solo poche centinaia di metri e ci fermiamo su un ponte di legno in mezzo alla giungla per fare delle foto. Terminato il servizio fotografico ci accingiamo a riprendere la strada, ma dall’altra parte del ponticello, a un paio di metri davanti a noi, c’è immobile un serpente scuro lungo almeno un metro e mezzo che solleva la testa e ci guarda. Il momento è piuttosto inquietante: fortunatamente il rettile, dopo avere esitato alcuni secondi, pensa di andare per i fatti suoi, facendoci tirare un sospiro di sollievo. Sarà stato velenoso o no? Boh… Prima di uscire dal parco l’ultima sosta è per “wreck plane”, un sentiero di poche centinaia di metri che porta ad un rottame di aereo precipitato anni prima nella giungla. Il velivolo era di uno degli scienziati fondatori del Cockscomb che una notte, tentando l’atterraggio mentre infuriava una tempesta tropicale, cadeva nella foresta dopo avere urtato le cime degli alberi. Il rottame in mezzo alla giungla, ricoperto dalla vegetazione, evoca le avventure di Indiana Jones. Giornata veramente intensa. Gran finale al ristorante maya del nostro piccolo hotel, dove la padrona si è assentata ed ha lasciato la sua giovane figlia ad occuparsi degli ospiti: la ragazza, svogliatissima, ci scalda (li ha senz’altro preparati la mamma) due piatti con nanoporzioni di pollo stufato e riso… ma sei matta? Noi oggi abbiamo camminato un casino e tu ci porti due sputacchi di cibo???!!! La pietanza è molto gustosa, ma ce n’è talmente poco che, una volta rientrati in camera, siamo costretti a mettere mano ai nostri crackers per non morire di fame. 

30/01/2009 COCKSCOMB BASIN - SAN IGNACIO - BELIZE CITY
Effettivamente, fuori dalla nostra capanna c’è un gran cinguettare di uccelli tropicali questa mattina, su questo la padrona di casa aveva davvero ragione. A guardarla bene, questa struttura (che potremmo definire un “antenato dell’agriturismo”) nel suo piccolo offre davvero tanto: cabanas con cesso privato e alcune con cesso in comune, una spaziosa palapa ristorante con piatti tutt’altro che disprezzabili (se non fosse per le porzioni mignon…), un giardino tropicale rigoglioso con tanto di sentiero tra le piante medicinali e un gift shop con articoli, sculture e unguenti prodotti direttamente dalla padrona di casa. Peccato che una donna tanto laboriosa abbia generato una figlia assolutamente svogliata e del tutto disinteressata alla trasmissione delle tradizioni e a seguire le orme materne. Dato che lo scopo fondamentale di oggi è quello di ritornare a Belize City per pianificare l’ultima escursione (quella di domani a Caye Caulker) non avendo altri programmi pensiamo di fare un salto (150 miglia tra andata e ritorno, non proprio una deviazione) a San Ignacio, dove abbiamo lasciato un conto in sospeso. La scorsa settimana siamo stati al farfallario di Green Hill, ma il brutto tempo ci ha rovinato la festa; bene, dato che oggi il clima pare clemente, faremo un giro bello largo, ripercorrendo la Hummingbird e la Western Highway e andremo a rivederlo, con la speranza di essere più fortunati. Il top viene raggiunto sulla Hummingbird, quando, in piena marcia, un coloratissimo tucano in piume ed ossa vola proprio davanti al nostro parabrezza, attraversandoci tutta la visuale. Basterebbe questo per riempire la giornata. Ritorno al farfallario dove finalmente è tutto uno svolazzamento e possiamo fare tutte le foto che vogliamo. Una volta ritornati a Belize City, non avendo trovato di meglio, dobbiamo riprendere possesso della stessa camera già occupata alcuni giorni fa al Motel Diamond, tristemente ricordato come il famigerato “motel cinese”. Facciamo nuovamente violenza a noi stessi, solo perchè in città rischieremmo di trovare molto peggio, soprattutto in termini di sicurezza. E’ il momento di fare un salto in centro, la prima volta a Belize City, per andare a chiedere info al water taxi (orari, prezzi ecc.) che domani ci porterà a Caye Caulker e poi a San Pedro, per due giorni di full immersion sugli atolli dei caraibi (da Placencia abbiamo già prenotato via mail il Rainbow Hotel di Caye Caulker a 28,00 usd a notte). Non ci sono particolari problemi se non fosse che quando chiediamo all’addetta dove poter parcheggiare la macchina a Belize City per due giorni mentre saremo a Caye Caulker, la pacifica e gioviale espressione della poveretta si tramuta in uno sguardo di terrore: pare non ci siano parcheggi custoditi e la città è piena di delinquenti, che potrebbero danneggiare o svaligiare l’auto. Senza mezzi termini ci dice che al nostro rientro potremmo anche non trovarla più. Belize City è una città orrenda, incasinatissima, difficile da girare e con tanti tipi dalla faccia poco raccomandabile per le strade. E’ bastato parcheggiare l’auto davanti alla sede del water taxi e restare alcuni minuti all’interno per avere le info, che all’uscita abbiamo  trovato già un brutto ceffo gironzolare vicino al nostro carro, con tutta l’aria di esserne pericolosamente interessato. Visto che tramonta definitivamente il progetto di andare fino al water taxi in auto, scatta il piano “B”: andremo in aereo. Riattraversiamo la città e facciamo un salto all’aeroporto dove però scopriamo che il biglietto costa la bellezza di 120,00 usd, non proprio un omaggio dunque. Ma nessuno ci vieta di arrivare all’aeroporto con la nostra auto, lasciarla nel parcheggio per un paio di giorni (circa 35,00 bze), di prendere un taxi fino alla stazione del water taxi e raggiungere Caye Caulker via mare (25,00 bze andata e ritorno). Ed ecco organizzato il tour. 

31/01/2009 BELIZE CITY - PLACENCIA
La fortuna decisamente non ha baciato il nostro viaggio. Questa notte siamo stati svegliati da una tempesta tropicale in piena regola: mai vista tanta acqua in vita nostra, con raffiche che si abbattevano come frustate sul piazzale di cemento del motel cinese con una tale forza da far male alle orecchie. Pensando che dopo uno sfogo così violento non ci sarebbero state più nuvole in cielo per un bel pezzo, attendiamo con fiducia il mattino. Naturalmente le speranze naufragano clamorosamente dopo avere aperto la porta e trovato il cielo color grigio piombo e pioggia insistente. Ormai mancano pochi giorni al nostro rientro e speravamo di chiudere in bellezza sulle spiagge bianche ed immacolate degli atolli. Abbiamo visto tutto (o quasi tutto), ci sono rimaste da vedere solo le isole; in Belize non c’è niente che si possa fare sotto la pioggia. A questo punto, completamente scoglionati, pensiamo che sia meglio caricare i bagagli e andare all’aeroporto, che è qui vicino, per vedere di riuscire ad anticipare il volo di rientro, evitando di buttare inutilmente nel cesso altri giorni di ferie che potremmo utilizzare in occasioni future. Purtroppo l’American Airlines ci comunica di avere disponibilità di posti sul volo Belize-Miami, ma di non averne assolutamente sul Miami-Londra e quindi bisognerebbe sostare non si sa quanti giorni a Miami. Da non sottovalutare che la AA pretenderebbe una lauta ricompensa per il cambio del volo, oltre ad una non meglio precisata “differenza” tra il prezzo del nostro biglietto e quello nuovo… Dunque: terminare il viaggio anzitempo, sbattersi per trovare voli alternativi, cacciare un bel mucchio di quattrini supplementari oltre ad essere incazzati neri… Ci sembra un ricatto…no, anzi… una presa per il culo. Nossignore, nuovo cambio di fronte: resteremo in Belize per gli ultimi tre giorni, succeda quel che succeda, sperando in un miglioramento climatico e cercando di farcela passare. Siamo pur sempre in vacanza e interrompere un viaggio, anche se per cause di forza maggiore, macchierebbe in maniera vergognosa e indelebile la nostra gloriosa carriera di viaggiatori. Dal momento che Belize City fa vomitare, la scelta che ci sembra più sensata è quella di ritornare a Placencia per i prossimi due giorni, dove la sistemazione sulla spiaggia era più che soddisfacente. Questo vuol dire farci altre quattro ore di strada, stabilendo il nuovo record italiano di attraversamenti sulla Hummingbird (ben quattro in poco più di una settimana). Se poi avremo un po’ di fortuna, potremmo usufruire di un po’ di sole, qualora uscisse, la speranza è l’ultima a morire. Si riparte dunque, evvai! Arrivati a Placencia, rientrati trionfalmente nel già noto Sea Spray Hotel, stesso prezzo, una camera al primo piano, siamo accolti da una specie di uragano con violento acquazzone e raffiche di vento freddo. Dopo avere attraversato nuovamente metà del Belize accompagnati da un grigiore pari solo ad quello a noi tristemente noto delle cupe giornate padane di novembre, non ci aspettavamo certo un clima sahariano, ma nemmeno così tanta sfiga. Andiamo avanti così. 

01/02/2009 PLACENCIA
Piccolo passo indietro: stanotte nessuno dei due ha praticamente chiuso occhio, dal momento che fuori c’era il finimondo, eravamo nel mezzo di una tempesta tropicale… in questa stagione! Raffiche di vento fortissime, con tanto di fischio e ululati, acquazzoni violentissimi, mare agitato come nei film. In teoria a quest’ora dovevamo essere in un hotel sull’isola di Caye Caulker e anche se non abbiamo fatto in tempo a disdire la prenotazione, avranno certamente immaginato il motivo della nostra defezione. Nei nostri viaggi non ci era mai capitata un’esperienza del genere. Considerata la violenza dell’evento, ci auguriamo che finisca presto (ormai tutta l’acqua del Centroamerica è caduta sul Belize) e soprattutto che si asciughi in fretta, perché lunedì dovremo fare fagotto per ritornare a Belize City (martedì avremo il volo di rientro) e siccome l’unica strada per uscire da Placencia è quel famoso sterrato di 24 miglia, l’idea di rimanere piantati in mezzo al fango non ci sorride per niente. Mattinata dal tempo incerto del tipo “sole non sole” quindi ci mettiamo in spiaggia per seguire l’evolversi degli eventi. Verso le 14,30 la svolta epocale: esce definitivamente il sole, quindi via libera alle creme e abbuffata indiscriminata di caldo & bagni, alla fine siamo ritornati a Placencia per questo e purtroppo fra poco la pacchia sarà finita. Per dovere di cronaca dobbiamo registrare che il nostro hotel ha una clientela piuttosto matura, che arriva anche a toccare e superare i limiti del geriatrico. Pochi giovani, anzi pochissimi, mentre numerosi sono gli over 60, tutti rigorosamente americani, come per esempio la “Generalessa”, la nostra vicina di stanza, una ottantenne accompagnata dal figlio al quale impartisce ancora ordini come ai tempi di Full Metal Jacket. Sera a cena dall’ormai abituale De-Tatch a dieci passi da casa nostra, dove abbiamo sempre mangiato bene e speso poco (una media di 40-45,00 bze). E finalmente, tanto per cambiare, ricomincia a piovere. Siamo sicuri che per quest’anno il pericolo siccità in Belize è senz’altro definitivamente scongiurato. 

02/02/2009 PLACENCIA - BELIZE CITY
Ed ecco l’ultimo giorno del nostro viaggio. Il tempo ha fatto quello che voleva e ci ha tirati per il naso per due settimane abbondanti. E’ stato un viaggio abbastanza riposante, dato che le distanze da percorrere non sono mai state proibitive e inoltre, considerato che alle 18,00 è buio pesto, siamo sempre andati a letto piuttosto presto (svegliandoci di conseguenza sempre attorno all’alba, pur dormendo un numero di ore che a casa, nella vita normale, non ci sogneremmo nemmeno). Colpo di scena: la giornata si preannuncia bellissima già alle prime luci dell’alba. Si tratta di quel fenomeno aleatorio definito la “presa per il culo del viaggiatore”. Un cielo così terso non lo avevamo mai visto da quando siamo arrivati: mare con i veri colori dei caraibi, calma piatta, non soffia un filo di vento quindi il bel tempo è destinato a rimanere per tutto il giorno, molto meno di quanto resteremo noi, visto che il check out ci ributterà in strada per le 11.00. Faremo del nostro meglio per sfruttare fino all’ultimo il sole, il mare e la spiaggia, immaginando come sarebbe stato bello se il tempo fosse sempre stato così. Amen. Bisogna prendere le cose come vengono. Ore 11,00 addio al Sea Spray Hotel, questa volta è definitivo. Ce la prendiamo con calma, abbiamo tutta la giornata per arrivare all’aeroporto, dove ci attende l’Embassy, unico hotel del Belize prenotato via mail dall’Italia. Ripercorriamo per l’ennesima volta lo sterrato per uscire da Placencia, quindi parte della Southern Highway, poi la Hummingbird fino a Belmopan e infine la Western in direzione Belize City, passando davanti al Guanacaste National Park e al Belize Zoo: la settimana scorsa eravamo qui. L’Hotel Embassy si trova direttamente sul piazzale dell’aeroporto, la posizione è fantastica, comodissimo. Una gigantesca scritta campeggia sulla facciata “Jesus is Lord”. Peccato che l’hotel non sia proprio come viene illustrato su internet: la struttura, con evidenti lavori di ristrutturazione in corso, è praticamente fatiscente e mezzo diroccato. Ben presto scopriamo di essere gli unici clienti, quando la padrona, una settantenne americana suonata come una campana, rimane completamente sorpresa quando, dopo avere insistentemente suonato il campanello, ci apre la porta e le diciamo di avere una prenotazione (se non si ricorda lei, che ci ha anche mandato una mail di conferma…). La tipa è logorroica, parla, parla e parla: è visibilmente felice, non tanto per avere finalmente due clienti, quanto per il fatto di poter finalmente raccontare le sue storie a qualcuno. Non c’è neanche una camera agibile, ma ci prepara immediatamente una stanza e dato che non c’è la TV (contrariamente a quanto indicato nella mail) ci comunica che ci praticherà un prezzo più basso, 39,00 usd anziché 49,00. L’hotel ha un inconfondibile aroma di sarcofago egizio e, per gli amanti di Jack Nicholson, sembra quello di Shining (stanotte chiuderemo bene la porta). Anche il circondario è di tutto rispetto: dietro c’è uno sfasciacarrozze. Ma la signora è raggiante e ci presenta suo marito, un arzillo texano che ci mette a disposizione la videoteca e, considerato che non c’è un ristorante nei paraggi e noi non possiamo più disporre dell’auto, ci offre anche una cena gratis a base di sandwiches di pollo. Per ingannare il tempo facciamo un giro all’aeroporto (che tra l’altro ogni sera chiude verso le 18,00, quindi zero voli notturni, niente casino e sonno facile) e scopriamo che se anziché prenotare l’auto via internet l’avessimo noleggiata direttamente all’aeroporto al nostro arrivo, avremmo trovato un auto più adatta alle nostre esigenze (più piccola, 4x4 e magari con tettuccio apribile) risparmiando almeno 100,00 usd a testa. Faremo tesoro di questa esperienza per il futuro. Alle 19,00, secondo gli accordi, la Mafalda dovrebbe venire a riprendersi l’auto, ma alle 21.20 non si è ancora presentato nessuno. Le telefoniamo e la suonata ci confessa candidamente di essersi dimenticata (glielo avevamo ricordato anche oggi pomeriggio al telefono…); dice che forse verrà domani mattina…magari… se avrà tempo. Benvenuti in Belize! Non se ne parla nemmeno, noi avremo il volo! Insistiamo in maniera convincente e così, dopo venti minuti appare il marito della Mafalda, ritira il carro, lui sorride e noi possiamo finalmente andare a letto. Domani sarà una giornata pesissima. 

03/02/2009 GO TO ITALY
Check in alle 10.30, volo American Airlines di due ore alle 13,00 per Miami. Stop di alcune ore e poi un 777 American Airlines ci porta da Miami a Londra Heathrow. Il volo intercontinentale incontra delle turbolenze piuttosto violente: per quasi un’ora, in mezzo all’Atlantico, si balla come se fossimo su una di quelle strade sterrate del Belize. Piccolo inconveniente: qualcosa deve essere andato storto con la prenotazione di Tui e a Londra mancano i nostri posti sul volo British Airways per Milano Malpensa, pur avendo già imbarcato i nostri bagagli. Un particolare quasi irrilevante che rischia di farci rimanere fermi in Gran Bretagna per almeno otto ore, mandando a monte ogni piano di rientro. Fortunatamente il primo volo disponibile (che dovrebbe essere quello della nostra prenotazione…) non ha esaurito i posti, spieghiamo la nostra situation agli addetti e con qualche coda e un nuovo check in tutto rientra nella normalità. Praticamente il rientro (di dodici ore complessive di volo con due stop rispettivamente di cinque e tre ore)  è andato tutto liscio ed è stato fatto in un’unica lunghissima giornata.

Alla prossima.

Filo e Fabio